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Olivier Assayas è tornato finalmente a Venezia dopo il “sessantottino” Qualcosa nell’aria – Aprés Mai che, seguendo le vicende politiche e sentimentali di un gruppo di studenti rivoluzionari, si era aggiudicato il premio per la miglior sceneggiatura. La sua nuova opera, Doubles vies (titolo internazionale Non-Fiction, mentre per il nostro paese si è optato per il banalissimo Il gioco delle coppie), è concepibile come il capitolo “leggero” di un ideale percorso riflessivo sull’arte, il cui inizio è rintracciabile nel commovente L’Heure d’Etè (commissionato proprio dal Museo d’Orsay), proseguito con il suo picco più intenso nei tormenti della diva di Juliette Binoche in Sils Maria ed un “apocrifo” seguito con il recentissimo thriller Quello che non so di lei di Roman Polanski (Assayas ne ha co-firmato la sceneggiatura).

Con Doubles vies Assayas torna nei salottini privati della Parigi contemporanea, città che sta subendo quello che nello stesso film viene definito “il tempo della post-verità”: come in molti altri paesi del mondo, la rivoluzione digitale e l’esplodere delle logiche social hanno fatto piegare il processo di democratizzazione della società verso una negativa esaltazione della mediocrità e della menzogna (basta che sia condivisibile) rispetto alla qualità e alla sincerità (soprattutto se amara), e questo ha avuto inevitabili ripercussioni sull’intera industria culturale. In questa atmosfera poco serena, colpa anche delle nuove ed estremiste politiche del consenso, lavorano l’editore Alain (Guillaume Canet) e la moglie Selene (Juliette Binoche), attrice impegnata in una serie poliziesca. Il rifiuto dell’ultimo manoscritto dell’amico Léonard (Vincent Macaigne) dà inizio ad una serie di riflessioni intellettuali (e non), consce e inconsce, che arrivano a stuzzicare ciò che nei rapporti era stato tenuto segreto.

Esattamente come in Personal Shopper (altro tentativo di rileggere la modernità e l’ossessione per il mondo digitale declinato però in salsa thriller), Doubles Vies utilizza un preciso genere cinematografico per poter parlare di tutt’altro. In questo caso, è la commedia ad essere un utile amplificatore per un discorso molto più complesso sull’oggi: sono i periodi più contraddittori e frustranti ad alimentare il fuoco della ragione, a metà tra la salvaguardia di un passato certo e il salto di fede verso un futuro sconosciuto (in mezzo alla moltitudine di dialoghi serrati, il regista trova il tempo anche di richiamare alla memoria Luci d’Inverno di Bergman e Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma anche di criticare ferocemente certi comportamenti tipicamente borghesi, come il nascondersi dietro un film di Haneke che non si è mai visto).

Cartaceo o digitale, libro o tablet, letteratura o social, scrivere senza leggere o leggere senza scrivere, libertà di parola assoluta o parziale, immagine privata o immagine pubblica, acida verità o dolce bugia, lo spaventoso nuovo o il consumato vecchio… la cerchia di amici e parenti che ruota intorno ad Alain e Selene non si fa problemi a introdurre il seme della discussione (altre volte della discordia) all’interno di qualsiasi situazione di gruppo, che sia una cena in casa, un incontro in un bar o un evento pubblico. Si parla di qualsiasi di cosa ma, allo stesso tempo, anche di niente, e forse è questo il problema maggiore del film, reso poco interessante da una caterva ciclica di concetti e preconcetti, di opinioni e di “dogmi” che invece di migliorare il semplice e “spensierato” intreccio, lo appesantiscono di déjà vu e ovvietà. Molto di quello che viene detto con tanto fervore (e cinismo) è già stato affrontato precedentemente dallo stesso Assayas, spesso anche in una forma migliore, dove tutto non veniva svelato allo spettatore (forse per un’urgenza maggiore o un focus più centrato e ispirato): il pungente dibattito politico (Qualcosa nell’aria – Apres Mai), l’emotività dietro l’opera d’Arte (L’Heure d’Etè), l’utilizzo del privato nel lavoro (Sils Maria) e la comunicazione digitale (Personal Shopper); non che in Doubles vies si analizzino per filo e per segno tutti quegli spunti che scoppiettano come petardi però, proprio per un vertiginoso avvitamento sugli stessi temi, non c’è spazio per una manovra autonoma.

A proposito del cast c’è da dire che il film scorre nei suoi alti e bassi grazie alla naturalezza degli interpreti, soprattutto nella logorrea della prima parte (in primis il divertente e caratterista Vincent Macaigne, a cui è lasciato il tenero finale), ma è impossibile non notare una piccola dose di incertezza in alcuni passaggi dalla retorica ingarbugliata. Sicuramente tutte le sequenze da pura commedia scivolano senza inceppi nei divertenti equivoci e nei (soliti) tradimenti, merito di un regista esperto che rimane uno dei più interessanti e amati del panorama francese, ma quando sopraggiunge quello che sarebbe dovuto essere il punto di svolta del film era lecito aspettarsi qualcosina di più.

2 Settembre 2018
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