Recensioni

A tre anni dal mediocre Heathen Chemistry i fratelli Gallagher tornano alla carica e riprovano a conquistare lo scettro sfuggitogli di mano all’epoca di (What’s The Story?) Morning Glory, quando tutto il mondo era ai loro piedi. Oggi la (ex) “migliore band d’Inghilterra” sta lentamente risalendo la china dopo l’inevitabile calo di popolarità degli ultimi tempi: a rinfocolare l’attesa per questo nuovo album hanno sicuramente contribuito le insistenti voci riguardo una collaborazione (abortita) con i Death in Vegas e il reclutamento ai tamburi del figlio d’arte Zak Starkey; niente di nuovo, quindi, considerando che i fratellini hanno già bazzicato con l’elettronica (Chemical Brothers e Goldie) e che la loro beatlemania compulsiva non è certo un mistero.
La relativa novità consiste invero in un approccio musicale in qualche modo diverso rispetto agli esordi: se il profilo mediatico e pubblico dei Nostri è rimasto lo stesso (quell’arroganza da pub tipicamente british è dura a morire), certi sforzi dal punto di vista artistico e compositivo non possono passare inosservati. Agli esordi gli Oasis erano praticamente una one man band, con Noel a firmare tutti i brani e gli altri – compreso il fratellino Liam – a svolgere il ruolo di comprimari; allo stato attuale le penne su cui i mancuniani possono fare affidamento sono quattro (oltre ai Gallagher, anche il chitarrista Gem Archer e l’ex Ride / Hurricane #1 Andy Bell). Il risultato ricavato da questa nuova alchimia è sicuramente più eterogeneo (tanto che gli autori dei singoli brani sono facilmente riconoscibili), ma a conti fatti la sostanza non cambia più di tanto. Il suono ormai vira decisamente verso il rock, con Rolling Stones (il singolaccio Lyla), Who e addirittura Stooges (The Meaning Of Soul) e Velvet Underground (in Mucky Fingers) come numi tutelari; peccato che il più delle volte si vada a parare verso il pop rock più scontato e insipido (le stucchevoli Love Like A Bomb, Keep The Dream Alive e l’immancabile ballatone beatlesiano di Let There Be Love), anche se alcune intuizioni non sono proprio da buttare (certe cadenze acid folk in Turn Up the Sun e Guess God Thinks I’m Abel) e il tenore di Don’t Believe the Truth è sicuramente più alto rispetto ai precedenti passi falsi. Insomma, il giochino è sempre quello a cui i Gallagher ci hanno abituato da più di dieci anni: vestire i panni dei propri beniamini riproponendo (soprattutto nella forma e nelle intenzioni) lo spirito più trasgressivo del rock dei bei tempi andati, rivelandosi alla fine dei simpatici cialtroni e/o (dis)onesti amanuensi. Perfettamente in sintonia con i tempi che corrono, a pensarci bene.
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