Recensioni

Esordire col ruolo di moderno e sensuale crooner delle relazioni affettive 2.0, con un album equilibrato e intelligente come Built On Glass, può essere una benedizione o una condanna. Per Chet Faker tutto sembrava volgere al meglio – un album certificato platino, concerti sold out in tutto il mondo – finché non è entrato in scena Nick Murphy, un alter ego un po’ inutile e forzato che oltre a sparigliare le carte con alcuni singoli non proprio brillanti, ha impresso una nuova introspezione al lavoro dell’australiano. A cinque anni di distanza da quell’esordio tanto lucente quanto pericoloso, arso il corpo di Chet Faker, Nick Murphy è tornato con un nuovo disco, Run Fast Sleep Naked, arrivato dopo ben quattro anni di continui viaggi, registrando le tracce vocali negli spazi e negli ambienti che più potevano ispirarlo. Durante questo periodo, pare si sia lasciato andare a un esame di coscienza leggendo le teorie di Joseph Campbell sul ruolo sciamanico dell’artista nella società. Run Fast Sleep Naked dovrebbe quindi suonare come una sorta di ricerca proustiana, ipnotica e profonda sulla reale identità del Murphy sonico. Purtroppo accade il contrario, o meglio, non accade nulla. Che è anche peggio: suonare insignificante si fa così aggravante rispetto al semplice suonar male.
Undici tracce confuse, superficiali, senza identità e passione: aiutato dal solitamente ottimo Dave Harrington di casa Darkside, qui nelle vesti di produttore, l’australiano accorpa disgraziatamente un wall of sound di synth, autotune malinconici, crescendo orchestrali posticci ed eccessivi, falsetti inespressivi, e lo fa sempre senza il minimo struggimento. Manca una produzione immaginifica, i beat giusti e sopra ogni cosa l’impatto emotivo. Ciò che resta è un disco dalla narrativa banale, pane per i denti dei millenials, che non disturba né scuote, quasi come i post di influencer e blogger, armati di filtri instagram, guidati da app, così tante e così pesanti, che diventa poi impossibile (ri)trovare l’originale, lo scatto autentico, la traccia costitutiva. E non interessa nemmeno chiedersi se, nell’universo di Nicholas James Murphy, ci sia mai stato davvero.
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