Migliori album 2019. Le scelte di Tommaso Bonaiuti

L'anno in musica appena trascorso, visto e raccontato da Tommaso Bonaiuti: nuove promesse per l'anno venturo, e grandi conferme. Siamo pronti per gli anni Venti.

E quindi eccoci qua, al fatidico appuntamento con le listone di fine anno. Ma che dico, di fine decennio! Wow, siamo già al giro di boa, e manco ce ne rendiamo conto. Solo che qui siamo troppo poco sofisticati e troppo adagiati per metterci a fare la lista della lavandaia in cui dev’essere stabilito a forza un artista/album/brano rappresentativo del decennio, quindi (almeno nel mio caso) vi beccate una bella infornata di album che mi sono garbati nel raggio di questo ennesimo giro attorno al Sole.

Ok, volevate il miglior momento di questi anni Dieci? Come non detto.

Archiviata questa bega, passiamo alle mie scelte per il 2019. Ho cercato di essere il più diplomatico possibile, il che significa che me ne sono altamente fregato dei trend, della critica e di FKA Twigs. In compenso, proverò a rendere merito ad alcuni artisti presenti in lista che hanno attraversato il decennio facendosi notare per meriti sportivi/morali, e suggerire una manciata di altre band che hanno fatto il loro debutto tra i pro in questi ultimi mesi, e che si spera possano segnare i prossimi dieci anni in positivo.

Sigla.

black midi – Of Schlagenheim (Rough Trade)

Tequila! E partiamo da quella che a mio avviso è stata la vera bomba di questo 2019, una supernova partita dal Sud di Londra e schiantatasi sull’ecosistema musicale. Amati da molti al primo impatto, spernacchiati e tacciati di saccenza tecnica e pomposità sfrenata da altri, francamente non ho memoria di un gruppo che negli ultimi 10 anni ha polarizzato così tanto l’attenzione del pubblico e della critica (quasi unanime nel tessere le loro lodi, va detto), sopratutto nel contesto indie-alt-rock come vi pare. Che poi indie è una parola un po’ passepartout, diciamocelo, ormai sta a significare tutto e niente. E i black midi, quattro scavezzacollo che si sono fatti le ossa e hanno lasciato la puzza di latte al Windmill di Brixton (pubbettino scrauso che sarà loro debitore ad libitum), non sono il vostro classico gruppo accomodante: tanto più ci si spreca nel definirli, tanto più loro se ne battono altamente i coglioni. Siamo i King Crimson di Discipline? Il nostro frontman è Adrian Belew col lupetto rosso, l’acne, pose da manichino della standa. Siamo i Talking Heads incazzati e velocissimi? Facciamo uscire un singolo, lo chiamiamo come loro, ma più che Tina Weymouth sembra una lucertola sotto DMT che si rotola sulle corde di un basso (miglior singolo dell’anno per chi scrive, assieme a Eye in the Wall di Perfume Genius). Siamo uno tra i milleseicentoquarantotto gruppi associati ai Can da una critica scoreggiona e a corto di benzina? Facciamo un bootleg con Damo Suzuki, poi facciamo uscire una roba che sembra kraut ma in realtà no, ci cuciamo sopra un video di found footage con i levrieri che corrono e lo facciamo remixare dal mitologico Blanck Mass, solo per mandare in tilt il sistema. Siamo i This Heat del duemila? Suoniamo Tequila e Break Stuff tra una jam e l’altra, perché del resto, non ce ne frega un cazzo dell’intellighenzia wave della scena Londinese. Morte al vecchio, si dia inizio a un nuovo corso.

Ecco, i black midi non incarnano il nuovo step evolutivo di un suono che sta affannandosi per sopravvivere, come un ornitorinco all’Artico, ma rappresentano l’attitudine, la non-consciousness della generazione Z, un senso dell’umorismo deviato dalle forme astratte (e assolutamente affascinanti) dell’era meme, mettendo a punto un’estetica calzante per il volgere del decennio, che mescola riferimenti culturali alti e bassi, e sta anche a voi coglierli (se avete la mentalità/età giusta per farlo). Il tutto fatto con una perizia tecnica della madonna. Schlagenheim è il paradigma assoluto di questo post-post-moderno medioevale e digitale, ma è solo il primo step, e questo è molto eccitante.

Squid – Houseplants 7″ / Town Centre EP (Speedy Wunderground)

Sempre restando in zona londinese, impossibile non citare in questo caso uno dei produttori più influenti e innovativi che il business abbia mai prodotto negli ultimi tempi: Dan Carey. Dopo aver messo collaborato con i più chiacchierati e freschi interpreti della scena alternativa britannica (Bloc Party, Bat for Lashes, MIA), Carey si è messo in proprio e ha deciso di fondare assieme ai fidi tecnici del suono Alexis Smith e Pierre Hall un’etichetta che per certi versi ha spostato gli asset produttivi del mercato discografico, Speedy Wunderground.

