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«Avrei voluto fare qualche sonorizzazione ma il tipo che detiene i diritti del film vuole che lo si rappresenti soltanto in versione originale e non lo biasimo… Sono sicuro che Paradjanov non avrebbe apprezzato che un ragazzo di New York trafficasse sul suo capolavoro…[Ho sentito l’album] un paio di volte senza guardare il film e penso che stia bene anche da solo. O perlomeno lo spero».

Con queste parole, allegate a un file di presentazione compresso assieme agli mp3 e all’artwork dell’album, Nicolas Jaar introduce il suo nuovo disco, condiviso in free download il 24 giugno 2015 e contenente una sorta di colonna sonora emancipatasi dal contesto cinematografico in cui è nata (il film The Colour of Pomegranates del cineasta russo Sergei Parajanov).

Come è accaduto nella serie di 12” Nymphus, il producer, label manager e compositore cileno-americano ama agire in libertà e confondere le acque, pur mantenendo una umorale cifra stilistica che lo accompagna fin dall’inizio di carriera. Chi ha amato le morbide casse a 100bpm e le spezie latine di Space Is Only Noise, ovvero il suo lato più clubbista (benché, come abbiamo visto, aperto al live nella sua trasposizione festivaliera) e pop, o chi è rimasto stregato dalle evoluzioni psych-elettroniche Darkside (anche qui ottime per resa live), si troverà qui decisamente spiazzato, sia dalla dimensione del progetto, sia dalle sue finalità. Eccenzione fatta per un progetto come Just Friends con la figlia di Spielberg e i numerosi remix, nelle ultime produzioni, che siano installazioni, soundtrack (vedi anche quella per Dheepan, di Jacques Audiard) o remake (i Daftside), Jaar si muove in un labirinto di bozzetti sospesi, field recording estatici nel solco della folktronica più pura, chamber music per campionamenti orchestrali, piano music in echo chamber, pseduo indietronica pensosa e agreste, dove le aperture elettroniche e art-dance non sono necessariamente il piatto forte, così come quei rimandi a Villalobos con il quale condivide da sempre il sangue cileno e l’amore per la techno e il dub.

In pratica dallo Student EP e dalle produzioni blue-wave su Wolf + Lamb di acqua sotto i ponti ne è passata, ma Jaar ha mantenuto intatta la sua voglia di superare filoni o trend per perseguire un discorso personale, sempre emotivo e con un proverbiale tocco di melanconia latina infilata di sguiscio tra i refrain di piano e gli scampoli idm o folktronica.

Pomegranates è un lavoro piuttosto lungo (1 ora e 16 minuti) e molto variegato, in generale essenziale e misurato, dunque in contrasto con il surrealismo massimalista del film (The Fool And His Harem). E’ in sostanza un viaggio sonoro indipendente e forte, fatto sia di un immaginario folktronico à la Kim Hiorthøy sia di fascinazioni (campionate) che possono ricordare gli A Hawk And A Hawksaw (quelli di You Have Already Gone To The Other World naturalmente) o anche il primo Four Tet.

Non è sempre estasi e abbandono, nell’ora e 16 minuti di durata del disco, ma il newyorchese risulta comunque piuttosto abile nello scivolare da uno scenario all’altro, introducendo un arrangiamento più noisey-hop à la Mouse On Mars (Beasts Of This Earth) dopo un frammento più ambientale, jazz liquido o soul-r’n’b (Shame), soppesando una techno berlinese per gli anni ’10 (Club Kapital) sciolta in una glassa new age e un finale per solo piano (Muse). E così via, tra colorate infusioni di generi e stili, senza nessun tocco davvero geniale ma con un buon senso d’insieme, discorso che vale anche per i 12” della serie Nymphus.

Esattamente come in Morning/Evening, ancor di più per questo Pomegranates – che per certi verso potremmo dire anche hebdeniano, nei suoi rivoli tra folktronica, jazz e ambient – vale l’ascolto immersivo, non tanto concentrati quanto sintonizzati. Per Jaar è un modo simbolico di chiudere idee e progetti rimasti in sospeso (non a caso ci sono dentro pezzi scartati da telefilm come The Returned o da una collaborazione con Dj Slugo), dunque un disco che serve più a lui che a noi. E’ comunque un bel regalo.

7 Luglio 2015
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