Recensioni

7.2

Archiviata l’esperienza in trio con Daniele Silvestri e Max Gazzè, Una somma di piccole cose rappresenta il ritorno alla produzione solista di Niccolò Fabi. A quattro anni dal precedente Ecco, fino a questo momento il suo lavoro più completo e maturo, servito soprattutto per ripartire musicalmente dopo la prematura scomparsa della figlia, il cantautore romano si è rifugiato in un casale nella campagna romana per pensare, scrivere e suonare le nove tracce di questo disco. Da solo, in mezzo alla natura, lontano dai Palazzetti e dalle grandi platee in cui si era ritrovato con Silvestri e Gazzè, e in una dimensione cantautorale per lui mai tanto essenziale e riservata, l’autore romano – come accaduto già ai tempi di Sereno ad ovest – ha deciso di fare tutto in proprio, scrivendo e suonando interamente i brani del disco.

Per quanto da queste parti un certo tipo di canzone dalle tematiche più impegnate poi alla fine si riduca sempre su toni un po’ facili e retorici (Ha perso la città), questo album ha il pregio di prosegue sulla stessa traccia del lavoro precedente, approfondendo un cantautorato pop minimale, sussurrato, tra chitarre pizzicate, accenni di piano e atmosfere soffuse. Con un orecchio curioso verso le sonorità folk d’oltreoceano (Bon Iver, Sufjan Stevens) e quell’arte nel costruire canzoni che tra pennellate vocali impressioniste e l’entusiasmo contagioso nel racconto della semplicità è diventato un riconoscibile marchio di fabbrica, ogni pezzo di questo album potrebbe fare breccia nell’ascoltatore come limitarsi a girare sul piatto come mero sottofondo. Quelle di Una somma di piccole cose non sono canzoni universali né hanno l’ambizione di esserlo: il loro spettro si muove tra sofferenza, mancanze, amore, quotidianità, speranze ed entusiasmi, un’oscillazione in cui la prima persona singolare è la grande costante, in un processo di espiazione che vede il cantautore in prima linea.

Ad aprire il disco una chitarra sincopata ed avvolgente, a chiuderlo un solitario piano punteggiato, nel mezzo l’incanto dell’ordinarietà di Le chiavi di casa, un altro mondo possibile o quantomeno auspicabile in Facciamo finta e Filosofia agricola, la riconciliante Una mano sugli occhi o la cover arpeggiata Le cose non si mettono bene. Un cerchio acustico che si chiude nella poesia intima ed emozionale di Vince chi molla.

Chi pensava che con Ecco il cantautore romano fosse arrivato al suo apice, dovrà ricredersi. C’è tutto il meglio di Niccolò Fabi in questo disco che suggella quella che sembra una vera e propria seconda giovinezza. Una scrittura musicale in forma smagliante, le parole giuste e la curiosità verso nuovi suoni testimoniano un rinnovato percorso artistico che nello stagnante e scontato pop mainstream italiano risuona ogni volta come un piccolo miracolo.

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