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Negli ultimi anni, Noah Hawley è stato senza dubbio una delle figure chiave del panorama televisivo seriale: co-produttore e sceneggiatore di Bones, dopo un progetto fallimentare (The Unusual Suspects) si dedica a una missione apparentemente impossibile, ovvero trarre una serie dal cult dei fratelli Coen, Fargo. Il successo è stratosferico e culmina con le 18 candidature ai premi Emmy del 2014 (di cui tre vinti). Nell’attesa che arrivi sul piccolo schermo la terza stagione, il Nostro nell’ultimo anno si è dedicato a un progetto molto più ambizioso e stimolante dal punto di vista creativo: costruire una serie attorno a Legione, noto personaggio dei fumetti Marvel, che soffre di disturbi mentali legati allo sviluppo di personalità multiple. Ebbene, dopo la visione di Chapter 1, la scommessa può dirsi per il momento sulla buona strada per concretizzarsi in una vittoria su tutta la linea. Partendo dalla classica origin story, infatti, Hawley riempie l’inquadratura di suggestioni visive e uditive che sconquassano la mente dello spettatore e al tempo stesso lo proiettano in un turbine di rimandi e citazioni succose quanto basta per non distrarlo dalla storyline principale. David Haller è un paziente di un ospedale psichiatrico affetto da disturbi mentali, schizofrenia e dissociazione dalla realtà. Un giorno, l’interazione con un’altra paziente, Sydney, metterà in discussione il suo già precario equilibrio, portandolo a riconsiderare il suo stato di salute.

Non c’è dubbio che stilisticamente siamo dinanzi a un’originalità rara non solo andando a pescare nel panorama televisivo, ma anche e soprattutto in quello che incasella ultimamente il mondo dei cinecomic. Con il crescente imporsi degli universi cinematografici condivisi, assistiamo sempre più a un rapporto inversamente proporzionale in termini di creatività (salvo poche eccezioni), e quella costruita da Hawley per la prima serie Fox basata sui personaggi dell’universo X-Men è una ventata d’aria fresca che può permettersi di guardare dall’alto e schernire anche esempi lodevoli più recenti come Daredevil o Luke Cage. Torna il consueto gusto per il grottesco, il surreale, il lisergico, la psichedelia più volte esplicitata (nella sequenza del ballo con l’utilizzo del buon Serge Gainsbourg, o ancora nel nome della protagonista femminile, Sydney “Syd” Barrett, introdotta visivamente dalla ballata stonesiana di She’s a Rainbow) da sequenze visive che richiamano un immaginario caleidoscopico riconoscibilissimo dai più, impreziosito da citazioni per palati più fini (il “lunatico sul prato” di Brain Damage, sempre sponda Pink Floyd, o la sequenza iniziale che rimanda all’incipit cinematografico di Watchmen, con gli Who al posto di Bob Dylan).

La narrazione stratificata a tre livelli, poi, infiammerà lo spettatore più avvezzo all’indagine psicologica dei personaggi, il quale dovrà compiere un movimentato slalom attraverso le inquadrature e le parole del protagonista David, e assimilare tutti gli strumenti necessari a sbrogliare una matassa complessa e mai complicata (insomma, se avete amato Mr. Robot non potrete rimanere indifferenti a Legion). Qualche perplessità rimane sulla rappresentazione dei villain, per il momento lasciata un po’ in sospeso e delineata solamente dalla figura dell’interrogatore (l’ottimo Hamish Linklater) e del cattivone assoluto (Bill Irwin), sulla centralità del personaggio di Aubrey Plaza (convincente, ma a tratti macchiettistica) e sull’uso di effetti speciali non perfettamente dosati nelle sequenze d’azione, a dispetto dell’eccellenza in quelle oniriche. Per quanto riguarda i due interpreti principali, Dan Stevens e Rachel Keller, nei 68 minuti di durata di questo primo episodio ci hanno fatto divertire, preoccupare, emozionare ed infine innamorare come non succedeva da tempo. Imperdibile.

20 febbraio 2017
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