Recensioni

È brutto a dirsi, ma tutto ciò che rappresentava il punto di forza dell’arte di Kevin Barnes si sta trasformando nella sua zavorra. Più di ogni altra cosa, quel modo di trasformare i brani (e gli album) degli Of Montreal in una specie di seduta psicanalitica con cui rielaborare capricci e drammi personali. Dico questo perché, quando i brani si risolvono in verbosi monologhi interiori, la musica finisce per diventare un accessorio, si fa lambiccata e dispersiva, subordinata com’è a stream of consciusness ed evoluzioni caratteriali. Se fino a False Priest questo poteva essere accettato in virtù di quel groove electro funk che fungeva da potente filo conduttore, oggi i brani si risolvono in un percorso accidentato e frammentario che fatica a coagularsi in vere e proprie canzoni.
È un peccato, perché a livello strettamente sonoro Aureate Gloom è uno dei dischi più affascinanti a firma Of Montreal. Fieramente chitarristico, nel suo tentativo di recuperare lo spirito della New York del CBGB’s e del Max’s Kansas City. Analogamente a quanto aveva fatto per il suo album californiano, questa volta Barnes se n’è andato a zonzo per la Bowery cercando di intercettare i fantasmi di New York Dolls e Television. Questo almeno sulla carta, perché poi, come al solito, al centro di tutto c’è l’ego smisurato dell’artista.
Questa volta c’è da metabolizzare la recente separazione dalla moglie, ecco perché i testi soffrono di un surplus di cinismo e spregiudicatezza. Il tutto è talvolta funzionale al taglio glam e sguaiato della messinscena. Altrove invece l’ispirazione suona un po’ troppo annacquata. Così se su Monolithic Egress sembra di ascoltare i Dolls alle prese con una suite prog, Apollyon of Blue Room stempera senza costrutto il nervosismo del punk e l’irruenza del power pop, rinfocolando quella sensazione di occasione mancata che aleggia su tutto l’album.
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