Recensioni

Se c’è un millennial esordiente che ha perfettamente introiettato la lezione dell’eredità britpop, quello è Oscar Scheller, in arte semplicemente Oscar. Questo giovane londinese risoluto, dal carattere sicuro e un po’ bohémien, riepiloga la propria vita artistica in Cut and Paste, un esordio di tutto rispetto frutto non solo di quasi dieci anni di raccolta di materiale in proprio, ma anche prodotto in completa filosofia DIY. Il materiale è stato scritto, riassorbito e reinterpretato alla luce della sua crescita e nell’arco che va dall’adolescenza all’età adulta – «è stato come campionare me stesso, mi sono inserito nell’album», dice in un articolo su Wonderland Magazine – tanto da trovare nel disco anche una canzone scritta a quindici anni, Fifteen per l’appunto – come Adele che intitola i propri dischi in base alla sua età al momento della produzione. Sono dieci tracce figlie degli anni Novanta, in oscillazione continua tra Blur e Supergrass, tra i Travis e i Kula Shaker, il tutto osservato dall’ottica del nuovo millennio.
Nonostante la produzione DIY, il disco suona pieno e corposo. Certo, non suona in faccia come se dietro ci fosse Chris Lord-Alge, ma arriva dritto dove deve arrivare: il timbro vocale e la voce baritonale, in stile crooner, sono l’elemento più seducente e la peculiarità primaria di Oscar. Dritti sono anche i testi, poco elaborati ma d’impatto, soprattutto per dei ventenni appassionati di love-drama, di riflessioni sul futuro, di un sentimentalismo a tratti forse un po’ affettato, come nella reggaeggiante Good Things. I ritornelli efficaci, l’indie-pop e la freschezza compositiva di tutte le tracce (neanche una sottotono) lasciano intravedere un buon potenziale produttivo, tanto che DIY Magazine ci racconta di come Oscar si stia cimentando anche nella scrittura per altri.
Così in Sometimes, brano che avevamo già incluso all’interno della compilation Tracks From Eps 2014, il Nostro calibra il power pop dei Dandy Wharols alla luce dell’indie anni Zero, realizzando sing-along coinvolgenti e ritornelli anthemici. Corale è anche la traccia Only Friend, con la partecipazione di Marika Hackman, che sembra trovarsi su traiettorie sonore baustelliane (casualmente, con tutta probabilità). Il romanticismo viene un attimo accantonato in Breaking My Phone, la cui tematica si avvicina a quella di Persi nel Telefono dei Tre Allegri Ragazzi Morti: ci si avventura in un’ode alla perseveranza, al saper aspettare, contro la velocità del mondo e l’ansia che provoca il continuo input dinamico di informazioni. Nel video, il giovane musicista ricorda un Richard Ashcroft che cammina per la strada, ma un po’ più goffo. In Beautiful Words, invece, i cori euforici e i synth nascondono un testo abbastanza malinconico, che parla di persone orfane della sete di Vita, unico motore delle azioni umane.
Oscar (più lo scrivo, più questo nome d’arte non suona granché bene, ahimè) è un valido erede del lascito britpop inglese, con del potenziale forse da incanalare in futuro, se ci sarà la volontà di superare le barriere di genere. Ma senza guardare troppo in là, nell’immediato resta la consapevolezza di un ragazzo cosciente delle proprie capacità, a cui non interessa avvicinarsi con cautela alla materia musicale, ma viverla in maniera lineare, immediata, anche narcisisticamente se necessario, attualizzando le suggestioni degli anni Novanta in maniera nitida.
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