Recensioni

Esplorato l’esplorabile in quanto a simulacri digitali di strumentazione acustica (processing di chitarra in primis) con (VOA) o senza (O) voci latino americane a contorno, Markus Popp era tornato alla composizione elettronica e alla contaminazione di quella con il pop nell’ottimo Popp, un disco importante che ne aveva ribaltato la visione: da speleologo, alieno e ambientale, dell’errore digitale, a iperglicemico massimalista di un’orchestrina di suoni d’aria e vetro, macinati, anzi, sillabati, spalmati come la marmellata e taglienti come lame. Quando uscì O ruppe un silenzio che durava da un decennio ma è stato il disco che è seguito a rimetterlo sulla mappa come precursore e di nuovo innovatore, o semplicemente come colui che è sempre stato ahead of its time.
In uno spazio immaginario tra nastri del tempo hypnagogici e Hi Tech, estetiche da primordi di internet à la Far Virtual Side e saccarina Pc Music, quel disco imperfettamente e lateralmente centrale era la matta nel mazzo di quel complesso e articolato dedalo di sperimentazioni che per un verso o per l’altro riavvolgevamo attorno alla cassettina YouTube della vaporwave. Musiche che ora possiamo dire “figlie degli anni ’10”. Del resto quanto la produzione in questo senso di James Ferraro e Oneohtrix Point Never deve alla storica lezione di/degli Oval, da quando erano un trio condiviso con Sebastian Oschatz e Frank Metzger alla carriera solista di Popp che ne è seguita? L’incrociarsi di tutte queste biografie/discografie risponde senz’altro a un intrigante uroboro che ci potrebbe portare molto lontano. Rimanendo nel seminato della recensione, i due nuovi lavori – Eksploio e Scis – gettano nuovi sguardi sull’immateriale materia di cui sono fatte le nostre vite, perennemente davanti ai cristalli liquidi, immerse nella moltitudine di suonini di device sempre più simbiotici.
Immaginandocelo a rimpallare file di Reich e Glass da una macchina di machine learning all’altra, lo ritroviamo alla ricerca di una lancinante estasi organico-macchinica, di un punto d’equilibrio tra la frenetica elaborazione dell’informazione e la serotoninica risposta cerebrale. D’altro canto, questa è musica riconoscibilmente marchiata Oval, in dialogo con la sua discografia, di ritorno sulle glitcherie IDM condivise con il Mouse On Mars Jan St. Werner (Eksploio) e non solo. Di diverso le nuove eccojam hanno un piglio maggiormente acuminato, più “prog” e “rock” rispetto al taglio dance e pop del recente passato, ma sta di fatto che queste rimangono session manichee con e tra le macchine, una vertiginosa cura per il dettaglio e intatto il gusto per il “taglio sulla tela”. In passato parlavamo di chip emozionale in avaria, il discorso vale anche ora con il compositore – da queste parti è il caso di sottolineare questo ruolo – a metterci saltuariamente delle parti di batteria suonata da un vero (?) batterista prese – chissà… – dalle session di O.
A Popp non è mai interessato mostrarsi artista concettuale e/o politico, sociologo e o critico sociale. La storica autodefinizione di “file manager” è intrigante ma sembra piuttosto che a rapirlo sia da sempre la sensualità dei circuiti e dei supporti di memoria. Il flirt con le macchine è da sempre un suo cruccio, proprio come la decostruzione del suono elettronico è la fissa di altri formidabili e tuttora attualissimi sperimentatori, gli Autechre.
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