Recensioni

7.5

Ghosteen è sbucato fuori dal nulla. Come un fantasma. Fulmine a ciel sereno, tagliando il solito battage pre-uscita, con l’annuncio dato a un fan, sul blog personale. Non una scelta casuale. Cave ha spiegato a Joe e a tutti quanti che si trattava di un doppio album chiamato Ghosteen. «Ghosteen is a migrating spirit. Love, Nick». È tutto chiuso in queste poche parole. Al limite in qualche altro pensiero sparso affidato sempre al web. Come l’idea che l’immaginazione (anche con un peso così grande dentro di sé) possa proiettare «beyond the personal, into a state of wonder»; quindi, oltre, in uno stato di meraviglia, di incanto. Non serve molta esegesi. Le parole e l’auto-evidenza di Ghosteen ci salvano dalle over-interpretazioni, come quelle della nostra recensione di Skeleton Tree. Spesso eccessive, per non dire fuorvianti (e da prendere come esempio in negativo). Condizionate come sono da quel cono d’ombra da cui comunque non si esce. È tutto, non serve altro. Oltre all’ascolto. Cominciamo.

La differenza con l’attacco del predecessore è netta. Jesus Alone era una ieratica frustata – tagliente e inesorabile –ma Spinning Song è una meditazione quieta che inizia tra una gelatina di suoni post-tronici con i bordoni da requiem dell’organo e finisce con un motivo ascendente e un inusuale falsetto: «Peace will come, a peace will come, a peace will come in time…», ricordiamoci di questo finale (e di quel falsetto). Ma intanto a dispetto dello “stacco” iniziale, la prima parte di Ghosteen riprende l’adagio delle Magneto, delle Anthrocene del suo predecessore, quella fusione atmosferica tra musica e parola che fluidifica la forma canzone fino quasi a dissolverla, rendendola un flow melodico aperto. Ed è proprio così, a partire dall’eleganza un po’ ottocentesca di Bright Horses. Meraviglia o disillusione? Incanto musicale o struggente tenerezza? Siamo sospesi tra parole di dolore trasfigurate in una grande allegoria piena di immagini indirette che sembrano evocate in un sogno, tra melodie che potremmo definire romantiche: «Well, sometimes a little bit of faith can go a long, long way / Your soul is my anchor, I never asked to be freed / Well, sleep now, sleep now, take as long as you need» (Waiting for You); si fluttua tra le visioni fantastiche e l’immaginario religioso (Sun Forest), le declamazioni a voce spezzata dove un coro angelico viene a portare un po’ di salvifica luce (Night Raid), i lied al piano – lo strumento più ritmico – su un tappeto di pedali e drones che sempre meno ha a che fare con le chitarre, le batterie, con quello che some people say it’s just rock ‘n’ roll, e sempre più con una camaleontica idea di moderno “classicismo” pop sinfonico (usavamo “madrigalesco” nella scorsa recensione, per come musica e testi si “mimano” a vicenda e per il sapore un po’ antico del termine). O di dream gospel: ascoltate Galleon Ship.

Il senso di eleganza e di unità di questi poemetti atmosferici evoca dischi particolari, figli di momenti della vita diversi, l’elegia di The Good Son o l’amarezza di The Boatman’s Call, come diverso è anche Ghosteen, non solo perché figlio di tutt’altro stato d’animo, ma perché la fida spalla e il backer musicale numero uno è da tempo Warren Ellis, maestro dei toni avvolgenti e impressionistici (già dai tempi di Dirty Three, per cui basterebbe anche ricordarsi solo del maestoso Ocean Songs, sulle cui rive sembra quasi portarci Leviathan) e di soundtrack evocative. Ma a partire dalla title-track le immagini si diradano e i toni si fanno sì più diretti e struggenti, con un climax quasi insostenibile. Si sbriciolano le torri d’avorio e niente appare più così trasfigurato. Il lungo brano Ghosteen è un grande concertato visionario: ha un adagio maestoso che spezza, per poco, i toni funerei che si impadroniscono del resto, il rilascio lento di tutto il dolore che si può immaginare. Quando arrivano le parole più definitive, quelle di Fireflies, «We are fireflies trapped in a little boy’s hand / And everything is distant as the stars / I am here and you are where you are», l’orchestra non suona più, c’è solo uno stridore di quelli che sembrano archi dissonanti, note di un pianoforte che ha le movenze di un gong. Ma si tratta forse di timbri più che di strumenti veri, perché la soundtrack è così elaborata, intessuta di note spiritate, lunghi bordoni, rumori, accordi circolari, silenzi, rimandi talmente sfumati, suoni stranianti e straniati, rarefatti e trattati, che sembra materia musicale (materia?) fatta di soli fantasmi. Gli Scott Walker e i Tim Buckley che prendono per mano lo spirito adolescente e il suo inconsolabile genitore sono fantasmi ugualmente. I Bad Seeds suonano come fantasmi – sono dei fantasmi. In compenso il pathos che si respira non è un fantasma di aria. È carne. La sua, la nostra.

