Ride (UK)

Biografia

Puntare al cielo con gli occhi fissi sulle punte dei piedi

«All’inizio volevamo essere i Jesus & Mary Chain, i Sonic Youth, gli House of Love e i My Bloody Valentine tutto in uno» (Mark Gardener)

Un ritorno “telefonato” nel 2015, dopo quello di My Bloody Valentine e Slowdive, ma con non pochi elementi di interesse. Perché se è vero, che a Kevin Shields e soci spetta titolo di precursori e innovatori, mentre alla formazione di Neil Halstead va riconosciuta la profonda influenza sul pop più recente, fu il successo commerciale dei Ride a catalizzare l’attenzione di stampa e pubblico su un fenomeno all’apparenza velleitario come lo shoegaze. In prospettiva, i Ride sono la band che traghettò il pop indipendente dalle camerette degli adolescenti verso le charts; il punto di sutura fra il C86 e il Britpop. Gli Oasis erano ancora là da venire, quando Gardener e Bell assestavano il primo grosso colpo targato Creation, preparavano poderosi anthem come Leave Them All Behind e consentivano ad Alan McGee di investire in quel buco nero commerciale di Loveless. Non male per quattro imberbi studenti di Oxford, che all’epoca del debutto potevano appena dirsi maggiorenni.

I Ride nascono ad Oxford nel 1988 quando Mark Gardener, Andy Bell e Loz Colbert (tre studenti della Banbury College of Art) si ritrovano a condividere appartamento e collezione di dischi. C’è anche una ragazza con loro: è la fidanzata di Steve Queralt, un bassista che ha già suonato insieme a Colbert e che lavora nel negozio di dischi frequentato dagli altri tre, Our Shop. È lui a spacciare agli amici i vinili di gente come Spacemen 3, Loop, Dinosaur Jr, Pixies e Stone Roses. E non solo: “All’inizio volevamo essere i Jesus & Mary Chain, i Sonic Youth, gli House of Love e i My Bloody Valentine tutto in uno“, ricorderà Andy Bell, in un’intervista dei primi anni ’90.

Quando per la prima volta si ritrovano in una sala prove, dopo un breve consulto, i quattro attaccano con I Wanna Be Your Dog degli Stooges: «La scegliemmo quasi per caso», ricorda Bell, «perché era un pezzo che conoscevamo tutti. Quando fai un pezzo di un’altra band ed esce fuori meglio dell’originale, vuol dire che c’è un’alchimia speciale». Da quel punto in poi i quattro cercheranno sempre il loro peculiare modo di fondere melodia e rumore, romanticismo e “sturm und drang” sensoriale. «Eravamo capaci di suonare un pezzo dei Beatles e poi lasciarci andare a lunghe jam strumentali». È quello che fanno i Ride: costruiscono un ponte fra passato e presente preconizzando la musica del futuro, distorcono il folk rock dei 60s e il canto ieratico dei Byrds, immergono la tradizione celtica in una soluzione acida, per costruire inarrestabili flussi elettrici con cui disegnare scenari epici, che si espandono in lunghe e fluttuanti mura sonore e adornano le melodie come festoni natalizi.

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«Ci presentavamo come persone normali, come una band che voleva che i propri fans pensassero che anche loro potevano fare le stesse cose» (Mark Gardener)

Un’alchimia che dal vivo è letteralmente esplosiva. Bastano sei concerti perché le etichette si mettano alle loro calcagna. La prima è addirittura la WEA, che fa registrare alla band un provino ma che alla fine se la lascia soffiare dalla Creation (insieme a 4AD, la label prediletta del gruppo). All’epoca i quattro sono freschi della registrazione di una demo, realizzata a casa di Queralt e suonata a ripetizione dal dj Gary Crowley. La stessa che suscita l’interesse di Jim Reid dei Jesus & Mary Chain, il quale passa il nome del gruppo ad Alan McGee. Quando il manager londinese si presenta al concerto che i Ride tengono di spalla ai Soup Dragons, non vi sono dubbi su quale sia l’offerta che si aggiudicherà la band.

