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8.5

Leggenda vuole che Alan McGee, deus ex machina della Creation – etichetta di grido che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta trasformava in oro tutto quello che toccava mettendo il suo logo su alcuni dei dischi più belli e importanti di quel periodo (già solo nel 1991 l’infilata di Screamadelica dei Primal Scream, Bandwagonesque dei Teenage Fanclub e Loveless dei My Bloody Valentine avrebbe dovuto garantirne la gloria eterna) salvo buttarlo nel cesso tra mancanza di organizzazione, eccessi gratuiti e sindrome di Icaro – mette sotto contratto gli Oasis dopo averli visti in un pub di Glasgow dove lui capitava per caso e dove loro hanno suonato senza essere in programma (pensate al povero gestore del pub scozzese che si vede arrivare questa mandria di hooligan strafatti che si presentano dicendo «se non ci fai suonare ti sfasciamo il locale») come un utile riempitivo per un’etichetta che deve riprendersi da quel buco mangia soldi di nome Primal Scream.

È il 1993. Reduce dal successo di Screamadelica, la band di Bobby Gillespie sta infatti scialacquando tutti i soldi che ci sono nelle session infinite di quello che poi sarebbe diventato l’insensato Give Out But Don’t Give Up (con la Creation che ancora si stava ripigliando da un altro salasso, quello di Loveless dei My Bloody Valentine, lavoro costato tantissimo che ovviamente non è rientrato delle spese). Inoltre, il mondo musicale oltremanica sta aspettando la seconda venuta degli Stone Roses, in silenzio da quel concerto epocale di Spike Island. C’è spazio per infilare una banda di teppisti scappati di casa con un paio di canzoni niente male e sperare di guadagnare un po’ di soldi e tempo. Non può sapere, il buon McGee, di aver innescato una bomba ad orologeria che si sarebbe trasformata nell’ultima straordinaria stagione del rock con le chitarre. I nomi del cast li conoscete tutti. Non solo gli Oasis e i Blur, ovviamente; ma anche Suede, Verve, Pulp, Elastica, Sleeper, Placebo, Manic Street Preachers, Radiohead… ma anche le Spice Girls e Robbie Williams. E poi Kate Moss, l’artista Damien Hirst, designer, chef, la nuova Premier League, di tutto di più, fino ad arrivare all’elezione a primo ministro di Tony Blair: la grigia Inghilterra si trasforma, mette il turbo, si butta apparentemente alle spalle gli anni del thatcherismo (vestendolo di rosso e chiamandolo New Labour, ma questa è un’altra storia), inizia quel processo di gentrificazione mentale che vedrà il culmine nell’esplosione globale di Londra come centro del mondo. Glitter, luci, velocità, kitsch, cocaina, vitalità. In una parola: Cool Britannia.

Gli Oasis non sono responsabili di tutto questo, ma sono stati parte della colonna sonora di quella stagione. Forse la parte più importante o, per lo meno, più famosa. Sembra strano a pensarla adesso e per chiunque sia nato dopo il 1999 la domanda non ha senso, ma “Oasis o Blur” a metà anni Novanta rappresenta veramente lo scontro tra due visioni del mondo. Ovviamente la domanda è sempre stata stupida perché si tratta di due grandissime band che hanno fatto dischi bellissimi (i Blur per più tempo, ma anche questa è un’altra storia) messe in rivalità da una guerra mediatica che portava a vendere giornali e alimentare tutto un circo che ha bisogno costante di benzina.

Oasis in concerto. Irlanda, Slane Castle, 22 luglio 1995. Foto di Neil Fraser

Non che i protagonisti della storia non ci mettano del loro – le dichiarazioni fuori di testa di Liam e Noel Gallagher, le risposte non certo in punta di fioretto di Damon Albarn e Alex James – ma è tutto un sistema che richiede una recita permanente e gli Oasis sono i cattivi perfetti: provenienti dai sobborghi di Manchester, lontani dall’intellettualismo della Factory Records o dalla raffinatezza degli Smiths, appassionati di calcio, piccoli furti e droghe eccitanti; sboccati e violenti, figli degeneri di padre alcolizzato e scarsa scolarizzazione. In tutto questo, però, Noel Gallagher è anche capace di scrivere (copiando smaccatamente qui e là, certo) grandissime canzoni. Di quelle che ti si attaccano alla testa dal momento zero, che puntano a essere inni per chiunque voglia, il più possibile semplici e immediati, rudimentali nella realizzazione ma cristallini nella capacità di esserci e veicolare messaggi universali e un po’ faciloni di chi si sente un reietto e vuole solo un posto al sole qualunque cosa voglia dire.

(What’s the Story) Morning Glory esce nel 1995 ed è il secondo disco della band, che segue di un anno il folgorante debutto Definitely Maybe (1994). Si tratta di un lavoro importante non solo perché contiene le tre canzoni forse più famose scritte da Noel Gallagher — Wonderwall, Don’t Look Back in Anger e Champagne Supernova — ma anche perché è stato il disco con cui, al di là delle polemiche locali da battle of the bands liceale con i Blur (l’uscita del singolo apripista del rispettivo disco piazzata lo stesso giorno per fare la conta delle copie e decretare chi fosse il più grande: boys with toys), ha permesso alla musica inglese di sfondare negli Stati Uniti e diventare un, pur fugace, fenomeno.

