Recensioni

7.6

Grandioso non è sinonimo di ambizioso. Grandioso è l’organo con cui chiude Boring Angel, primo brano di R Plus Seven, come un witz freudiano ma senza nessuno spirito, nel motto. Quell’organo è uno specchio per allodole – e R Plus Seven è seriamente ambizioso, pur non essendo grandioso. E’ un’operazione intellettuale, che sarà accolta in modo manicheo.

Breve non vuol dire meno complesso. Ce lo insegna Lopatin, stringendo le durate – lo aveva già fatto in Replica – e riducendo le stratificazioni di R Plus Seven, ma raggiungendo un programma davvero avvenieristico – asciugando la parola dalle connotazioni positive. Asciugare è il verbo, portare la musica dell’anoressia emotiva. Lopatin si asciuga ulteriormente dell’enfasi gotica e dei tic new-age (ormai sono marionette nel teatrino), adottando semmai tecniche più vicine al minimalismo, come naturale evoluzione della rincorsa all’essenza. Fa di tutto – non sempre ci riesce – per uscire dai propri gusti più triti e per perdere il carattere di glitcher cosmico, pur facendo a tratti una glitch trascinante (l’inizio di Zebra, così come Up lo era in Replica). Sviluppa una brevitas non tanto effettiva, quanto percepita. Scompone i brani e li rimpinza di pause. Sembrano cut-up ma sono interruzioni, come si fosse in un’opera che ci descrive (Along), dando il minimo tempo indispensabile per riflettere. Pause fumanti, di vapore.

Questa vaporwave è il fumo degli uomini grigi di Momo: non è la reale protagonista di una pianificazione, come per James Ferraro in Far Side Virtual, anzi una risultante di un mondo oltre il reale. Come dicemmo per i Blues Control, questa è in qualche modo una AOR del duemila, ma mancano gli adulti che sappiano affrontarla. Nella vaporwave cogliamo proprio la capacità di un gruppo più o meno coeso di autori di musica di immaginare e realizzare uno Zeitgeist alternativo a quello oggi presente, certo non molto piacevole da accettare, ma più realista del re muzak-ista. Non c’è bisogno di essere Debord per capire che noi siamo quelle persone lì.

La questione è anche compositiva, dal momento che ci sembra sempre incredibile che gli autori di musica continuino da sessant’anni a scrivere le canzoni nello stesso modo. L’uomo del presente vive nel passato, il futuro promesso e mai arrivato che ci eravamo proposti è rimasto allo stato di progetto. Oneohtrix Point Never propone altre forme narrative nella forma canzone. È strano constatare che questo è disumano, perché è umano sempre e solo quello che riconosciamo.

Ecco la vera impresa di R Plus Seven: costruire un mondo poco riconoscibile. Un mondo “incompossibile” con il nostro. Di certo ci sono gli esseri umani, o post-umani, di certo ci sono forme animali e vegetali. Ci sono dialoghi (He She) incomprensibili (e ce li fa sentire dentro un brano intitolato Inside World). Impossibile da posizionare: è un paradiso o un inferno. Ma chissà dove (e quando) si trova quel mondo.

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