Hollywood è il requiem definitivo. Porta via tutte le tracce di visionaria consolazione. «There’s little room for wonder now, […] We crawl into our wounds». Hollywood, sorta di nuovo Higgs Boson Blues, verrebbe da pensare, o no, è qualcosa di più forte, ed è la chiusura emblematica non tanto perché corona un percorso musicale ma perché non ci può essere altro dopo. Se per Skeleton Tree avevamo detto «un Cave così intenso e con questa qualità non lo sentivamo, anche se con altra forma, dai tempi di No More Shall We Part», per Ghosteen bisogna probabilmente ritarare la scala per definire l’intensità musicale o inventarne un’altra (parlando di aspetto emozionale, non di decibel). L’uomo che ci ha inquietati con le rosse mano destre, lasciati senza fiato con le sedie della misericordia, ammorbati con le ballate assassine, commossi con le canzoni d’amore, che ha predicato e blaterato gli incubi più minacciosi e mortali, implora «peace of mind peace of mind peace of mind» con un falsetto soul che a memoria – e se fosse un fantasma anche quella? – non ricordiamo altrove nel suo catalogo. Riesce così – almeno per noi, per quello che ci dice la nostra testa – nell’impossibile di rendere partecipi del suo indescrivibile dramma personale. La pace arriverà, come cantava in Spinning Song, ma è così lontana se per implorarla si deve usare un’altra voce[la voce di un altro?] E allora sì, «everything is distant as the stars, I am here and you are where you are…».

Ghosteen non completa soltanto un ideale trittico di lavori partito con Push the Sky Away. È il compimento di altre due opere, quelle in cui l’evento che ha segnato per sempre la vita dell’autore e della sua famiglia è finito sotto i riflettori: raccontato nel documentario One More Time with Feeling, e potremmo dire sacralizzato, più ancora che teatralizzato, in quella sorta di rito catartico celebrato nel tour di due anni or sono, con quella comunione mistica con il proprio pubblico che sapeva tanto di gospel ma nel senso proprio religioso della parola. La forza emotiva di questo disco supera entrambe queste esperienze e in qualche modo le abbraccia.

Arrivato senza preavviso abbiamo detto, ma senza dubbio a lungo pensato, Ghosteen è un lavoro-limite in cui l’arte di Nick Cave e dei fantasmatici Bad Seeds si misura se possibile con la prova più ardua. Umana, prima che artistica. Trovare un senso al dolore più straziante. Attraverso la musica. Perché è il guaritore che ha bisogno prima degli altri di essere guarito, lo si è capito assistendo a quel famoso tour. Si è detto e si dirà che questo disco-requiem per un figlio può assottigliare il confine tra vita e arte ai minimi storici, ma fa lo stesso anche per la distanza tra il musicista e chi lo ascolta. La distanza, o meglio proprio il confine tra artista e pubblico, una membrana sensibile che basta un attimo a perforare. Quello per noi è l’attimo in cui si sente Cave cantare in quel modo straziante – e non si venga a dire che è kitsch… Disco disarmante, Ghosteen. Come quel falsetto. Come certi eventi e certe emozioni. Che trasformano il critico analitico e agguerrito in mero ricettore, come in questo caso.

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