In quel momento la Creation sta vivendo un momento di impasse. Quello che fino a poco tempo prima era l’act economicamente più promettente, gli House Of Love di Guy Chadwick, ha appena firmato un contratto con la major Fontana, lasciando la label senza un gruppo di punta. L’entusiasmo intorno ai quattro di Oxford è così alto che molti all’interno dell’etichetta sarebbero disposti a proporre un accordo per ben sei dischi. McGee è molto più cauto. Si parte con un primo omonimo EP pubblicato a gennaio del ’90. Solo quattro tracce, tre delle quali già presenti sulla demo originale, che vedono protagoniste la melodia celtica di Chelsea Girl e la marziale Drive Blind, che grazie al riff distorto rubato a Picture of a Matchstick Man degli Status Quo, sembra un pezzo freakbeat suonato con la sega circolare. Risultato? La prima tiratura di 4.000 copie viene polverizzata quasi subito. Alla fine, con oltre 60.000 copie vendute, sarà il primo disco targato Creation ad entrare nella Top 75.

Cavalcando l’onda

Ancora meglio farà il secondo EP (Play) pubblicato appena tre mesi dopo. La melodia tersa di Like a Daydream, un “uber jangle pop” che vola sulle spire di uno dei assoli più evocativi mai realizzati da Bell, trascina il disco fino alla trentaquattresima posizione. Si tratterebbe del maggior successo di casa Creation, se poche settimane prima i Primal Scream non avessero fatto di meglio con la loro Loaded (#16). Poco male, perché in quel momento il caschetto dei Ride arriva nelle camerette degli adolescenti inglesi, costringendo pubblico e stampa a confrontarsi con il loro atteggiamento schivo e impacciato e spingendo il sensazionalista NME a coniare il termine “shoegaze” (per l’immobilismo che le band neo psichedeliche sfoggiano sul palco e la loro tendenza a fissare la nutrita pedaliera dei distorsori). «Non volevamo usare il palco come un trampolino per il nostro ego, alla maniera di grandi band del tempo come U2 e Simple Minds“, dirà Gardener con una dichiarazione che vale come un manifesto. “Ci presentavamo come persone normali, come una band che voleva che i propri fans pensassero che anche loro potevano fare le stesse cose».

Preceduto da un terzo EP (Fall, costituito da materiale che farà parte della scaletta dell’album), l’esordio sulla lunga distanza viene finalmente pubblicato ad ottobre. L’onda di Nowhere, una porzione di mare ritratta dal fotografo , è la metafora della situazione in cui si trova la band, il cui wall of sound quell’anno travolgerà tutto. Lo farà grazie a febbricitanti cavalcate elettriche come Polar Bear e Seagull (perfettamente bilanciate fra appeal pop e acide strutture free form) e a irresistibili melodie immerse nel vetriolo come quelle di Vapour Trail e Taste. Molto lo si dovrà all’affiatamento della sezione ritmica, agli ipnotici giri di basso di Queralt e all’inarrestabile drumming mooniano di Colbert. Dreams Burn Down, capolavoro del disco e apice della poetica del gruppo, è un muro di suono che si innalza come una cattedrale gotica, per poi collassare in un cumulo di macerie e ferraglia durante gli stacchi rumoristi. Lo shoegaze, in fondo, è tutto qui: nell’idea che si possa arrivare in paradiso su una scala di vetri rotti.

Ad un passo dal paradiso la band arriva davvero, con un undicesimo posto nelle classifiche degli album che la mette in condizione di pensare ad un follow up ambizioso. Persino di immaginare un doppio album che dovrebbe allargare lo spettro stilistico del gruppo. D’altra parte, l’EP uscito a marzo del ’91 (Today Forever) li aveva già visti rinunciare ai consueti assalti noisey per privilegiare delicate melodie elettroacustiche come quelle di Sennen. È così che nell’ottobre del ’91,  i quattro si ritrovano in studio con il produttore Alan Moulder, per registrare le 25 canzoni che faranno parte del nuovo album. Solo pochi giorni prima è stato pubblicato Nevermind dei Nirvana, l’album che cambierà tutto, e che, fra le altre cose traghetterà l’interesse della stampa dalle vicende inglesi a quelle della costa ovest degli Stati Uniti. Le luci dello shoegaze sembrano spegnersi così come si erano accese. Ribattezzato ironicamente “The scene that celebrates itself”, il dreampop non ha mai goduto fino in fondo dei favori della critica, che lo ha accusato spesso di rappresentare un sfogo all’autocompiacimento dei giovani borghesi britannici. Ne sanno qualcosa gli Slowdive, il cui diafano romanticismo rappresenterà il bersaglio preferito di una stampa ammaliata dalle sirene del grunge.

