Recensioni

Abbandonato il palcoscenico – i suoi due ultimi film si basavano su altrettante pièce teatrali dall’indiscusso fascino claustrofobico – Roman Polanski torna alla comodità stilistica del romanzo, senza tuttavia rinunciare a quell’enfasi da palcoscenico che contraddistingueva Venere in pelliccia (2013) e Carnage (2011). Il testo di partenza è Da una storia vera, scritto da Delphine de Vigan e pubblicato nel 2015, a cinque anni di distanza dal successo di Niente si oppone alla notte, biografia romanzata della vita e del suicidio della madre, libro più venduto in Francia di quell’anno (2011). È un film di doppi che si rincorrono e si intrecciano mantenendo un legame strettissimo ma senza arrivare mai a intrecciarsi, a strozzarsi l’uno nell’altro. Questo perché Quello che non so di lei è tanto la continuazione di un discorso di specchi che riflettono la realtà attuale che il regista polacco aveva lasciato in sospeso da L’uomo nell’ombra (2010), quanto la prosecuzione naturale di un’analoga analisi della realtà attraverso il filtro dell’era digitale cominciata da Olivier Assayas – co-sceneggiatore del film – prima in Sils Maria (2014) e successivamente in Personal Shopper (2016).

Non è un caso che una delle due protagoniste del film – la Leila di una Eva Green quasi archetipica nella sua dimensione demoniaca – ricopra la figura di ghost writer (come il personaggio senza nome di Ewan McGregor nella pellicola del 2010), e non è certo una ricaduta il fatto di trovarsi davanti per l’ennesima volta nel cinema di Polanski a un universo femminile sfaccettato e carico di profondità tanto narrative quanto sensoriali. Il gioco delle parti tra i personaggi in campo – sublimato magnificamente in metafora sessuale in Venere in pelliccia – qui ha i contorni della ghost story (ancora Personal Shopper) e del thriller psicologico, dove una figura compirà un vero e proprio stupro della mente altrui, inteso nella sua funzione più moderna possibile e con annesso anche l’esplicito rimando al cyber-bullismo. Delphine, all’indomani del clamoroso successo del suo ultimo romanzo biografico, cade vittima del famoso “blocco dello scrittore” e contemporaneamente un anonimo la condanna per aver sfruttato la tragica storia della propria famiglia per tornaconto personale. A salvarla da questa improvvisa impasse e minaccia sembra arrivare dal nulla Leila, accanitissima ammiratrice, il cui attaccamento alla sua persona assume ben presto connotati decisamente morbosi.

Se pensate che l’inganno ordito dall’inedita coppia Polanski-Assayas sia palese e sbandierato fin dalle battute iniziali di questa macabra storia di sussurri (e grida), allora siete appena caduti nella doppia ragnatela degli autori, i quali hanno sempre cercato di tessere una doppia narrazione che procedesse uguale e contraria, trasparente e mascherata insieme, sbandierata e abilmente taciuta fino al meraviglioso finale. Dal canto suo, la mano di Polanski – che a 84 anni conserva una giovinezza artistica inesauribile – si avverte in ogni sequenza, ad ogni millimetrico e studiato stacco di montaggio; nella perfetta direzione delle due attrici protagoniste – con Emmanuelle Seigner che comprime quel suo irresistibile fascino a metà tra l’angelico e il demoniaco per farlo poi esplodere nelle ultime battute; nella critica ai modelli comportamentali della società contemporanea, i quali seppur un po’ troppo espliciti non appaiono mai fallaci o forzati; nel sotto-testo metanarrativo che assimila la figura dello scrittore (e quindi del regista) a un vampiro disposto a divorare ogni respiro umano per il pubblico ludibrio; nelle sequenze oniriche che strizzano l’occhio a Dalì; negli insistiti primi piani sui volti delle due muse del film, che nel corso della narrazione compiranno più di una trasformazione (non solo fisica).

In questa danza tra penne e sguardi (la storia della de Vigan, più le visioni di Assayas e Polanski), i due registi donano un ritmo e uno stile pienamente riconoscibile a Quello che non so di lei, cui forse manca proprio un pizzico di coraggio in più che avrebbe garantito un notevole sconfinamento nel genere puro (un po’ come accadeva a Venere in pelliccia o – per andare più indietro nel tempo – a L’inquilino del terzo piano). Quello che sappiamo, invece, è che Polanski (e per estensione Assayas) sta vivendo un periodo d’ispirazione invidiabile e che dovrebbe far gola a molte giovani generazioni di cineasti.

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