Recensioni

7.4

«Ho la morte dentro di me. E’ solo questione di riuscire o meno a sopravviverle».

Forse non c’è miglior frase per descrivere la società moderna, il decadimento della dignità dell’essere umano dovuto al macchinoso ripetersi della routine quotidiana. Se White Noise di Don DeLillo è stato divorato dagli Ought ci sarà un motivo, e infatti Beautiful Blue Sky, che è stata la prima anticipazione di Sun Coming Down, è un brano che gioca sull’alienazione dell’individuo con una progressione di pochi accordi e una linea vocale ripetitiva che ricorda il miglior John Lydon nelle vesti di frontman dei PIL. Tim Beeler dice di come non abbia più paura di morire, perché questo è tutto quello che ha lasciato. Ballare come morire, morire come annegare nelle conversazioni vuote fatte di domande sulla famiglia, sull’andare in chiesa, sulla salute. Come ricorda Oscar Wilde, «ogni volta che si parla del tempo ho la netta sensazione che si intenda parlare di qualcos’altro».

Gli Ought vanno in fondo alla questione, e il seguito di More Than Any Other Day è una riflessione sul vuoto dal quale la società contemporanea tenta di uscire senza trovare risposte, forse senza cercarle nemmeno. La band canadese ripropone il suo sound fatto di contaminazioni post-punk, echi di Sonic Youth e Wire, ma soprattutto un’attitudine in studio che ricorda lunghe sessioni in presa diretta dalla forte matrice live. Men For Miles e Passionate Turn sono le prime due canzoni del disco e descrivono al meglio le capacità degli Ought. Il primo è un pezzo tirato, che sembra uscito dal disco di debutto o dall’EP Once More With Feeling che ne è seguito; la seconda è una ballata in continuo crescendo con una sezione ritmica scomposta e chitarre taglienti che s’inseriscono nelle linee vocali monotone di Beeler, capaci di spiazzare quando improvvisamente virano verso la melodia. The Combo è il primo brano che scende sotto i cinque minuti, e sembra un misto di due tracce dei Coldplay del periodo A Rush Of Blood To The Head (Murder e Dayight) suonate in chiave punk, prima di sfociare in un ritornello irregolare in pieno stile The Fall.

Il caos apparente degli Ought è in realtà la trasposizione post-moderna di temi esistenziali e rimandi musicali. Il post-modernismo, più che il modernismo, è il concetto con cui ai quattro artisti intellettuali di Montreal piace flirtare; il bisogno di suscitare una reazione nell’ascoltatore o nel pubblico durante i live è il motore immobile che muove le fila di brani come Sun’s Coming Down o Celebration. Se, come nota Anthony H. Wilson parafrasando Bernard Sumner, il punk si è fermato ad affermare “fuck you!” mentre il post-punk ha messo in discussione tutto urlando “I’m Fucked!”, gli Ought sono l’essenza contemporanea del post-punk, e lo rielaborano in chiave moderna alternando momenti d’atmosfera a vere e proprie scariche noise (On The Line, Never Better).

Sun Coming Down è un disco che dimostra quanto talento ci sia negli Ought e quanto la band riesca a mantenere intatta l’onda d’urto del live anche nel materiale registrato. Il decadentismo, dopotutto, non è rassegnazione, ma forse la critica più incisiva alla realtà.

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