Nata il 25 di Febbraio del 2013, più come una ragione sociale agente nello studio casalingo dello stesso Carey, con un proprio decalogo di regole (tra cui “non ci sono pause pranzo” e “lo spazio di registrazione deve simulare in tutto e per tutto una performance, one-take, no overdubs, con luci di scena e fumo artificiale”), Speedy Wunderground tiene fede al proprio nome, producendo musica ritmata, veloce, ipnotica, perlopiù da gruppi sconosciuti o senza altre uscite all’attivo, e il bello è che lo fa in una settimana, incidendo e distribuendo 7″ a ruota libera. Per quanto frettoloso e controproducente possa sembrare, in realtà questo metodo militare (che sembra preso a prestito dal primo periodo della SST, che però lo faceva solo per mancanza di fondi economici) è estremamente fruttuoso, e mette alla luce le migliori qualità di una performance estemporanea, come in un happening di Allan Kaprow. La cosa figa è che, alla fine di ogni anno, Carey raccoglie tutti i singoli prodotti una compilation, e finora ne sono uscite 4 – una proprio in questo momento in cui sto scrivendo, ironia della sorte e dell’hic et nunc. Cellule impazzite e fantomatiche compagini, come Lazarus Kane e Scottisbrain, sono passate per quello studio, così come Kate Tempest e TOY, nonché i sopracitati black midi, e infine, gli Squid, combo che già da un paio d’anni gravita attorno all’alveare musicale della capitale inglese. La loro forma liquida e vischiosa, come quella di un calamaro (appunto), li ha immediatamente collocati in una zona grigia, impermeabile ai cliché sonori, ma in cui hanno assorbito varie e disparate influenze: hanno uno spirito affine ai Crack Cloud, altro collettivo musicale di rilievo in questo ultimo periodo. Poco c’è da dire su di loro, se non che hanno veramente il coltello tra i denti, come nel singolo Houseplants, in cui è possibile tastare un autentico sentimento d’odio e rancore verso lo schifo politico che sta insozzando la terra d’Albione. Eppure, gli Squid hanno anche dei lampi di puro pop (The Cleaner) – insomma, sanno variare, e anche i bollettini di guerra dalle loro performance live (tra cui una alla “succursale” autunnale del Primavera, il Weekender di Benidorm) parlano di una grande compagine, istrionica e coinvolgente.

Gli Squid sono una delle migliori promesse per il decennio venturo – una scommessa vinta, per ora, dal buon Dan Carey.

Housewives – Twilight Splendour (Blank Editions)

Rimaniamo sempre a Londra, per osmosi e prossimità geografica. In realtà vi avevo già parlato di questo combo qualche mese fa, quando è uscito Twilight Splendour, un album estremamente eclettico e inafferrabile, respingente a tratti. Avevamo avuto anche modo di raggiungere i membri della band per discutere del progetto, e di come questo sia stato plasmato attorno a una serie di input visivi e multimediali ben precisi. La spigolosità dell’album può spaventare sulle prime battute, ma posso assicurarvi che l’esperienza è intensa e ne vale la pena: oltre a un utilizzo sapiente dei loop e dell’elettronica (che in questo caso ha totalmente soppiantato gli strumenti acustici ed elettrici), la band mette in atto un sogno/incubo sintetico che rappresenta la conseguenza estrema e negativa di ciò che attività intensive sui social, simulacri di bellezza virtuale, disconnessione e paralisi culturale possono causare.

Non c’è molta luce, se non nella tavolozza iper-satura dell’artwork (per il quale sono stati coinvolti anche artisti grafici e scultori), nell’aurora sintetica che lascia qualche strascico di positività per il futuro. La mente riporta alla fiera e temeraria attitudine dei Liars, ai migliori Radiohead (quelli di Kid A/Amnesiac), alla visione illuminata di Oneohtrix Point Never (uno dei più grandi artisti dell’ultimo decennio). Qui c’è tanto materiale da rendere i sedicenti sperimentatori del suono come Arca (più un fenomeno da avanspettacolo che altro) e Grimes (pop del futuro? ma per piacere) degli studentelli della scuola di sound design. Album mostruoso.

Girl Band – The Talkies (Rough Trade)

Già il fatto che la band in questione abbia registrato gran parte dell’album in un pozzo all’interno di una villa, nella quieta e verdissima campagna irlandese, rende molto bene l’idea di pericolo incombente che The Talkies sventola sotto al naso dell’ascoltatore come un rasoio affilato e pronto a uccidere. Il pericolo, però, è subdolo e viene dal basso, come una muta di Aliens che strisciano nei cunicoli e nelle tubature di un’astronave marcia. Anche qui, stiamo parlando di una band che non ha cura di assecondare un certo tipo di pubblico, o di ammorbidire il proprio sound – e pare che questa cosa ecciti un sacco la critica, tra l’altro, che infatti ha tessuto le lodi dell’album. Sarà che i nostri mancavano dalle scene da un sacco di tempo, e quando sembrava che fossero all’apice della propria parabola (o forse solo all’inizio), sono spariti con una sfumata all’inglese. Chi li ha visti all’opera nel periodo che va dal 2012 al 2015 circa, sa benissimo che loro non erano tanto appariscenti quanto /band xy/ o tanto tecnici e vistosi quanto /band yx/, ma sembravano che avessero venduto la fottuta anima al diavolo e davano tutto sul palco, facendo robe coi rumori che nessuno riusciva a fare, tipo questa roba qua:

