• Ago
    10
    2018

Album

Young Money Entertainment

Add to Flipboard Magazine.

Sobrietà e sintesi non sono mai state la cifra principale dell’estetica (sonora e non solo) di Nicki Minaj, e la cover di questo nuovo Queen non lasciava sperare in un gran cambiamento. Di pari passo è andato anche il video di Ganja Burn, con una mitologia surgelata da antico Egitto liofilizzato (anche se non plasticoso e kitsch come quello della Katy Perry formato Dark Horse) desertica e autoreferenziale il giusto. In un mercato hip hop sempre più affollato di star femminili in rapida ascesa (Cardi B su tutte), la Minaj era chiamata ad una valida prova di forza per reclamare uno scettro che – almeno a livello numerico – poteva anche essere messo in discussione. 

Diciamolo subito: Queen è probabilmente il suo lavoro migliore ad oggi, ma soffre degli stessi difetti che impediscono un decollo definitivo a tanti album omologhi e coevi. Primo su tutti l’eccessiva lunghezza: 19 tracce per 66 minuti totali è veramente un po’ troppo perché la formula possa reggere stabilmente per tutta la sua durata senza cali di palpebra. Il taglio da playlist pronta per (monetizzare su) Spotify è una piaga cui il solo Kanye sembra essere disposto a rinunciare – per altri motivi – andando all’estremo opposto. Basti pensare, senza andare troppo lontano, ad ASTROWORLD di Travis Scott. Anche qui i riempitivi abbondano e abbassano notevolmente la qualità media della scaletta, altrimenti decisamente elevata negli episodi migliori. Le tracce col pilota automatico comodamente inserito equivalgono numericamente gli highlights, e in generale coincidono con le cavalcate trappare pre-confezionate (l’esempio principale è la stanca Rich Sex con Lil Wayne). La Minaj prova anche a cantare qua e là, categoricamente con la voce ricoperta di autotune. Non è chiaramente il suo punto di forza, e se l’intento delle ballads era spezzare la monotonia del disco, riescono purtroppo nell’intento opposto: la noia subentra vigorosa proprio quando alle tirate subentrano i lenti più plasticosi come Nip Tuck. Il baratro raggiunge i suoi momenti più bui in momenti infausti come Come See About Me, aria da soundtrack disneyiana robotica tra svolazzi di piano e archi sintetici carichi di pathos disidratato. 

Facendola breve: la Minaj dà il meglio di sé quando rappa. Punto. Perché ha un flow personale, una personalità immediatamente riconoscibile, tante cose da dire e la cazzimma giusta. E sa da dove partire nella posizione di una che vuole accaparrarsi il trono (femminile e forse non solo) di NY: Barbie Dreams è sicuramente il pezzo più interessante del disco. Riprende questo pezzo di Biggie che a sua volta nel beat ripescava questo pezzo di James Brown (siamo quindi nel classicissimo). E se il testo di Notorius allora era più giocoso che altro, qui il confine è più sfumato. Perché la canzone è una sorta di Control (quella di Big Sean del 2013 con la famosa strofa di Kendrick) in cui la Minaj prende di mira praticamente chiunque. La veste indossata è quella della vorace mangiatrice di uomini, sessualmente ingorda e più emancipata che mai, che scarta i pretendenti a seconda della loro disponibilità a leccare la regale patata (e in questo frangente uno come Dj Khaled non sembra avere troppe chance). Vengono sbeffeggiati praticamente tutti i nomi principali del rap-game attuale, e poco importa che la maggior parte siano amici e collaboratori della stessa Minaj. Il sorriso stempera tutto, ma spesso ci va giù pesante: viene motteggiata ora l’ambiguità uber-gender di Young Thug, ora il presunto satanismo di Lil Uzi Vert, spingendosi fino ad una frecciata bella tosta a Drake, perculato in simpatia per le sue frigne («Drake worth a hundred milli, he always buyin’ me shit / But I don’t know if the pussy wet or if he cryin’ and shit»). Chun-Li, dal nome del primo personaggio femminile giocabile nella saga di Street Fighter, è l’altra hit che spinge al massimo il pedale sulla femminilità alpha e sfoggia un rappato memorabile. 

Il resto sono numeri di mestiere, dai più riusciti (il sobrio afro-pop caraibico con chitarra di Ganja Burn) a quelli di ordinanza (la dancehall patinata con Ariana Grande di Bed). Vale infine la pena di spendere qualche parola sulla famosa strofa di Eminem in Majesty. Punto di arrivo del presunto flirt tra i due, annunciata dalla Minaj stessa addirittura come «the greatest rap verse of all time», il tutto si risolve in una sbrodolata iper-tecnica in cui il fu Slim Shady snocciola millemila sillabe in pochi secondi ad una velocità incredibile. Superata la sua stessa Rap God, tutti contenti ed esaltati, ma resta un godibile e cafonissimo esercizio di onanismo fine a sé stesso. Eminem si diverte a giocare nel ruolo del sopravvissuto old-school («Am I indeed the last of a dying breed?») prendendosela con i nuovi mumble-rappers e rimpiangendo i bei tempi andati (««That’s why rap needs a doctor / Our genre’s lymph nodes are swollen up»), nell’attesa del prossimo feat. con l’Ed Sheeran di turno. 

Il bilancio finale è quindi quello di un disco troppo lungo, con diversi ottimi pezzi e diversi riempitivi, un paio di tonfi e un paio di ottimi spunti che si faranno ricordare. È già più di quanto ha fatto una Cardi B.

14 Agosto 2018
Leggi tutto
Precedente
Gooms – V1 (Descent)
Successivo
bod – Limpid Fear

album

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite