Recensioni

6.5

Il confronto con i dischi storici potrà essere più o meno impietoso ma non è questo il punto. È probabile che si valuterà meglio lo stato dell’arte dei Nine Inch Nails nell’arco completo dei tre EP, quando verrà pubblicato anche il successore di Add Violence (sarà un percorso unico, un album diviso in tre parti?). Già il precedente Not the Actual Events mandava comunque buoni segnali, segnali che in questa seconda puntata si stabilizzano. Non verso l’altissimo, certamente verso il positivo.

C’è del manierismo spinto in questa seconda mini uscita, a cominciare da una Less Than che sembra una versione implementata 2.1 della pop-dance violenta di Pretty Hate Machine e allo stesso tempo fa da ponte con il periodo di With Teeth e Year Zero. Discorso non troppo diverso per la dubbata This Isn’t the Place: a tratti ricorda una Piggy senza il substrato blues. Eppure qualcosa si muove in casa Nine Inch Nails, se non altro nei termini di una verve che pare ritrovata e di nuovo consona al progetto e al personaggio. Finalmente.

Dopo i brani tesi e quasi senza respiro di Not the Actual Events (un piccolo Broken del XXI secolo), Add Violence, a dispetto del titolo, aggiunge un paio di downtempo più morbidi – ma non sottoritmo, The Lovers, che si dipana come una canzone melodica eppure agitata da singhiozzanti pulsazioni digitali. E per un brano fatto di stacchi netti sonori e che si chiude di schianto come Not Anymore ce n’è uno che al contrario va più lento e in crescendo, The Background World: inizia su un ritmo che lì per lì sembra quasi reggaeggiante (impressione da primo ascolto, poi rimane più un retrogusto dub-trip-hop), quindi un beat uno-due da vecchia scuola metal-dance e una lunghissima coda che si avvita sempre più nel noise.

Con Atticus Ross come co-pilota dei NIN, viene da pensare che sentiremo sempre più spesso queste sperimentazioni tra song e colonna sonora. Un auspicio che si concretizzerà già nel prossimo EP o forse in futuro, chi lo sa.

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