Per i Ride, nel cui patrimonio genetico sta inscritta tanta parte del noise e dell’alternative rock a stelle e strisce, la situazione è differente. Sono pronti a ribadirlo con un singolo mozzafiato come Leave Them All Behind, il cui ascolto in anteprima lascia Alan McGee letteralmente estasiato. Aperto da uno sfarfallio di synth alla maniera di Baba O’Riley, il brano è un gigantesco mantra che mescola elegantemente noise pop e stadium rock, riuscendo ad imporsi nelle charts nonostante la durata superi abbondantemente gli otto minuti. Going Blank Again, l’album che per volontà della concessionaria americana Sire finirà per essere singolo, è un distillato di potenziali hit. A partire da Twisterella il cui riff acido, parla già il verbo britpop. Il fluire anarchico dell’elettricità mostrato su Nowhere, viene ora disciplinato in brani più organizzati ma non per questo meno audaci. È il caso di Cool Your Boots, coloratissimo marchingegno noise pop che si spande per sette minuti in spirali colorate. Per certi versi Going Blank Again è un album vecchio stampo, che introietta il rumore di fine millennio e lo elabora in pastiche kinksiani (Making Judy Smile), allucinati frammenti psycho beat (Not Fazed) e poderose power pop song (Time of Her Time). Una scaletta inossidabile di temi che fungeranno da calco per l’indie pop di tutto il decennio e che si spingerà fino alla quinta posizione della classifica.

Ride - Portrait

«[Tarantula] È un disco che non conosco così bene. Non ricordo nemmeno la tracklist» (Mark Gardener)

L’offensiva del Britpop

È a quel punto che i Ride si imbarcano in un lungo ed estenuante tour mondiale che ne esaurisce le energie e li lascia alla mercé di uno dei quesiti più imbarazzanti con cui si possa avere a che fare dopo aver realizzato un disco di successo. Che fare? Un interrogativo pericoloso, nel momento in cui nuove e agguerritissime band (a partire dai Suede) stanno cannibalizzano l’attenzione di stampa e pubblico. Quando riappaiono sulle scene, dopo circa un anno di assenza, lo fanno con un sound che si è lasciato quasi completamente alle spalle il muro di distorsioni. Purtroppo quel che resta sono innocue canzoncine dal taglio 60s, che fanno pendant con il look mod oriented che il gruppo si è ritagliato. Col senno di poi, va riconosciuto a Carnival of Light di avere i suoi buoni momenti, soprattutto nelle melodie ispirate di 1000 Miles  e nei sognanti jangle pop di Natural Grace e Magical Spring (quella che più richiama le atmosfere conturbanti di Going Blank Again). C’è pure una cover: una deragliante versione di How Does It Feel To Feel dei Creation che per un momento riporta i feedback in primo piano e li segnala come veri prosecutori del verbo freakbeat. Il problema dell’album, oltre all’eccessiva rilassatezza e all’evidente mancanza di direzione, è il fatto di essere amleticamente diviso in due parti. Su un lato i pezzi di Gardener e sull’altro quelli di Bell. Una scissione non casuale, che lascia intravedere opinioni sempre più divergenti fra i due maggiori compositori del gruppo.

Le tensioni arrivano al punto di rottura nel ’96 proprio durante le registrazioni del quarto album. Su Tarantula il contributo di Gardener (vuoi per una crisi creativa, vuoi per il fatto che lascerà il gruppo proprio durante le registrazioni) resta confinato a due soli pezzi. «È un disco che non conosco così bene», ammetterà anni dopo. «Non ricordo nemmeno la tracklist“. La parabola dei Ride si chiude nel peggiore dei modi, con un album che replica stancamente i cliché del rock dei 70s facendo sembrare gli Oasis come dei raffinati chansonnier. Troppo brutto persino per la Creation (all’epoca ben più affaccendata dietro i fratelli Gallagher) che non si degnerà neppure di promuoverlo e che lo ritirerà una settimana dopo la pubblicazione. All’uscita del disco, tuttavia, la band è già storia.

