• mar
    17
    2017

Album

Ala Bianca, Warner Music Group

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Registrato e prodotto dalla conoscenza di lunga data della band Howie B assieme il sound engineer Joe Hirst (Placebo, Jarvis Cocker), Secret Fires, il terzo album degli Ofeliadorme, si presenta già dalla confezione come la proverbiale prova del nove per un gruppo che calca le scene italiane (con qualche capatina internazionale) da ben 10 anni. Vuoi per il passaggio ad Ala Bianca (con distribuzione Warner), vuoi per il cambio di sonorità (più adulte ed elettroniche) e d’attitudine (pop d’autore non lontano dai Beach House), questo è un disco importante con il quale d’ora in poi Francesca Bono, Michele Postpischl e Tato Izzia si dovranno confrontare.

Nel 2017 il trio di stanza a Bologna porta ancora nel cuore la lezione wave pop dei Blonde Redhead, il cui sound più angolare e chitarristico prima e via via più dreamy/elettronico poi, rappresenta ancor oggi un filo rosso ideale per riavvolgere la loro carriera musicale fino alle nuove composizioni; canzoni che, rispetto a quelle contenute nel precedente Bloodroot – e in quell’EP di transizione molto 90s che era The Tale – si spogliano, giocoforza, della dialettica pro/contro del fascino “di genere” per abbracciare un’emancipata autorialità dalle rotondità inedite. Snocciolando i grani di quel brumoso rosario dream, pop e wave che tanto abbiamo ascoltato ed apprezzato nei 90s (da quello della 4AD e oltre), le canzoni di Secret Fires si muovono svincolate dalla facile etichettatura (non è proprio trip hop quello che s’ascolta qui), per abbracciare uno sfaccettato art pop dal lato di una Kate Bush – dunque con i margini giusti per una materna radiofonia – piuttosto che da quello sofisticato/esotico/diafano che da sempre caratterizza la prosa di Kazu Makino, scelta che – ascoltando My Soldiers – sembra sposarsi bene con la narrazione che Francesca Bono ha bene in mente per questa tracklist. Canzoni eteree quanto si vuole (vedi la portisheadiana opener Alone With The Stars) ma ancorate melodicamente ad un formato fatto di circolarità ma anche di marcature tematiche che, soprattutto a livello di testi, presenta un fascino distante ma non di meno intenso (le puoi leggere anche come bisogni e desideri carnali sotto la lente di una pagana trascendenza).

A livello produttivo Howie B ha rappresentato la perfetta controparte di questa visione artistica; una scelta azzeccata per la curatela di un disco che non ricalca i cliché applicati dal producer nel remix del 2012 di Paranoid Park ma si presenta come qualcosa di più sfaccettato e svincolato dal tempo. Dalle pennellate di synth alle avvolgenti linee di basso (quelle sì belle triphoppeggianti), dai volumi applicati alle scintille wavey delle chitarre al ruolo laterale riservato alle batterie che spesso sfumano nei bassi in generale, Secret Fires è materia b/w dalla densità e contorni gassosi (Body Prayer) che la Bono è in grado di assorbire osmoticamente restituendo all’arrangiamento un/una songwriting/performance che sa farsi mimetico/a, protagonista di una rotta generale che dalla dominante noir diventa più angolare e rock (quella Visions con il ritornello più orecchiabile in scaletta – «I don’t wanna do the talking, as usual»).

Un disco solido non soltanto dal punto di vista delle professionalità applicate a contorno, dunque, ma qualcosa che risponde a una fusione a freddo tra professionalità e ispirazione, precisa visione artistica e un grande controllo sulla voce da parte di Francesca, che non ha smorzato lo slancio pop a un disco di spessore e senza praticamente cali di intensità nei suoi 37 minuti di durata.

17 marzo 2017
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