Raggiungendo telefonicamente il bassista Daniel Fox, ho capito quanto ci fosse un senso di costante precarietà in seno alla band; molte prove e registrazioni avvenivano mentre alcuni membri erano distanti, o ammalati, o semplicemente svogliati. Però poi hanno guadagnato tempo e fiducia, e sono riusciti a tirare fuori dal cappello un risultato ammirevole, un album difficile da attraversare da cima a fondo, una gragnuola di coltellate e attacchi di panico, alla stregua di un altro ottimo album, uscito l’anno scorso, ovvero You Won’t Get What You Want dei Daughters.

E come loro sono tornati, hanno fatto il disco, hanno spaccato il culo. Stop.

Crumb – Jinx (self-released)

I Crumb sono la mia cotta adolescenziale che è arrivata in ritardo, ma con un feedback mostruoso. Questo quartetto di Brooklyn aveva già incantato con la doppietta di EP Crumb/Locket, proponendo una miscela a dir il vero neanche troppo innovativa di indie da cameretta, delicatezze jazz abbozzate qua e là, cose che effettivamente hanno preso piede da DeMarco in poi (e che ci hanno pure un po’ rotto il cazzo, francamente). Poi, sorti come una meravigliosa fenice da chissà poi quali ceneri, hanno iniziato a sfornare singoli che sembravano sentenze, anticipando il grande LP di cui sto parlandovi: prima Part III, che effettivamente è un brano pop, ma strutturato in tre parti – quella finale, fantastica, in cui Lila Ramani salmodia “it’s just a feeling”, come se fosse in uno stato di trance perenne (e ci rimane per quasi metà album); poi Nina, il vero pezzo da novanta dell’album, con tanto di video iper visionario, srotola synth magici da apriti sesamo su un groove quasi trip-hop dotato di basse penetranti e ipnotiche, e infine Ghostride, che potrei definire senza alcun problema uno dei punti più alti raggiunti dall’indie-pop negli ultimi anni. Due minuti di godimento totale.

La magia di Jinx (che significa iella, sfiga, per chi non lo sapesse) non sta tanto in quei tre singoli quanto in una costante atmosfera di sospensione, fughe strumentali che vanno dal surf rock allo shoegaze puro, filastrocche malinconiche, gotico e barocco, magia nera e magia bianca insieme. Roba da stregoni.

DIIV – Deceiver (Captured Tracks)

Devo ammettere che avevo un certo timore alla vigilia, anche perché si sa, il terzo album è notoriamente quello del Grande Salto. Ciò che mi aveva (in parte) rassicurato erano le voci sulle condizioni di salute del deus-ex, Zachary Cole Smith, decisamente migliorate e ben lontane dal vortice lussurioso di eroina, alcool e corse pazze all’ospedale con l’ex fidanzata Sky Ferreira. E quando ti liberi di un peso come Sky Ferreira sei già metà dell’opera (scherzo). In effetti avevo qualche riserva sulla tenuta sonora della band, che aveva sicuramente segnato un’epoca in cui New York sembrava essere tornata definitivamente sulla mappa di quelli che contano (Real Estate, Beach Fossils e gang affiliate), ma che forse poteva restare impantanata in quel contesto. Adesso che la Grande Mela sembra avere qualche chance di rimettersi in pista (vedi sopra), i DIIV tornano come un fantasma del Natale passato. Un fantasma potenziato, che stavolta si produce in un revival piuttosto solido e convincente di certo slowcore e indie anni ’90 (tipo i Duster, che a quanto pare hanno un album già pronto), alzando sensibilmente i decibel e il tanto agognato muro di suono.

Deceiver ha il sapore del pentimento, della redenzione, del riscatto: è un album potentissimo, che non spreca una singola battuta, un singolo secondo, intenso e schietto da cima a fondo, senza risultare melenso o auto-commiserante, ma prendendo forza e pathos man mano che l’album si avvicina alla fine, rappresentata da un leviatano sonoro che risponde al nome di Acheron (il fiume che nel mito greco rappresentava il tramite tra i vivi e i morti), probabilmente la miglior composizione del gruppo finora. Bentornati.

Froth – Duress (Wichita/PIAS)

La quota-psych del 2019 ha lasciato molto a desiderare (qualora al volgere di una nuova epoca sia ancora possibile considerare la locuzione “psych” come attendibile, o come forma assoluta per descrivere qualcosa di realmente definito). Non c’è stato molto di cui andare fieri, e tutti i grandi gruppi in quel contesto sono a bocce ferme/hanno finito le banane. E quindi ecco palesarsi un improbabile trio dalla ridente cittadina di El Segundo, California – perché questi ragazzi erano partiti con l’idea di creare una band fittizia per i social, con foto e falsi poster con date false e feedback falsi da fan/amici che stavano al gioco, e chiamarla Froth (schiuma, spuma). Ok. Ridendo e scherzando però i nostri eroi sono già arrivati al quarto album, Duress (mai titolo fu più azzeccato), provandole un po’ tutte (prima indie con sfumature acide ma non troppo, poi sfumature acide con qualche tocco di shoegaze, poi shoegaze con elementi elettronici/ambient), e giungendo finalmente a un’ottima sintesi delle loro qualità e ispirazioni.

