Film

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Piccola ma sacrosanta precisazione: questa analisi riporterà il titolo originale dell’opera e non la traduzione italiana “La rivincita delle sfigate”, che non soltanto tradisce l’intenzione dell’autore – in questo caso degli sceneggiatori e della regista Olivia Wilde – ma anche il senso della storia, la morale dei personaggi e l’importanza della terminologia. Nello slang americano “booksmart” indica colui o colei in grado di avere successo in ambito accademico e del tutto incapace di ottenere gli stessi risultati sul piano sociale. Molly e Amy, le protagoniste del film, sono due brave ragazze, non troppo cool, talmente investite dalla loro identità ben definita da non riuscire a vedere oltre le proprie convinzioni (un problema già affrontato da The Edge of Seventeen di Kelly Fremon Craig), pertanto l’appellativo di “sfigate” lascia il tempo che trova. In un’altra situazione le outsider avrebbero cercato la loro rivalsa nei confronti dei bulli, ma in Booksmart accade il contrario, innanzitutto perché Molly e Amy sono brillanti, divertenti, equilibrate, forse solo un po’ rigide, e poi perché non c’è alcun equilibrio da rivendicare o lezione da impartire. Questa svolta centrale nella trama è di per sé un grosso sconvolgimento e punto di rottura con la tradizionale narrativa per adolescenti del cinema dagli anni Ottanta a oggi, ragion per cui reiterare certe dinamiche da “sfigati contro normali” è sintomo di arretratezza e povertà culturale; bisognerebbe invece sottolineare l’importanza di uno scenario dove i secchioni – da sempre dipinti come vittime del sistema di potere – scoprono che i compagni giudicati promiscui e poco intelligenti sono stati ammessi in college prestigiosi. Le etichette con cui la società ci definisce non esistono, i pregiudizi decadono e la netta divisione fisica e caratteriale che definiva i protagonisti delle commedie di John Hughes è un’idea ormai superata.

Spesso nel genere teen i booksmart sono ritratti in modo unilaterale, cioè bravissimi nello studio ma socialmente disagiati, mentre qui tutti i cliché vengono messi in discussione: il bello della scuola è anche studioso, la ragazza popolare che le voci di corridoio ritengono una poco di buono è entrata a Yale ed è fiera della sua libertà sessuale. C’è poi una partita che la pellicola gioca all’esterno, con una trama apparente (tanto per ribadire il contrasto tra reale e percepito) che parla di due emarginate per scelta e della decisione di partecipare alla loro prima e ultima festa (torna il concetto di scadenza e del carpe diem come in La vita è un sogno e Tutti vogliono qualcosa!! di Richard Linklater), e una all’interno, sottintesa e ricercata, che in fondo è il vero tocco originale della sceneggiatura di Emily Halpern, Sarah Haskins, Susanna Fogel e Katie Silberman, ovvero la bellissima, platonica e sincera storia d’amore tra Molly e Amy e il significato della festa, che simboleggia la fine di quell’amore. Dopo il diploma le amiche partiranno una per l’università, l’altra per un anno di volontariato in Africa, pertanto non potranno più vedersi regolarmente, vivere a stretto contatto e condividere le esperienze quotidiane.

Se di “prime volte” parla Booksmart, allora la prima separazione da chi ami assume un valore molto più tragico di quanto sia in realtà. Perfino il finale ripropone un grande classico della grammatica rom-com, il saluto in aeroporto con tanto di parole non dette ed emozioni strozzate dalla malinconia. La scena sembra identica a quella di Lady Bird, solo che lì c’erano una madre e una figlia, e proprio come nel film di Greta Gerwig ci si muove sui binari del breakup movie, con le ragazze che si amano a tal punto da riconoscere che per trovare loro stesse dovranno separarsi e affrontare il mondo adulto. Con quel gioiello di cinematografia Booksmart non condivide solo l’epilogo e una delle attrici – Beanie Feldstein – ma anche la voglia di avvicinarsi a ogni personaggio minore con profondità, così da farlo sopravvivere al di fuori dello schermo accrescendo la curiosità dello spettatore.

L’universo inquadrato dalla Wilde, come avrete intuito, è ancora più omogeneo di quello dei soliti teen movie americani, difficile da classificare e fluido anche dal punto di vista della rappresentazione, come se raccogliesse l’urgenza di fotografare un’epoca in continuo cambiamento e di cui le nuove generazioni sono il ritratto migliore (per apertura politica, sociale e sessuale), dove il genere spazia dal buddy movie alla comedy demenziale, toccando perfino il musical e la stop-motion, in un’alternanza di piani che insieme funzionano. La Wilde l’ha descritto come il Training Day per liceali e non ha tutti i torti: la scuola, in quel determinato periodo della vita, sa essere un campo di battaglia, ed è troppo facile pensare che sia un’idea esagerata o che gli adolescenti vivano le cose troppo intensamente; quando ci sei dentro l’emozione arriva più forte, proprio perché si tratta della prima cotta, della prima delusione, del primo litigio, del primo bacio e del primo rapporto. Lo si intuisce nella scena in cui Amy sfiora con il gomito il ginocchio di Ryan e il tempo sembra rallentare mentre le luci della festa diventano rosa e gialle come se il cuore si fermasse.

La magia del cinema sta nel suo saper mostrare attraverso la musica e le immagini ciò che avviene nella testa dei personaggi, e quei pensieri si trasformano sullo schermo in fantasie romantiche: accade, ad esempio, quando Amy si getta in piscina inseguendo la ragazza che le piace (in sottofondo risuona un bellissimo pezzo di Perfume Genius, Slip Away), e la sequenza ambientata sott’acqua rappresenta il galleggiare letterale e metaforico di una scarica di energia pazzesca («Every jump, every single beat, they were born from your body») e di quello stato mentale finalmente libero che viene interrotto bruscamente quando Amy riemerge dall’immaginario idealizzato e scopre Ryan che sta baciando un altro; un episodio analogo si verifica poco prima quando Molly varca la soglia della festa e inizia a sognare ad occhi aperti di essere la protagonista di un musical e di ballare sulle note di una canzone in stile Broadway con Nick. Ancora una volta c’è un film dentro il film e Booksmart riesce a far coincidere il linguaggio della realtà con l’immaginazione.

Per John Hughes e il filone degli anni Ottanta gli adolescenti erano soggetti da analizzare e prendere sul serio (nessuno, fino ad allora, l’aveva fatto), per gli autori venuti dopo (Coppola, Korine, Araki) sono diventati individui da compatire perché la società li aveva trasformati in mostri, ma per Olivia Wilde e quei registi che hanno scelto di approcciarsi al tema forse sono davvero la speranza per un domani senza pregiudizi ed etichette. Praticamente il teen movie del futuro che vorremmo fosse già presente.

15 Settembre 2019
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