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6.9

Allora Damon, cosa aspetti a prendere la cornetta e chiamare Graham? Nel salto temporale al 1995 – vedi pure i redivivi e più che mai sgaloppanti Verve – mancano giusto i Blur, visto che quest’ormai ennesimo dei fratelli Gallagher pare riportare dritti dritti in carreggiata pure loro. E no, non sono le solite parole di circostanza profuse all’uscita di ogni nuovo disco, ché in effetti il reflusso dal ’98 in poi c’è stato, senza che tuttavia si sia toccato il fondo (i buoni singoli, pur rimasticati, ci sono quasi sempre stati). Ed è anche vero che lo scorso Don’t Believe The Truth si lasciava apprezzare come il lavoro onesto (ehm, sì…) di una rock band in decisa ripartenza, con la marcia ben ingranata pure se il motore va ancora a singhiozzo (vedi l’abbandono di Alan White e la telenovela con Zak Starkey, prima implorato come membro full time, poi licenziato per i classici scontri con Noel a registrazioni completate).

Come sbandierato dalla campagna promozionale (che, saprete, ha previsto anche un bell’attacco fisico sul palco ai danni di Gallagher senior), Dig Out Your Soul ci restituisce gli Oasis arroganti e tracotanti come forse solo ai tempi di Be Here Now (ma voi ve li ricordate mai sobri? mah), non certo stanchi di citare direttamente i favolosi Quattro (il finale di The Turning riprende di peso Dear Prudence), di graffiare come rock comanda (Bag It Up, Ain’t Got Nothing, Soldier On); di giocare forse più del solito con una certa idea di psichedelia (a partire dalla copertina firmata da un certo Peter Blake, ricorda qualcosa?); soprattutto di infilare nel cesto un singolo eccellente come Shock Of The Lightning, a mezzo fra eccessi di testosterone Stones e gli hook melodici killer di Definitely Maybe. Produzione e sound sono belli cicciuti e spavaldi, pur se un attimo risaputi (in due picchi della scaletta, Falling Down e Get Off Your High Horse Lady Noel si diverte a fare il Weller della situazione, e gli riesce abbastanza bene); epperò la nuova Wonderwall non arriva, specie con tutti gli alti e bassi di scrittura dettati dal recente assetto “democratico” che vuole autori anche Liam (sua la cosa peggiore, I’m Outta Time – un diretto omaggio a Lennon che somiglia più a uno scimmiottamento del rivale Robbie Williams), Gem Archer (la bella To Be Where There’s Life, però, viene da lui) e Andy Bell (niente da fare, ci mancano i Ride, cristo). Se aspettarsi un album perfetto dagli Oasis si è rivelato con gli anni quantomeno aleatorio, allora è sufficiente che si riesca ad intrattenere, e soprattutto perpetrare l’idea della band – in barba a Fratellis, Kaisers, Kasabian e compagnia brutta, e in nome dell’immarcescibile britpop di una volta. Dig Out Your Soul ce la fa benissimo, e se non saranno sfaceli, almeno c’è da divertirsi.

Ps: Jarvis, non sarà arrivato il momento di fare un trillo a Russell e Candida?

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