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20.000 Days On Earth non è un documentario e nemmeno un film biografico su Nick Cave. E’ invece una riflessione sull’arte e sul personaggio, in cui il musicista australiano diventa voce fuori campo, oltre che attore nel ruolo di se stesso, e sale in cattedra (un po’ come aveva fatto ai tempi del disco The Secret Life Of The Love Song, dove ci spiegava come scrivere una canzone d’amore) per parlarci di se stesso. Del resto i patti erano chiari fin dal principio, almeno a giudicare dalle dichiarazioni dei registi Iain Forsyth e Jane Pollard, e dello stesso Cave: nessun cinema verità, nessun Grande Fratello in stile The Osbournes; invece scene ricostruite ad hoc – a partire dall’abitazione e dallo studio/ufficio dello stesso Cave – e copione in mano, nel tentativo di offrire uno spaccato realistico (ma quanto?) di una porzione dell’universo di “Re Inchiostro”. Tant’è che anche la variabile temporale che si credeva essenziale per la comprensione del film, ovvero il giorno numero 20.000 della vita del musicista, diventa col passare dei minuti poco più di una scusa, sottomessa a quello che è il vero centro nevralgico della pellicola, ovvero una sorta di celebrazione (implicita) della filosofia alla base della musica di Nick Cave.

Ecco allora il protagonista raccontarsi davanti allo psicoterapista Darian Leader, facendo emergere uno dei cardini tematici: il concetto di arte inteso come momento creativo che trascende la vita ordinaria, per trasformarsi in altro. Il musicista ripercorre un ricordo d’infanzia con protagonista il padre, in cui una lettura del primo capitolo del Lolita di Nabokov genera nel figlio una sorta di catarsi capace di scolpire l’evento in un fotogramma a sé stante e fuori dal tempo. Lo stesso concetto viene ripreso e ampliato successivamente per giustificare l’idea stessa di opera artistica, attraverso il racconto di concerti e aneddoti (impagabile quello riguardante una Nina Simone decisamente sopra le righe), per poi mescolarsi con l’altro pilastro del film, ovvero il tema della “memoria”. La memoria della vita vissuta rappresentata come carburante della creatività, declinata in quell’interstizio tra follia e realtà che è l’arte (attraverso le parole o le canzoni, ad esempio) e trasformata anch’essa in memoria.

A un certo punto c’è una scena (una delle più interessanti ed eloquenti del film) ambientata nell’archivio, sorta di biblioteca personale stracolma di memorabilia della vita del musicista, come vecchie foto, diari, ciocche di capelli e via dicendo. Personificazione/metafora del concetto di memoria più che luogo reale (almeno, così l’abbiamo voluto interpretare), l’archivio offre una chiave di lettura molto potente per il film: da un lato sottolinea, con un imprinting fondamentalmente documentaristico, l’importanza delle tappe del percorso biografico ed artistico dell’icona-Cave; dall’altro fa assomigliare il cantante – in tandem con gli anelli d’oro vistosi e i colletti a punta esagerati delle camicie messi in mostra durante tutto il film – al tardo Elvis Presley, un Presley da sempre vera e propria ossessione per il musicista australiano. Designa, insomma, quell’autocelebrazione un po’ fittizia – per quanto ironica e godibile – di cui si diceva qualche riga più su e che lo stesso Cave riconosce come parte integrante della sua personalità.

In una pellicola in cui quasi tutto è finzione – esclusi gli argomenti trattati nelle conversazioni (tra i tanti sparring partner, l’attore Ray Winstone, Blixa Bargeld e Kylie Minogue) – e che è essa stessa un’opera d’arte (non molto differente da un disco, verrebbe da dire) tesa alla sospensione del giudizio e finalizzata al perpetuarsi del “mito” a discapito della vita reale, i momenti migliori – e paradossalmente, più onesti – finiscono per essere quelli in cui Cave e i Bad Seeds suonano dal vivo: le session di registrazione (da applauso il surrealismo garantito dal barbuto e selvaggio Warren Ellis che dirige un coro di bambini), i concerti, il rapporto con il pubblico (anch’esso un modo per stigmatizzare la vita reale). E’ lì che la pratica soverchia la teoria, è lì che la capacità di creare tramite la musica momenti catartici, contingenti, che vanno oltre l’ordinario per diventare memoria collettiva, si concretizza. E sono forse loro la migliore spiegazione per un film che pochissimo aggiunge al Nick Cave già noto – tra l’altro, senza rischiare praticamente nulla – ma molto conferma di una poetica dalle solide basi e difficilmente eguagliabile.

3 Dicembre 2014
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