Gli anni seguenti vedono Bell e Gardener impegnati a scacciare i fantasmi dei Ride con alterne fortune. Il primo ci riuscirà cavalcando quel che resta del britpop, dapprima con i pallidi Hurricane #1 (due album al loro attivo), quindi cooptato nel ruolo di bassista nella corazzata Oasis. Infine, dopo la diaspora del 2009, seguirà Liam Gallagher nei deludenti Beady Eye. Per avere notizie di Mark Gardener bisognerà scavare un po’ più a fondo. Dopo uno sfortunato tentativo, insieme a Loz Colbert, di fondere pop rock e sonorità electro nel progetto Animalhouse, inaugurerà una serie di interessanti collaborazioni che si consumeranno per lo più lontano dai riflettori. Nel 2005 pubblicherà il primo disco solista (l’interlocutorio These Beautiful Ghosts), ma la verità è che quando, dopo la prima serie di date che li vede protagonisti dei principali festival, i ricostituiti Ride annunciano di voler pubblicare un nuovo album, nessuno sa esattamente cosa attendersi da loro.

«[Il nuovo album] Sarà in parti uguali Motörhead e William Basinski» (Andy Bell)

Ricominciare a sognare

Le cose si fanno ancora più misteriose nel dicembre del 2016. In quell’occasione la band lascia trapelare notizie, dicendo di essere al lavoro con il produttore e DJ Erol Alkan (già visto di recente in azione con il progetto psych retrofuturista Beyond The Wizards Sleeve). Fanno sapere anche che il nuovo album ha un range di ispirazioni che vanno dall’irruenza dei Motörhead alle suggestioni ambient di William Basinski.

Pochi mesi dopo, il 22 febbraio 2017, il nuovo corso si concretizza nelle staffilate soniche di Charm Assault e nella sinfonia per voci mesmeriche Home Is a Feeling. Fanno seguito, il 26 aprile, le progressioni ritmiche di All I Want. Un quarto singolo (Lannoy Point) precede di pochi giorni l’uscita dell’album Weather Diaries. Il nuovo lavoro arriva ad appena un mese di distanza da quello con cui gli amici Slowdive hanno siglato il loro ottimo ritorno sulla scena. Ancor più di Neil Halstead e soci, però, i Ride sembrano essere intenzionati ad aprire un nuovo capitolo artistico. Il punto di partenza è la psichedelia estatica di Going Blank Againche secondo Bell aveva segnato il punto più alto della parabola della band. Su quelle premesse il gruppo elabora un sound più spazioso e definito, a cui il massiccio utilizzo di synth analogici e ritmiche kraut conferisce un persistente sapore retrofuturista. Con il prezioso contributo di Alkan, quello di Weather Diaries rappresenta un ritorno smagliante per i Ride, che nel corso delle interviste sostengono di essere nel pieno di nuova fase creativa e di voler dare un seguito alla storia del gruppo.

A conferma di quanto detto, il 16 Febbraio 2018 viene pubblicato l’Ep Tomorrow’s Shore, quattro brani che per densità qualitativa superano addirittura Weather Diaries e rifiniscono l’idea sonora dei Ride del nuovo millennio. Difficile parlare ancora di shoegaze, il loro è piuttosto uno psycho pop estremamente attuale nella sua smania retrospettiva. L’Ep si apre con Pulsar, marcia lisergica che più di ogni altro dei nuovi brani si ricollega melodicamente ai Ride di Going Blank Again; Keep It Surreal è un power pop romantico, condotto su ritmiche motorik ed estemporanee progressioni del solito Loz Colbert. Ancora meglio fanno gli ultimi due pezzi in scaletta. Il primo, Cold War People, è graziato da una melodia beatlesiana disciolta nell’acido alla maniera delle band targate Elephant 6. Catch You Dreaming chiude il disco lanciando definitivamente l’astronave Ride in un’altra galassia.  Si tratta del pezzo in cui più di ogni altro si avverte il tocco di Erol Alkan, che priva la band delle chitarre e la spinge nello spazio su flussi di morbida elettronica analogica che suonano come house music eseguita dai Kraftwerk. Con ogni probabilità un ciclo si chiude, ma la curiosità di capire quale sarà la prossima mossa è tanta e questo può già prefigurarsi come una vittoria da parte di Mark Gardener e soci.

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