Eh si, perché questo LP è una bomba: parte con una cosa che sembra uscita dalle mani di Alex G, però con una grandeur space rock, poi il tempo cambia a metà traccia, ma non te ne accorgi, creando lo stesso effetto di una figura impossibile di Escher. L’album procede per quella linea un po’ lo-fi acidina con mirabili colpi di scrittura, fino a sgretolarsi sulle batterie programmate e i bassi sintetici di 77, esattamente a metà corsa: da lì in poi diventa un’altra cosa, si destruttura e diventa il corrispettivo sonoro di “Punto, linea, superficie” di Kandinskij. C’è un gran senso dell’ironia alla base di tutto, ma qui sembra che i Froth abbiano iniziato a fare le cose molto, molto seriamente.

Wand – Laughing Matter (Drag City)

La psichedelia non sta sparendo, sta solo cambiando forma. I Wand da San Francisco sono il segno tangibile di questo cambiamento, perché provengono da un contesto che ha sostanzialmente posto i paletti per una nuova era di scorribande lisergiche e revivalismi – la stessa che ha generato Ty Segall e i Wooden Shijps, e per la quale adesso in California ci sono festival come il Desert Daze, un vero e proprio atto di fede nei confronti di un immaginario (non solo sonoro e visivo, ma anche estetico, sub-culturale) che sembrava aver perso definitivamente mordente dopo che Frisco era diventata l’avamposto di altri asset culturali (la scena queer/LGBT, la scena punk degli anni ’80, la città delle multinazionali del tech e dell’arte contemporanea più sofisticata etc.).

I Wand sono dal 2012 la brigata guidata dallo stregone Corey Hanson (ex Together PANGEA e collaboratore assiduo di Segall), che ha infuso in questo progetto tutto il suo know-how a partire dai primi album autoprodotti, in cui mette nero su bianco gli influssi heavy metal e space (l’energico e lo-fi Ganglion Reef del 2013 e il monolitico Golem del 2015, una space-opera in salsa surf-doom), per passare alla brusca sterzata degli ultimi 3 anni, avvenuta con LP Plum: un’opera più dimessa nei toni, meno flamboyant e fantascientifica, con un songwriting ricco di sfumature ma spogliato delle luci strobo e delle eco da labirintite che avevano reso i Wand uno dei segugi infernali più famelici e fiammeggianti in circolazione. La formazione si è allargata e ha concesso a Hanson un meritato riposo, che gli ha permesso di mettere alle stampe il suo primo disco solista, il bellissimo  The Unborn Capitalist from Limbo: la creazione dei brani e delle trame sonore non passa più esclusivamente dalle sue mani, ma anche da quelle di Sofia Arreguin, che arricchisce i brani con delicati contrappunti melodici e una vena di teatralità, come il dialogo tra Papageno e Papagena. I due funzionano alla grande su Laughing Matter, con la band in bolla che ripropone una versione moderna e allucinata delle fughe strumentali dei Grateful Dead, o una versione più urbana e crepuscolare delle raffinatezze degli Steely Dan (band assolutamente rivalutata in questo ultimo decennio, così come gran parte del dad rock 0 AoR che dir si voglia). Bravi ragazzi.

Jaakko Eino Kalevi – Dissolution EP (Domino)

Altro EP che figura in questa lista – a dimostrazione che il formato LP sta lentamente svanendo, o comunque liofilizzandosi nel minutaggio, per adattarsi alle politiche del “cotto e mangiato” delle piattaforme streaming, e via dicendo. Fatto sta che questo è uno dei casi in cui ci si chiede se l’EP possa effettivamente essere una buona ancora di salvataggio per gli artisti, spesso costretti a ricorrere a riempitivi per dare corpo agli album: in questo caso, il compositore e produttore finlandese Jaakko Eino Kalevi può dirsi soddisfatto del risultato. Dissolution riparte laddove il discorso si era interrotto con Out of Touch, LP stilisticamente affascinante quanto incompiuto a tratti: l’incipit strumentale porta infatti lo stesso nome dell’album, a voler sottolineare un continuum tra i due lavori.

Dissolution però non si pone come una raccolta di b-sides o di scarti di laboratorio, ma anzi osa laddove il lavoro precedente aveva lesinato: oltre ai soliti ed evidenti spunti sintetici, che si rifanno al japan sound di Haruomi Hosono, o alle follie di Gary Wilson, Kalevi spinge l’acceleratore e ci regala perle electro (The Source of the Absolute Knowledge e The Search le più riuscite), dimostrandosi un gran produttore per il dancefloor, senza però perdere le finezze pop e melodiche. Una specie di Todd Rundgren nordico.

