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7.2
Sophomore album in solitaria per il chitarrista dei francesi Air, Concrete and Glass si scrolla di dosso i riferimenti piacioni (bossa, jazz e classica mainstream) e un po’ ingombranti del precedente Contrepoint per approdare a una maturità compositiva intrisa – come da eredità acquisita dal gruppo madre – di chiccoserie lounge che nel dettaglio e nelle sfumature ricercate esaltano la sua ragion d’essere. Il risultato trasmette, grazie a una ricerca maniacale sul suono limato e prodotto a puntino, un godimento appannaggio di ascoltatori in chill out mode, distanti dai lidi più danzerecci di scuola french. Le coordinate di riferimento sono infatti gli anni ’80 soul di Sade, i synth à la Tellier, le melodie dei Japan e una tonnellata di vibrazioni lounge che abbassano la battuta e costruiscono tappeti ambient su cui stendersi comodamente, assaporando infiniti drink lisergici (la titletrack in visibilio per i synth d’antan che ricordano le sonorità di Badalamenti mescolati a un vocoder che ricorda Sexy Boy).

Il musicista si avvale di collaboratori ispirati e declina ispirazioni nobili per la strutturazione del lavoro di arrangiamento e di coproduzione insieme a Pierre Rousseau (metà dei Paradis, duo pop house francese attivo nella prima metà degli anni ’10), una su tutte l’architettura di Mies van der Rohe. Percepibili o meno, i rinnovati riferimenti artistici (Le Corbusier era stato citato come ispirazione già ai tempi di Modular Mix, brano del primissimo EP Premiers Symptômes del 1997) vengono gestiti abilmente grazie ai featuring. In particolare la voce pop della cantante russa Kate NV nell’accattivante ballad Back to Your Heart, Alexis Taylor degli Hot Chip nella chicca soul-dream pop Catch Yourself Falling (uno dei migliori brani del disco), il cantante e attivista Cola Boyy nel singolo soul ambient The Foundation, come pure la psichedelia di Kadhja Bonet in We Forgot Love, che ricorda per qualche stupendo istante le timbriche dei Massive Attack con la Fraser in Teardrop. Per chiudere si va sul soft pop con l’australiano Kirin J Callinan, che canta in Time On My Hands, composta fra Los Angeles (nello studio di Mac DeMarco) e Parigi.

Un disco godibilissimo, con una produzione perfetta, privo di novità rispetto a quanto già professato dalla discografia degli Air, ma che elargisce stile a profusione, senza risultare pacchiano. Godin è uno dei primi protagonisti del french touch e fortunatamente non è invecchiato male, mantenendo uno stile riconoscibile, che da qui in poi possiamo senza ombra di dubbio considerare classico. Consigliato per la decompressione e il relax.

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