Recensioni

Pubblicato ufficialmente il 21 settembre 1993, In Utero è diventato a sei mesi dall’uscita il disco maledetto, quello che tutti vedono con il senno di poi. Certo i segnali per chi lo vuole leggere in questo modo non mancavano e non mancano, in un album che doveva chiamarsi I Hate Myself and I Want to Die (il brano omonimo compare anche nei bonus del primo CD di questa nuova edizione: dopo la ristampa per il ventennale di Nevermind, la Geffen ha di nuovo assortito una reissue in grande stile; anche qui c’è da sbizzarrirsi tra CD rimasterizzato, doppio CD con bonus, triplo vinile e cofanetto deluxe con CD originale rimasterizzato con bonus, un mix tutto nuovo di Steve Albini – più vicino alla sua versione del disco rispetto al prodotto finale masterizzato da Bob Ludwig – e il CD audio e il DVD con extra del concerto per MTV Live and Loud…). Noi preferiremmo raccontare un’altra storia, quella di una band che ha cercato, quasi disperatamente, di ritornare alle radici.
Per parlare di In Utero bisogna partire per forza da Nevermind, dalla produzione di Butch Vig e soprattutto dal mixaggio di Andy Wallace: double tracking delle voci, riverbero digitale della batteria, effetti stereofonici creati raddoppiando e ritardando le chitarre, sono tutti elementi che hanno contribuito all’equilibrio sonico epocale di quell’album manifesto e al suo incredibile e inaspettato successo. Decisi a ricostruirsi una credibilità da vera band alternativa con un (punk) rock basico, onesto e personale, i Nirvana registrano il terzo album di studio in presa diretta in due settimane, con pochissime sovraincisioni e con la voce di Kurt al naturale, forse per questo ancora più bella e disarmante; l’intenzione è di mettere alla prova chi li segue e recuperare una dimensione più vicina a quella degli esordi su Sub Pop.
Non è un caso se In Utero suona molto più simile al ruspante Bleach che al suo predecessore multiplatino, a partire dalla scelta di un produttore la cui filosofia di base somigliava a quella di Jack Endino: registrazioni veloci e a basso costo, nessun vezzo da Pigmalione ma un approccio documentaristico reso sinteticamente nell’espressione recorded by, quella che sia Albini sia Endino sono soliti usare per indicare il proprio ruolo nei dischi, senza parlare di produzione. Tant’è che Jack Endino era stato coinvolto nella fase preliminare, per le registrazioni ai Word of Mouth Studios di Seattle dell’ottobre 1992, documentate dai demo strumentali presenti nel CD 2: già allora la band cercava un suono di batteria alla Albini, naturale e crudo, senza effetti, come sarebbe stato il disco registrato con l’ex Big Black.
Certo se l’idea dei Nirvana di In Utero è di un disco punk, è abbastanza elastica da abbracciare il rock and roll viscerale e rumorista di Very Ape e Radio Friendly Unit Shifter, l’hardcore di Tourette’s e l’hard rock di Serve the Servants e Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle; o la specialità del trio, che rimangono le canzoni melodiche in cui la band lavora sui contrasti di timbro e dinamica: Heart-Shaped Box, Rape Me e Pennyroyal Tea. Come dimostrano l’idea di new wave sperimentale, aggressiva e strana di Milk It o le bordate al vetriolo di Scentless Apprentice, celando in tutti e due i casi un forte retrogusto blues, è merito dei Nirvana aver saputo mescolare il punk e il rock “tradizionale”, i Sonic Youth con i Black Sabbath, i Pixies e i Beatles. Qui sta la loro forza e la loro originalità.
Che il trio giocasse ormai su un’altra dimensione rispetto alle band indipendenti è però evidente ascoltando i due mixaggi scartati di Albini con quelli rifatti da Scott Litt su pressione dell’entourage e della casa discografica, sì, ma anche nella convinzione della stessa band che almeno Heart-Shaped Box e All Apologies avessero bisogno di alcuni ritocchi. In Heart-Shaped Box Litt ha compresso il suono, alzato il volume complessivo e anche il livello della voce, con l’aggiunta di riverbero e di una nuova registrazione usata come backing track; Albini aveva tenuto la voce al livello degli strumenti e un pesante effetto tremolo sull’assolo di chitarra. Questioni di dettagli, su cui si era giocata già la partita di un successo mainstream provvidenziale ma deleterio. Oltre a sollecitare le voglie collezionistiche più o meno contestabili, le nuove ristampe offrono allora la possibilità di capire meglio questi passaggi, di “ricostruire” la propria versione preferita dei Nirvana mixati in toto da Butch Vig e Steve Albini – più “fedeli alla linea”. Perché le canzoni, sì, rimangono le stesse, bellissime, ma con altri suoni ci si può forse parzialmente consolare e pensare anche un finale diverso di tutta la storia.
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