JPEGMAFIA – All My Heroes Are Cornballs (EQT)

Questo è l’anno di Peggy: solo un anno fa stregava tutti con Veteran e con una serie di live set esplosivi, e torna nel 2019 in grande stile, scuotendo la sua silouhette rifinita su palchi piccoli di festival sempre più grandi, con un pubblico ancor più fidelizzato e adorante – vedendolo allo scorso Primavera Sound sembrava di poter controllare il pubblico con l’imposizione delle mani, come un cult leader a petto nudo in pantaloni di velluto rosso, e tutti ripetevano quasi meccanicamente le voci campionate dei suoi brani, le sue catchphrase (come quelle dei pro wrestler di cui lui è gran cultore).

Oltre alla fama di performer adamantino, però, JPEGMAFIA conferma le sue doti come producer in Cornballs, che come al solito più che un LP sembra uno sketchbook impazzito, un mixtape allungato e pieno di salti emotivi, sonici, letterali (i testi spaccano, come sempre). Il fatto è che ascoltandolo si capisce quanto Peggy si stia divertendo al massimo, e ora è talmente sulla cresta che potrebbe davvero fare qualsiasi cosa e risulterebbe la cosa più figa in circolazione: perché puoi scimmiottare No Scrubs delle TLC o scrivere un poema amoroso per la tua pistola (Grimy Waifu), usare l’autotune in maniera assolutamente cheesy e sembrare comunque indistruttibile, se hai le palle che ha lui. Questo qua sta cambiando il rap dal basso, senza sponsorizzazioni e contratti milionari, featuring ed etichette major. Rendiamocene conto.

Freddie Gibbs & Madlib – Bandana (RCA)

Signore e signori, questo è uno degli sposalizi (se non lo sposalizio) più riusciti del decennio scorso: Piñata era stato il campanello d’allarme, l’istantanea di un certo modo di fare hip hop che era rimasto nelle corde della generazione passata, cresciuta con la grande esplosione creativa e culturale degli anni ’90, e poi martellata dalla cosiddetta bling era: sentire quei due fare comunella sapeva un po’ di vittoria, la “vecchia guardia” che impartisce una lezione bella e buona a tutti quanti, la maestria e il genio all’opera, l’artigianato delle barre e dei campionamenti. E un botto, un botto di stile: tamarri ma belli.

Quando è stato annunciato Bandana, si temeva che i due non sarebbero tornati a quei livelli, ma in realtà hanno superato ogni aspettativa possibile, e ancor meglio sono riusciti a trasformare questa liaison in ben più di ciò che appariva in primis, ovvero un puro divertissement tra due professionisti con qualche buona idea da investire su un progetto parallelo. Invece sono riusciti a spostare l’asticella, a rendere quest’esplosione di bromance una cosa seria e facilmente spendibile, quando si parla di retaggio hip hop: qui siamo a livelli altissimi, con almeno tre perle che resteranno impresse per sempre nella narrativa della “doppia h” (Crime Pays, ma di cosa stiamo parlando?). Bandana è l’equivalente di Michael Knight che guida Supercar a velocità supersonica, le camicie a fiori e gli ammicchi di Magnum P.I., i dunk stellari di Giannis Antetokounmpo (giustamente omaggiato). Continuate a spaccare i culi ragazzi, finché morte non vi separi.

Danny Brown – uknowhatimsayin¿ (Warp)

Dopo aver dato alle stampe uno degli album hip hop più incensurati, confusionari, completi e estremi su un piano sonoro e testuale degli ultimi anni, e aver sperperato quasi 72mila dollari per le concessioni dei diritti d’autore della marea di sample impiegati, Danny Brown ha deciso di darsi una sistemata, fare l’ometto serio e non fare incazzare la Warp. L’etichetta di Sheffield non ha ottenuto il ritorno economico sperato con Atrocity Exhibition, un lavoro troppo estremo per il grande pubblico e per lo standard estetico/sonoro che il mercato richiede in quell’ambito al fine di guadagnarci qualcosa – ma non può far altro che stare a guardare mentre il rapper meno modaiolo e più caustico di tutti dà alle stampe almeno altri due album: se lo hanno voluto tra le proprie fila, anche per staccarsi dal solito e stantio universo elettronico, devono prendersi tutto il pacchetto.

Chiaramente, Danny Brown non si è fatto mancare nulla e ha subito chiamato Q-Tip, giusto per cascare in piedi: questa collab prometteva già scintille, e in effetti così è stato – la dinamica, se vogliamo, è molto simile a quella di Gibbs e Madlib, ovverosia un sentore old school per acchiappare “quelli della prima ora” e una serie di giovinastri fin troppo abbindolati da forme spurie, diluite e fatte per compiacere le radio e i Pitchfork. Il rapper di Detroit se ne sbatte di tutto ciò, è chiaro, e per il suo ultimo LP decide di strutturare uno storytelling che segue il filo logico di uno spettacolo di stand-up comedy: dice di essersi ispirato più a Richard Pryor che a veri e propri musicisti, inoltre i toni sono ancora acidi e pungenti, i testi scabrosi, tutto al proprio posto. Q-Tip fa un lavorone (e come sennò) ma il bello arriva anche dai featuring, che non sono messi là a far bella figura o a far vendere due copie in più, ma sono tutti funzionali e diegetici alla narrativa dell’album: i Run the Jewels, Blood Orange, JPEGMAFIA – e chi sennò -, il musicista nigeriano di stanza a Londra Obongjayar. Alla soglia dei 40, Danny Brown non vorrà più morire come una rockstar, parafrasando uno dei suoi brani più famosi, ma sicuramente potrà dire di esserlo, nella grande fauna dell’hip hop contemporaneo. Personaggio incredibile.

