• Nov
    11
    2016

Album

Editions Mego

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Attivo ormai da un un trentennio, Oren Ambarachi, ebreo di origini irachene nato in Australia, ha raggiunto la maturità artistica perlomeno da un decennio. Se all’inizio la sua specialità era la chitarra preparata, suonata in orizzontale, con oggetti trovati, à la Keith Rowe, ora invece il suo campo da gioco sonoro è decisamente un altro. La rivisitazione (nel caso di questo cd fresco di stampa per l’etichetta austriaca Mego) del cosiddetto motorik, ossia dello scheletro ritmico in 4/4, pulsante e ossessivo, che per primo accompagnò le composizioni di alfieri krautrock quali Can, Neu! e Kraftwerk (per citarne soltanto alcuni).

Va detto che l’esperimento era stato tentato altre volte negli ultimi anni dal nostro chitarrista. Ad esempio, nel 2012, quando Ambarchi dava alle stampe l’ottimo Sagittarian Domain, che dalla sua aveva una vena psych ben più evidente di questo Hubris. Il nuovo album, monolitico solo all’apparenza, si suddivide in tre pezzi: i due più lunghi (22 minuti circa il primo, 16 e mezzo il secondo), aprono e chiudono il programma; nel mezzo ci sono invece i 2 minuti scarsi di Hubris Part 2. Come dicevamo, al primo ascolto il lavoro potrebbe sembrare un tributo piuttosto monocromo ai ritmi meccanoidi degli eroi krautrock dei Seventies. Invece no. C’è dell’altro. Perché il motorik ambarachiano è un po’ come la carta moschicida, che raccatta particelle di suono ogni volta che si distende. Il risultato è minimale ma avvincente: come accade in Hubris Part 1, dove gli eventi sonori si stratificano un po’ alla volta, sotto la superficie del ritmo implacabile, che scorre come un fiume in piena, e lascia dietro di sé una specie di arazzo, frutto di ripetute sovrapposizioni più che di una tessitura vera e propria. Il metodo funziona soprattutto nel brano che chiude il disco, dove il motorik assume le movenze di un flusso dancey sempre uguale e sempre diverso, che più si allunga nella durata e più elementi aggiunge alla saporosa zuppa.

Nel complesso, Hubris è l’album di un improvvisatore libero che re-interpreta a suo modo le intuizioni electro-ritmiche che furono di Neu & Co., una quarantina di anni fa o poco più. Risultato: notevole, seppure a tratti un po’ stucchevole. In fondo, la stessa operazione era già stata tentata – più e più volte – da un altro campione dell’ibrido sonoro colto/incolto, il chitarrista Alan Licht, con esiti ugualmente alterni.

8 Novembre 2016
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