Recensioni

Comincia con una fine, l’ultima fatica degli Okkervil River, nell’apertura di Okkervil River R.I.P.. Sarebbe meglio dire, però, che comincia con una fine la stessa vita di Will Sheff, titolare unico della ragione sociale, che con Away riparte senza gran parte dei compari di prima. Lo fa senza guardare molto al mondo attorno, a livello sonoro: questa è musica che potrebbe essere stata registrata in qualche scantinato dylaniano a fine Sessanta, o in una West Coast depressa, o in qualche angolo rurale. È musica da domenica mattina di relax dal caos lavorativo, ma che nasconde profonde, dense inquietudini. Come quelle di Sheff nei confronti del mondo della musica e del proprio ruolo di artista. E anche del proprio passato se, come dichiarato da lui stesso, queste canzoni rappresentano una sorta di death story della sua esistenza precedente.
Un disco che entra piano, di una lentezza quasi disarmante, che germoglia in quella zona tra il “potenzialmente noioso” e l’artigianato che lascia il segno, ma a modo suo. Perché proprio con lentezza e ascolti attenti e ripetuti, Away riesce infine a conquistare l’ascoltatore. È musica che si muove per essere fuori dal tempo, sul piano strumentale. Canzoni che, a livello testuale, vivono però una dicotomia: calate nella realtà contemporanea da un lato, con la cronaca e la crudezza, e nel romanticismo dall’altro. Una dimensione che guarda spesso il mondo esterno ma senza dimenticare l’intimo: non è un mistero che uno dei motori del disco sia stata la morte del nonno di Sheff, a cui il leader è stato accanto in ospizio negli ultimi giorni. Album che vive della personalità del leader, che guida il suono seguendo fari dell’Americana come The Band, facendoli incontrare a un incrocio con la logorrea di Sun Kil Moon (come nella bella Call Yourself Renee), in questo non lasciando mai molto spazio al non detto: come esempio valga The Industry, scarico di bile torrenziale, a livello linguistico, verso il mondo discografico.
In mezzo alle chitarre acustiche, alle batterie spesso battenti e spesso jazzate, alle tastiere e alle corde di varia natura che riempiono Away quasi in ogni anfratto, la voce di Sheff passa dallo svenevole al sofferente, al grintoso (!), come in Frontman In Heaven, dove pare di sentire addirittura Robert Smith dei Cure. La sezione ritmica che vive di discrezione, le chitarre che spesso si spingono sul percussivo ma senza mai dimenticare l’arpeggio, il tocco emotivo. Fino al finale del disco, con la bella Days Spent Floating (In The Halfbetween), che ricorda in alcuni passaggi quel momento meraviglioso della musica statunitense che è In Memory Of Elizabeth Cotton dei fIREHOSE. Già questo è abbastanza per farcela piacere, un po’ come tutto il disco.
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