Toro Y Moi – Outer Peace/Trash Talk (Carpark)

Toro Y Moi, al secolo Chaz Bundick da Columbia, è uno degli artisti più importanti del decennio. Poche storie: dal 2010 (uscita del debutto Causers of This) Bundick ha plasmato il corso della storia della musica recente, partendo da quella nicchia volgarmente nota come chillwave, ed espandendosi mano a mano verso territori ancor più inclusivi e onnivori di influenze – dall’r’n’b alla psichedelia, dal funk all’hip hop. Toro Y Moi è sempre sul pezzo, anticipa le tendenze (cosa che riesce a un altro suo coevo, il sommo Kevin Parker), il suo nome figura spesso e volentieri negli album più fighi e di grido, fa dei dj set della madonna, è un’icona di stile (di pari passo a Tyler) e i suoi album sono più su Vogue che su Pitchfork. In questi anni Dieci si è pure tolto lo sfizio di registrare un album con due jazzisti gemelli e rilanciare quel genere presso un nuovo pubblico, amalgamando il tutto con acido e funk. Ha sempre spaccato.

Dopo il discreto Boo Boo del 2017 (anche i grandi sbagliano), Bundick è tornato con uno degli album più festaioli, vivaci, uptempo e genuinamente galvanizzanti degli ultimi anni: Outer Peace è zeppo di perle funk-disco, tocchi di house e produzioni che si avvicinano molto alle sue cose più hip-hop. Gran disco. Non pago, però, il giorno di Halloween ha rilasciato un mixtape (con videotape annesso in rigorosissima bassa definizione) dal titolo Soul Trash, in cui prova a dare una sua versione della trap, oltre a deliziarci con outtake dal suo ultimo tour e qualche cosa che sa di collage found footage. Estroso, bizzoso a tratti, ma assolutamente irresistibile. Ah giusto, ha pure inciso un EP ambient per una marca di acqua di lusso, giusto per non farsi mancare nulla. Grossissimo artista, è l’ora che qualcuno lo dica a gran voce.

Thee Oh Sees – Face Stabber (Castle Face)

Se nel music business dovessero assegnare un premio MIP (Most Improved Player) come nelle grandi leghe americane, il mio voto andrebbe sicuramente a mr. John Dwyer. Una vita spesa a scorribandare tra San Francisco e Los Angeles, a proporsi come vero giamburrasca della rinascita garage (assieme al compianto Jay Reatard), a mettere su live sudatissimi e iper-cinetici, col rischio però di rimanere impantanato in quel torbone di fuzz e riverberi che è stata (in parte) la prima fase dei Thee Oh Sees, la sua creatura più nota e ammirata. Eppure, Dwyer ha iniziato a comprendere i limiti di un genere, e come un virus indistruttibile ha cercato altri ecosistemi per prosperare e distruggere: la seconda metà del decennio lo ha visto dare sfogo a un suo nuovo alter ego (il kraut-funk storto di Damaged Bug), riesumare vecchie carcasse (OCS) e sperimentare in laboratorio con nuove soluzioni sintetiche.

Questo pout-pourri di buoni propositi e progetti contingenti deve aver provocato in Dwyer un nuovo sentimento di sperimentazione a briglia sciolta, che lo ha portato progressivamente a trasformare gli Oh Sees in un mostro multiforme e lovercraftiano: prima ha provato varie formazioni, arrivando alla definitiva con due batteristi, un bassista e lui che si dimena come un polipo tra tastiere e chitarra, poi ha iniziato a modificare l’assetto sonoro, concedendo ai suoi sodali ampio margine di sperimentazione e improvvisazione, elemento fondante della discografia dei nostri negli ultimi 3-4 anni. Face Stabber è il risultato finale (e maggiormente compiuto) di questa svolta sonora, poiché condensa in un minutaggio comunque corposo tutti gli aspetti che rendono gli Oh Sees un gruppo incredibile: sparate metal, fughe psichedeliche, field recordings, flipper impazziti di kraut, storie di goblin e ghoul e groove labirintini. Arrivati a questo punto del percorso, Dwyer sembra uno stregone che ha il controllo totale su qualsiasi massa informe e pericolosa da poter tramutare in esperienze sonore ai confini della realtà. Se è vero che ci sono solo due cose certe nella vita, ovverosia la morte e almeno un’uscita a firma Oh Sees all’anno, allora speriamo che gli Oh Sees possano continuare ad alzare l’asticella e stupirci per i prossimi 10 anni.

