Recensioni

7.3

Somehow the music we grew up listening to doesn’t relate to our adult reality and our new dreams

The Age Of Oneohtrix Point Never, anzi, Magic OPN. Gioco di parole per dire che Daniel Lopatin torna ad un paio di anni dal sopracitato lavoro che presentava il Macbook in copertina con un disco che lo riporta alle frequenze e all’etere con un taglio particolare.

In una modalità apertamente autoreferenziale, e dice lui, umanistica, abbiamo così l’età di OPN, alias e seconda pelle dello stesso Lopatin, un’autobiografia sulla sua avventura musicale concepita nell’accezione di orsonwellsiano sceneggiato radiofonico, magari aggiornato al documentaristico A Life on Our Planet di David Attenborough: il racconto in terza persona di uno dei più riconoscibili e originali autori concettual-elettronici degli anni ’10. Ok, la chiosa l’abbiamo aggiunta noi ma questo disco, che continua sulla falsariga (della già falsata riga pop) del precedente, tenta una summa del Lopatin pensiero prestandola al servizio di canzoni che più che canzoni sembrano le versioni panettone Bauli del Commercial Album dei Residents. Niente di nuovo se affermiamo che il pop e il soft rock di Lopatin sono puro simulacro, imitazione di imitazione, archivi radiofonici anni ’80 della sua amata Magic 106.7 passati e ripassati. Anni dai quali non si esce vivi che storicamente rappresentano sia l’inizio del post-moderno per le masse, sia la primissima infanzia dello stesso Lopatin cresciuto sulle frequenze della sopracitata radio (alla quale deve anche il nome d’arte), un pre-internet che né lui né noi possiamo immaginare senza computer, web, interfacce e connessioni, con tutto ciò che questo comporta, a partire da un forte senso di perdita.

Breakkando continuamente sul canale (radio), o meglio, smanopolando su quelle che il compositore chiama eulogie (ancor meglio, elogi funebri), non pare avere i soliti diecimila rimandi estetico-concettuali questo Magic OPN, e come riduzione a fiction di un’autobiografia ci sta che il disco non arrivi sugli scaffali abbinato a carte da gioco o fake website con corredo di alieni. La cifra stilistica che Daniel Lopatin ha distillato in anni di Internet Addiction Disorder, è qui messa al servizio dello stesso autore che, per la prima volta, si ferma a godere di ciò che ha creato fin qui più che spremersi le meningi e pensare a nuovi portali e basi di Deep Space Nine. Scelta che lo premia e lo mette nelle condizioni di pensare contemporaneamente al qui e ora e alle mosse future.

A partire dalla bobina che riavvolge il nastro della storia posto in apertura, l’ispirazione e la magia non mancano nei 47 minuti dell’opera, che è anche un film sonoro, un centrifugato di library music e fantasmagorie assortite, ghost box di allegorie orientaliste (Tales From The Trash Sratum) all’interno delle quali si schiudono imperfette composizioni vapor-pop in technicolor.

C’è pure del cloud rap, ma soprattutto c’è quello stocafisso di Abel Tesfaye in arte The Weeknd che figura pure come co-produttore esecutivo di questo disco. Provocazione? A quanto pare non esattamente. I due si conoscono dai tempi della colonna sonora premiata a Cannes Good Time e in seguito hanno collaborato in Diamanti grezzi, in cui il canadese fa pure un cammeo. Il pezzo con il suo feat. è smielato a dir poco, da titoli di coda disneyiani, quando Lopatin magari li immaginava per l’amata Pixar, ma tant’è, No Nightmares, grazie a un trucco e parrucco di tastiere à la Take My Breath Away, è un brano fatto di solo ritornello scandito alla noia – «oh oh oh oh ohhh No Ni-ght -mares No Night -mareerss» – Immaginatevi il più brutto dei poster anni ottanta, di quelli con il sole a picco sulla skyline californiana, e spalmategli sopra un gomitolo di zucchero filato. E’ questo particolare mix tra sublime e grottesco, familiare e sconosciuto, weird and eerie, che Lopatin cerca per la propria musica, almeno da quando s’è inventato la vaporwave o giù di lì.

E se No Nightmares è dannatamente seriosa (e pallosa) in questo, in Long Road Home c’è della salvifica ironia a restituirci tutto il brutto che adoriamo di OPN: a cantare, tra un rondò d’archi e una sorta di clavicembalo, troviamo un di coro di monaci (di Baviera) sui generis, personaggi che rubano completamente la scena ai vocalizzi dell’incantevole musa del giro Pc Music Caroline Polachek, il che è un peccato ma nello sfottò di questa “contemporary sonata” la cosa ha senz’altro un suo perché, come coerenti sono gli inframezzi Cross Talk, una fatamorgana di ricordi d’infanzia sotto forma di onde radio perse nel tempo (che, Canada per Canada, s’allungano pure ai Boards Of…)

This has been …this. And this dream is the sound. And this dream will self-destruct in 3… 2…

Rispetto ad un accademico Ferraro, Lopatin lascia che dai suoi furti musicali (e bonarie prese in giro degli anni ’80 mikeoldfieldiani) evapori un senso di mistero che ne giustifichi il gesto. Qualcosa come l’inconoscibile che mina alle fondamenta la struttura. E c’è da dire che alcuni interludi sono sublimi (Tales From The Trash Stratum in zona Visible Cloaks è uno di questi), ma forse il pezzo più riuscito da questo zigzag tra “classica contemporanea ai tempi di internet” e vignettismo pop è senz’altro I Don’t Love Me Anymore, in cui fate conto di sentire dei Flaming Lips altezza 90s – quelli con Coyne col capello rosso cartoon – fare shoegaze su una montagna russa di ricordi, nostalgia, umanesimo e scintille. È la quadra di un lavoro che nel trasformare l’ultra kitsch in magia riesce invero piuttosto bene.

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