Recensioni

Nel 1919 il fisico sovietico Lev Sergeevič Termen (noto in Occidente come, ahem, Léon Theremin), mentre la Russia si trovava nel mezzo di una guerra civile, inventò il theremin, il più antico strumento elettronico senza contatto tra strumento e strumentista. Vincenzo Vasi e Valeria Sturba di strumenti propri e impropri ne suonano una caterva: violino elettrico e acustico, chitarra e basso elettrici, percussioni, tastiere, batteria, ukulele, giocattoli, oggetti e cianfrusaglie, scatole di cartone, sedie e tavoli, barattoli di tisane. Al centro del loro progetto in duo, e di questo loro secondo album nello specifico, c’è però per l’appunto il theremin, del quale scrivono i festeggiamenti del centenario in tempi in cui, tutto sommato, un’altra guerra civile potrebbe essere alle porte, nel nostro Paese dei balocchi.
Parliamo di due musicisti straordinari, in quanto molto abili ovviamente, ma anche in quanto fuori dall’ordinario. Vincenzo Vasi, attivo dall’inizio degli anni 90, è uno dei più famosi thereministi italiani, eccentrico navigatore delle rotte sonore meno codificabili, che siano sperimentali, filo-jazz o pop. Valeria Sturba si è dimostrata estrosa negli arrangiamenti come un Enrico Gabrielli di nuova generazione, che si cimenti con linguaggi rock, avant o improvvisativi, oppure che maneggi l’electropop di quelle Vale And The Varlet condivise con Valentina Paggio.
OoopopoiooO: quando avrete imparato a scriverne e pronunciarne il nome, avrete ancora sorprese da scoprire all’ascolto di Elettromagnetismo e Libertà, manifesto surreale-dadaista per l’uso contemporaneo delle magiche antennine. Rispetto all’esordio omonimo del 2015, qui ci si focalizza maggiormente sulla forma-canzone e sull’uso spesso stravagante di entrambe le stravaganti voci: ce ne accorgiamo subito, ma la fruibilità non va mai a discapito di uno stupore infantile, della tendenza liberatoria e finanche un po’ incosciente alla continua scoperta. Vasi e Sturba fanno pop per gente che nel pop vede una centrifuga ludica e colorata di idee anarchiche. In realtà, a loro stessa detta, miscelano infatti «musica contemporanea, minimalismo, tarantelle techno, rap, musica popolare e filastrocche da cantare con l’amico immaginario».
Nel nuovo puzzle troviamo strumentali dark-ambient con archi (Lo Sconosciuto, nato da una sonorizzazione per un film muto di Tod Browning), sinfonie per topi (dal cabaret de Il topolino va al correlato iper modernismo dal flow cartoonesco di Dai Topich), omaggi al pioniere elettronico Berio come li penserebbe uno Stefano Benni urban (Bar Berio), rosari snocciolati con un piede Rosafunky nella blasfemia, ospiti (Max Illuso Princigallo, che recita una sua poesia nell’ombroso post-western di PerDono) e riletture (La Partida di Victor Jara, resa celebre dagli Inti Illimani ed eseguita proprio con il il charanguista degli Inti Illimani, Horacio Duran, e la title-track, appartenente a Tristan Honsinger). Ci sarebbe molto altro da dire. Che Vasi e Sturba, nel frattempo, parlino un linguaggio tutto loro lo si capisce dall’irresistibile e cinematico inno OpoSong, dalla pseudo-chanson Misika – in finto italiano francesizzato – o da quella Toki descritta come «una danza pellerossa in nientese». Beati chi li capisce! Tredici brani, quasi un’ora di durata, che vi consigliamo di andare a esplorare nell’universo parallelo dei concerti dal vivo. Drizzate le antenne!
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