King Gizzard & the Lizard Wizard – Infest the Rats’ Nest (Flightless)

Una delle band più chiacchierate, insensatamente osannate, memate e imprevedibili del decennio appena passato, non c’è che dire. E anche la più indefessa e stakanovista, sicuramente: i Gizzard sono diventati da strano fenomeno di culto a band di caratura live cristallina, fattore che gli ha permesso di accedere dalla porta principale a una miriade di festival e addirittura crearsi un proprio festival a giro per l’Australia (oltre a lanciare in orbita l’etichetta per la quale licenziano ogni loro album dal giorno uno). I sette di Melbourne hanno cavalcato gli anni Dieci con una furia irresistibile, e affrontando di petto qualsivoglia genere, mettendo d’accordo audience differenti, e proponendo pure iniziative singolari, come la concessione gratuita di un loro album al pubblico, libero di stamparlo in edizioni custom made. Eppure, se la parabola dei Gizzard sembrava la stessa di una Supernova luminosissima e pronta a esplodere, la bulimia creativa di Stu MacKenzie e soci sembrava portarli a un punto di non ritorno: dopo aver saturato il mercato discografico con ben 5 uscite in un anno solare (di cui solo un paio veramente meritevoli, ovvero Sketches e Banana), la band ha iniziato a mostrare qualche segno di cedimento, e non paga è tornata nel Maggio di quest’anno con il loro peggior album, Fishes for Fishies, interamente sviluppato sulla geniale idea di riscrivere il boogie rock alla Canned Heat con tematiche ambientaliste. Wow.

Il risultato: un album pallosissimo, senza mordente, senza spunti interessanti, tutto uguale, eccitante come una passeggiata al Brico la domenica pomeriggio. Non paghi, i Gizzard hanno provato a raddrizzare il tiro con un album i cui singoli erano usciti ancor prima del nefasto album, e che presentavano infatti uno stile ben diverso da quella roba lì – un incrocio tra il primo speed metal e il thrash anni ’80. Sull’onda del revivalismo (e del fatto che il metal è un genere di per sé morto e sepolto), i Gizzard scolpiscono un gioiellino assoluto, levigandolo a colpi di doppia cassa e tremolo pick come se non ci fosse più religione, agendo in un immaginario che fa il filo a Mad Max in cui i nostri eroi vengono puntualmente arsi vivi da una fanatica con l’alopecia (don’t ask). A questo punto l’unico consiglio che mi verrebbe da dare ai Gizzard è: ragazzi, state abbottonati, fate meno album e possibilmente fateli fighi come Rats’ Nest. Grazie e buon Natale a voi e famiglia.

Blood Incantation – Hidden History of the Human Race (Century Media)

Dicevamo appunto che il metal ha vissuto momenti migliori di questo, indubbiamente. Negli ultimi dieci anni le uscite memorabili si possono contare sulle dita di una mano, e il resto è una manciata di buoni propositi e promesse (quasi mai mantenute). Una di queste sembrava provenire dal Colorado, grazie a un album uscito nel 2016 dal titolo Hellspawn: classica copertina da finto-bootleg marcio con logo in cui non si capisce una sega del nome, e dentro un mondo di vibrazioni negative, voci gutturali moleste, e una gragnuola di ceffoni da stendere anche un platano secolare. Questo era il biglietto da visita dei Blood Incantation, non la vostra band death metal abituale.

Se infatti molti li avevano tacciati di poco carisma (per via del fatto che non volevano farsi ritrarre in foto/video, ed erano generalmente refrattari alle interviste), o di voler cavalcare l’ennesima onda revival sulle spalle di band archetipiche del death amerrigano tipo Morbid Angel o Death (appunto), i Blood Incantation sono riusciti a ri-trasformare il genere, ammantandolo di quella coltre di pericolosità e misticismo che puzza di zolfo dei bei tempi d’oro. Con una valanga di hype sul collo, i ragazzi sono riusciti a mostrare i muscoloni grazie a un secondo album che riprende quanto di buono era stato promesso, e anzi lo potenzia, lo rende più velenoso, pieno di echi da labirintite istantanea, zeppo di riferimenti esoterici e testi su una presunta civiltà aliena antichissima che ci avrebbe generati, così come tutto l’Universo e ciò che sta oltre di esso – in questo caso, le droghe psicoattive hanno avuto un ruolo piuttosto importante, dice uno dei membri della band in una recente intervista. In effetti, l’album offre dei momenti da navigazione spaziale niente male, spesso sovvertendo la forma tipica del brano death metal in qualcosa di più liquido e cangiante. Insomma, quest’anno il metal non è stato tutta merda (penso anche a Sulphur English degli Inter Arma, buonissimo album ma mai affascinante come il precedente The Paradise Gallows), possiamo considerare il 2019 come un trampolino per un decennio venturo più generoso (si spera) per le sorti del metallo pesante.

