• ott
    07
    2016

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Blue Note

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Norah Jones: un’artista della quale sembra arduo mettere in discussione il lavoro. Sarà per lo charme, la tenue voce soffusa, sognante, aspirata quasi, che ammalia e affascina, un po’ come il suo dolce viso a cui corrisponde uno sguardo furbetto e accattivante; sarà, ed è il caso di dirlo, per l’incredibile tecnica vocale e musicale posseduta dalla musicista americana, quasi invidiabile. Ma chi sei, Norah? Sei la Norah delle ultime uscite country, rock-pop, emersa in album come Little Brocken Heart, o la Norah di questo Day Breaks? La poliedricità, in questo caso, lascia intravedere sperimentazione o incertezza?

La musicista torna con un disco che riprende i passi di quel Come Away With Me del debutto, che aveva letteralmente sbancato tutto, i premi, le vendite, tutto. Ma stiamo parlando del 2002: arrivata al sesto album non si può dire che la sua carriera abbia avuto il medesimo successo a seguire, nonostante, come dicevamo, poco venga messo in discussione. Ma di errori ne sono stati fatti, come il duetto con Billie Joe Armstrong dei Green Day, un esempio poco riuscito di sincretismo musicale. Questo ultimo lavoro è invece un ritorno alle origini, che a maggior ragione lascia ancora dubbi sulla creatività (attenzione, non capacità) musicale dell’artista: un lavoro talmente pulito, lindo, da risultare quasi asettico.

Qualcuno mi dica dove la Jones ha lasciato il carattere di Billie Holiday, la genialità di Ray Charles, le atmosfere evocative di Bill Evans, l’urgenza e la disperazione del blues che «sgorga dai margini feriti e sanguinanti della depressione urbana» (cit. di Goodman, ma presa da un articolo di Vice). Questione di carattere, probabilmente. E così Burn o It’s a Wonderful Time for Love suonano un jazz impeccabile, ma senza lasciare intravedere un apporto (personale) emotivo. Le note “blue” sono presenti tecnicamente, certo, ma rischiano di non esserci tra le righe dei brani. E non basta Wayne Shorter, il sassofonista, per lasciare a bocca aperta, nonostante la morbidezza del suono del suo sax. E non sarà un caso che le parti strumentali siano quelle che più fanno drizzare le orecchie, come in Once I Had a Laugh o And Then There Was You, che in particolare ci consegna sonorità trite e ritrite, bellissime certamente, ma private di inventiva.

Naturale viene il confronto con le tre cover presenti nel disco: una Don’t Be Denied di Neil Young carente di un impulso viscerale e autentico, o una Peace di Horace Silver nella quale (nonostante un sax potentissimo), il vibrato vocale della Jones non fa intravedere la solitudine di un personaggio malinconico perso per le strade notturne newyorkesi. E in Fleurette Africaine (African Flower) di Duke Ellington, dove sta quel gioco di tamburi dell’originale, che creava un effetto straniante e fuori tempo col pianoforte, accompagnato da una corda quasi senza suono, che donava immediatezza e anomalia all’ascolto? La versione di Jones, sebbene indubbiamente eccellente, sembra adatta a un palco di X Factor: la studiata e controllata ripresa del passato senza una rilettura (intima e confidenziale) nel presente.

27 ottobre 2016
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