In questo contesto adrenalinico e pieno di contraddizioni che ha avuto come risultato, vent’anni dopo, il realismo capitalista, i Coldplay, la sconfitta della sinistra, il referendum sulla Brexit, una Londra invivibile e al collasso, Ian Brown, Noel Gallagher e Liam Gallagher che parlano a vari livelli di rifiuto delle mascherine, si muovono canzoni che funzionano come perfette catalizzatrici di un momento, di un sentimento, di una rivendicazione popolare verso un futuro possibile lontano dalla fabbrica (che ha chiuso un po’ ovunque), dal sussidio, dal grigiore delle council house brutaliste in cui gli Suede due anni prima ambientavano il video apertamente disturbante, queer e gender fluid di Animal Nitrate.

Canzoni, inoltre, la cui musica richiama apertamente l’intera storia del pop britannico, quello visto alla televisione, nei programmi popolari (non solo Top of the Pops), nelle pubblicità. Ma anche motivetti di successo orecchiati qui e là e riproposti più o meno pedissequamente e risolti in tribunale (ad esempio la b-side Step Out oggi attribuita a Noel Gallagher e Stevie Wonder, che non ha preso di buon grado gli eccessivi richiami alla sua Uptown). Ci sarebbe tantissimo da scrivere a riguardo, dall’estasi dell’influenza alla natura ‘creativa’ del plagio, alla natura intrinseca di riproducibilità tecnica della musica pop che si fonda sul richiamo, il contagio, la filiazione; oppure, di come quella degli Oasis possa provocatoriamente chiamarsi “ghost music”, pop che fa affiorare i fantasmi di un tempo perduto ma rimasto presente sotto i lustrini e le luci della ribalta. Ma soprattutto, di come dietro l’apparente rudimentalità del metodo Gallagher, un collage artigianale di tutto quel che funziona per fare grande una canzone, ci sia in realtà una stratificata ricchezza di riferimenti e un sincero amore per quel tipo di suono da cui gli Oasis arrivano.

Liam Gallagher, still dal videoclip di “Wonderwall” degli Oasis

Meno acerbo e “punk” dell’esordio, infatti, in (What’s the Story) Morning Glory trovano spazio il glam rock ultra scintillante da classifica degli Sweet così come quello più rozzo degli Slade, fino ad arrivare al santino di Marc Bolan — da Roll With It e Hello a She’s Electric —, l’epica rock and roll da ballata comunitaria che con la mano destra dice Beatles e con quella sinistra U2Wonderwall, capolavoro assoluto di perfezione pop trasformata in canzone d’amore buona per tutte le stagioni oltre che tormentone per ogni chitarrista da spiaggia che si rispetti, o Cast No Shadow, gioiello del disco dedicato al “genio di Richard Aschcroft” — e singalong da “manuale del ritornello” (Don’t Look Back In Anger, prima canzone cantata interamente da Noel e diventata inno per tutti i fan del gruppo, i madferit). Fino ad arrivare alla grandeur “larger than life” di Champagne Supernova, monolite sonico di quasi 8 minuti diventata addirittura singolo in faccia alle convenzioni e alle logiche di mercato con la band che, già in preda a quei discreti deliri di onnipotenza che raggiungeranno vette grottesche nel successivo Be Here Now (1997), registra una quindicina di chitarre che fanno più o meno la stessa cosa facendosi aiutare anche da Paul Weller. Pezzo stupefacente che ancora adesso non sembra durare così tanto.

Quella assurda stagione per gli Oasis ha una data di fine. 11 agosto 1996. Data del secondo trionfale concerto che la band tiene a Knebworth Park, 50 chilometri da Londra, dove attesta il proprio trionfo davanti a 250 mila persone. Si fossero sciolti il giorno dopo, saremmo davanti a una storia folgorante, più grande della vita e delle ambizioni di chiunque: scappati di casa, partiti dai sobborghi di una Manchester decaduta armati di due canzoni e una notevole faccia tosta, arrivano per un mix di fortuna, perseveranza e “momentum” a essere la più grande (non la migliore: la più grande) band del mondo (quando per essere grandi nel pop voleva dire affrontare gente come U2 e R.E.M. all’apice della loro fama); un gruppo che con due dischi di grandi canzoni aveva racchiuso meglio di altri (anche se gli altri avevano fatto dischi migliori, più ricchi, variegati, stilisticamente interessanti e capaci di vincere la prova del tempo) quel senso di riscatto che l’intero paese stava vivendo. Seguono invece altri tredici anni di dischi tra il buono e il pessimo, troppo gossip, conflitti egomaniaci e uno scioglimento triste e inevitabile (28 agosto 2009, a Parigi) che ha generato una carriera solista inutile — quella di Liam, che nonostante un buon ultimo disco soffre nel voler riproporre la formula degli Oasis da solo — e una interessante ma incompiuta, quella di Noel, forse ormai un po’ troppo sicuro di sé per andare a pescare a fondo nelle inquietudini profonde delle sue pur buone intuizioni musicali.

Però è fuor di dubbio che tra il 1993 e il 1996 qualunque cosa fosse successa e qualunque idiozia fosse arrivata nel mezzo, gli Oasis hanno avuto ragione. Su tutto.

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