Pelada – Movimiento Para Cambio (PAN)

Personalmente non ho mai avuto un debole per la musica politicizzata. La soffro, in effetti. Perché è spesso musica che si rannicchia timidamente dietro a degli slogan, quando dovrebbe essere un mezzo sì, ma anche un supporto vitale. Ad esempio, ho sempre avuto una certa fregola per i Rage Against the Machine, alle medie e al liceo, in virtù del fatto che avevano una pacca tremenda e ti trasmettevano grinta come poche band sapevano fare, poi quando ho iniziato a decifrare più attentamente i contorni della cosa, capendo che rompicazzo di livello olimpico fosse Zach de la Rocha e iniziando a ripudiare biologicamente tutti i rastoni con la maglia di Renegades e il dilatatore che beccavo alle feste universitarie, ho preso le distanze. Tuttavia, esistono pochi casi in cui possa chiudere un occhio, perché ecco, è giusto non farsi piacere una cosa se si ha un buon motivo per farlo, ma è anche piuttosto ingiusto giudicarla a priori per una sua caratteristica fondante: ecco, i canadesi Pelada (per quanto latini di origine, suppongo) mi hanno fatto cambiare idea sul loro conto.

In primis perché questo album non doveva manco starci, in questa classifica, poi perché i vocal di Chris Vargas sono qualcosa di iper-militante e stucchevole nel suo sbraitare sentenze e slogan da manifestazione per tutta la durata dell’LP. Poi la cover è la classica roba post-surrealista con la scrittina tutta liquida che alla PAN evidentemente non c’hanno abbastanza grano per pagare più di un grafico. Però gli ho concesso una chance, ho ascoltato attentamente, e ho ritrovato in questo progetto dei valori positivi, che mi hanno fatto avvicinare alla loro visione e ragione (non politica, ma prettamente artistica) nello stesso modo in cui agitavo il pugno in cameretta su Know Your Enemy, senza neanche rendermi conto di cosa volessi davvero. Il duo nasce infatti negli scantinati e nelle warehouse delle feste clandestine di Montreal, e continua a esibirsi in questo habitat per loro naturale: il suono è plasmato dai vari aspetti della cultura rave e urban, e dimostra un eclettismo davvero sorprendente. Gran merito va senza dubbio alla produzione di Tobias Rochman, che mescola molotov techno rave a cose più dembow e addirittura reggaeton (ah! bestemmia), però mutato in qualcosa che si accoppia con la break e con nuance bass anni ’90 (cose molto apprezzate in casa PAN). L’album è quindi una bomba che parla una lingua ribelle, esibendo un anticonformismo un po’ da copertina, ma raccontando anche cose che raramente trovi in un album, forse in quelli dei Death Grips – i big data, la cultura hacker (e ridagnene di Novanta), il deep web. Vorrei vederli dal vivo.

Giant Swan – Giant Swan (KECK)

Finalmente un disco elettronico con le palle.

Show Me the Body – Dog Whistle (Loma Vista)

Come ho iniziato questa lista di consigli con un gruppo di rottura, la chiudo con una band altrettanto forte, stavolta dall’altra parte dell’Oceano. Questo trio sta tangibilmente modificando la struttura dell’hardcore punk, ripartendo dal punto più logico e consequenziale dal quale fosse possibile ricucire la street cred della scena newyorchese: in quanto genere che rispecchia la cultura di strada, mescolarlo con l’hip hop e altre forme “spurie” – una cosa che avevano provato in molti (tipo gli Helmet o i Biohazard), a metà degli anni Novanta, senza però arrivare fino in fondo. Fin qui direte, dove sta la notizia? Ebbene, gli Show Me the Body hanno innanzitutto una line up piuttosto insolita: basso iper effettato e distorto, sample, batteria, voce e banjo elettrico. Se questa scelta vi sembrerà una cazzata pretenziosa, beh, non posso darvi torto, ma aspettate e ascoltate un attimo di che pasta sono fatti questi qua.

Ecco, non è tanto cosa fanno, ma come. Guardate questo live, guardate quanto sangue e sudore ci mettono. Sembra uno sport estremo. La cosa figa è che la gente sembra davvero accorgersi di loro, e stanno tappezzando i muri di ogni città in cui loro passano durante i tour con la loro effige, tre bare da morto tinte di nero (credo che il loro nome abbia a che fare con la police brutality, o robe simili).

La band ha creato un vero e proprio culto a NY, esordendo con l’LP Body War nel 2016 e proseguendo l’anno successivo con quello che molti hanno definito un mixtape manifesto, dal titolo CORPUS, nome dato alla ragione sociale/collettivo artistico-politico che vede la partecipazione di Denzel Curry, Princess Nokia, Dedekind Cut e altri. Dog Whistle è la versione matura, ben prodotta e ancor più inviperita di tutto questo bel bordello, una specie di gara di slam poetry accompagnata dai Bad Brains: è un album che raccoglie l’eredità pesante di una scena a lungo sopita, e che potrebbe ritrovare la strada grazie a questi tre amabili banditi. Da seguire con molta attenzione nell’arco di tutto il 2020 (e oltre).

Bonus track: la vera canzone del decennio

Tracklist