• Apr
    16
    2018

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Un ponte che attraversa Napoli e mette in contatto passato e presente, tradizione e sguardo contemporaneo. È già un tormentone Nuova Napoli, il disco del duo Nu Guinea, pubblicato lo scorso 13 aprile sulla personale NG Records. Da quel giorno l’hype attorno a Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, napoletani di origine ma di base a Berlino, è cresciuto enormemente: l’album è andato a ruba, tanto che al momento in cui scriviamo tutte le versioni sono sold-out su Bandcamp, il nome del progetto compare nelle line-up dei festival italiani più apprezzati, dal Viva a Spring Attitude passando per Dancity e Fat Fat Fat, ed è anche riuscito a conquistatre il tempio del clubbing mondiale, il Berghain di Berlino.

Il disco pesca a piene mani dal Neapolitan Power – quel succoso cocktail di funk, jazz disco e dialetto napoletano che, negli anni 70′ e ’80, ha avuto in Tullio De Piscopo, Napoli Centrale e Toni Esposito i suoi più significativi esponenti – e lo ibrida con una narrativa da dancefloor più contemporanea, vicina alla house dei nostri giorni, territori che Di Lena e Aquilina hanno bazzicato fino ad oggi distinguendosi, dietro la consolle, per tecnica e gusto selettivo. Ma i due sono anche a loro agio con l’afro-beat, tanto che, due anni fa, hanno messo mano sugli originali pattern di batteria di Tony Allen per la serie Afrobeat Makers Series: il lavoro di rework è valso ai Nu Guinea un laconico complimento da parte del maestro dell’afrobeat. Insomma, Aquilina e Di Lena ne sanno in quanto a ritmi. E lo si sente nel groove irresistibile di Je Vulesse – con la voce di Fabiana Mortone che riprende il testo della poesia Je vulesse truvà pace di Eduardo De Filippo – lo space-funk dai tratti tropicali di Disco Sole e in particolare di Parev’ Ajere, racconto nostalgico, naturalmente in dialetto napoletano, dell’infanzia dei due producer, che si dipana su giri funky, contrappunti brasiliani e tastiere spacey. E ancora sia il jazz soulful evasivo di ‘A Voce E’ Napule e Nuova Napoli che le divagazioni al sax di Ddoje Facce e Stann Fore contribuiscono a creare questo clima squisitamente mediterraneo.

Non è pura retromania ma un’operazione che tenta di travasare la nostalgia in un contenitore attuale: eppure, nonostante il recupero dello space-funky dei 70s sia filtrato dalla produzione affidata a synth, drum machine e software contemporanei, non sono mancati i detrattori secondo cui non si tratta d’altro che di una (bella) copia di quanto già gente come De Piscopo e soci facevano ascoltare quarant’anni fa. Certamente chi ha vissuto quel periodo e dischi del genere li ha consumati abbondantemente, potrà condividere tale opinione. Ma potrà d’altro canto apprezzare la bontà dell’operazione, genuina perché vede i suoi autori omaggiare una tradizione sonora legata alla propria città di origine, Napoli appunto, riconosciuta in tutto il mondo. Ci sono anche altri aspetti, più contestuali e sociologici se vogliamo, dietro al successo del disco anche tra i più giovani, all’interno di una generazione che suoni del genere li ha ascoltati solo per tramite dei propri genitori. E risiede nel fascino che Napoli sta sprigionando in questo periodo: Liberato, con il suo mix di neomelodico e trap, e Gomorra, la serie TV dal successo planetario, hanno sdoganato fuori dalla Campania il dialetto partenopeo e hanno riacceso la luce sulla bellezza della città, sulle sue peculiarità eno-gastronomiche, sul suo essere connubio di tipiche contraddizioni. Da non dimenticare poi che le evasioni space-funk-disco sono tornate prepotentemente di moda: nei festival incentrati sul clubbing, il Dekmantel di Amsterdam su tutti, gli act più seguiti da hipster in camicie floreali sono quelli dominati da selector come Motor City Drum Ensemble, le cui collezioni viaggiano verso il funky degli anni Settanta e Ottanta, dalle nostre parti producer come Jolly Mare e Bruno Belissimo continuano a citare l’italo-disco più soleggiata, mentre in ambito jazz gli ultimi lavori di Shabaka Hutchings e Kamaal Williams (The Return, recensito su SA da Andrea Murgia) sono l’esempio di quanto space, fusion e funky siano il suono che fa tendenza.

Ecco, parzialmente spiegato, perché l’ottimo e gustoso concentrato di tradizione space-funk e localismo napoletano proposto dai Nu Guinea stia risuonando nelle orecchie di tanti. Il disco, di sicuro impatto sull’ascoltatore, ha anche dalla sua il merito di essere uscito nel momento giusto e nel posto giusto.

24 Luglio 2018
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