Recensioni

7.5

Ci sono tre cose certe nella vita: la morte, le bollette, e un disco degli Oh Sees all’anno.

L’enfant terrible, il Peter Pan del garage rock, John Dwyer, ormai ha abituato le platee a standard da catena di montaggio, senza però mai perdere mordente, ispirazione, e quel genuino senso di esplorazione che ha (soprattutto nell’ultimo decennio) mutato una fiera mordace e agitata in un terribile cerbero a tre teste. Come scrivevo nel mio editoriale di fine anno a dicembre scorso, se c’è una band che nell’ultimo decennio ha cambiato rotta in maniera omogenea, pur stravolgendo il proprio asset sonoro e di formazione, e che quindi merita il premio “cestistico” di M.I.P. (Most Improved Player(s)), quella band è proprio i Thee Oh Sees – adesso Osees, in un gioco-matrioska che ha portato il nome del progetto sin dalla nascita nel lontano ’97 (!) da una sigla (OCS – Orinoka Crash Suits, etc.) a un’esclamazione. La medesima esclamazione che rimbalza come una eco in un cubo di caucciù, ogni volta che Castle Face Records (nella persona di Dwyer, ovviamente) ci informa che i Nostri stanno per tornare in campo.

È servito quasi un lustro per aggiustare tutte le coordinate e portare quello che era un trio rumorosissimo e pro-acufenico a diventare un progetto da laboratorio con base californiana atto alle esplorazioni più sfrenate. Breve vademecum: Mutilator Defeated at Last (2015) aveva gli anticorpi, ma non il fisico; poi, l’innesto della doppia batteria di melviniana memoria a rendere più corpose le trame filo-prog del magnifico A Weird Exits (e del mini-album gemello An Odd Entrances, 2016), che ha tracciato la vera linea di separazione nel percorso discografico degli Osees; da lì in poi, dal frenetico Orc (2017), nel metallico Smote Reverser (2018) e nel doppio sontuoso, vero capolavoro Face Stabber (2019), Dwyer & co. hanno mandato a tutta i motori e sono decollati, un po’ come se gli Unni, dopo aver razziato e distrutto il Pianeta, avessero deciso di avviare il loro modulo lunare.

Ah, tra l’altro, non dimenticatevi (e recuperate, se potete) il 12″ in cui gli Osees (nella doppia figura di Dwyer e del mago dei synth Tomas Dolas) si dilettano in due lunghe jam strumentali per soli synth modulari, della serie: abbiamo surclassato Ty Segall e i King Gizzard (chi? quelli derivativi?), adesso giochiamocela con Kaitlyn Aurelia Smith.

Insomma, Protean Threat non arriva proprio malaccio, in termini di storico e predecessori, per cui è un LP tenuto a settare uno standard, quantomeno a mantenere l’asticella dei bpm e delle fughe strumentali ben alta. Però qui non c’è una riconferma: il barometro scoppia. Formazione già schierata, con il solito Dwyer in prima linea, Dolas come un mistico a porre le sue mani su blip-blops da cabina di controllo, il bassista Tim Hellman e i due batteristi Dan Rincon (aka Dan Rancor) e Paul Quattrone (ex-!!!).

Si parte: in due minuti e ventisette secondi netti, in cui la devastante opener Scramble Suit II si consuma come la miccia di un candelotto di dinamite, gli Osees dimostrano che la classe non è acqua, e la quantità può rispondere “presente” alla qualità più cristallina. Non perdono un grammo della loro cattiveria, eppure c’è qualcosa sotto che rende tutto più liquido, quasi funky e sensuale nella sua irruenza belluina – un ulteriore mutamento da laboratorio, in cui Dwyer mescola gli effluvi aciduli del suo side project Damaged Bug all’iper-violenza da videogioco di Smote Reverser e di alcuni episodi di Face Stabbere ottiene una jam succosa in odore di 60s come Red Study.

A giudicare da durata e quantità di materiale, potremmo dire che gli Osees siano al di sotto della loro soglia di performance, eppure l’album sembra coagulare tutti gli elementi di cui sopra come una guida tascabile: se vi piacciono le cavalcate western alla Immigrant Song, c’è Upbeat Ritual, in cui il duo di batteristi trova al solito intrecci paurosamente densi e trascinanti allo stesso tempo; se avete apprezzato il lato più mistico e krauto dei nostri, ci sono perle strumentali disseminate qua e là (Wing Run, Mizmuth), percorsi insidiosi con botole a sorpresa (Said the Shovel), e una sorta di twist robotico (If I Had My Way); se la quarantena vi ha fatto venire la nostalgia di un pit anti-covid bello sudato e molleggiante, tuffatevi nei due minuti scarsi di Terminal Jape. Oppure, arrivati in fondo all’album, godetevi il clistere supersonico di Persuaders Up!, pezzo che apre interessanti scenari nella ricerca sonora degli Osees.

Vi prego, continuate a fare album. Fatene quanti ne volete, davvero.

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