• feb
    08
    2019

Album

Domino

Add to Flipboard Magazine.

Tradizione, essenzialità, innovazione, queste per Noah Lennox aka Panda Bear le caratteristiche delle 9 canoe sulle quali il più figurativo degli “animaleschi pittori collettivi” intende trasportarci. Tradizione in quanto la cifra stilistica del Nostro è ormai nota, inconfondibile. Puoi declinarla sul più nero dei folk (leggi Young Prayer intinto nel cordoglio), puoi virarla sul lato luminoso di un rétro-pop psichedelico (Person Pitch), puoi arrotondarle gli angoli (Tomboy) oppure usarla come forma antigravitazionale o come trampolino di lancio (Panda Bear Meets the Grim Reaper): in qualsiasi modo la si maneggi, in qualsiasi modo Lennox la tratti, a qualsiasi livello la voglia fare weird, la musica prodotta sotto l’alias Panda Bear si specchia in un canzoniere divenuto ormai un classico delle musiche pop con il prefisso art come psych, assolutamente riconoscibile all’interno di un panorama musicale che va ben oltre il circuito dell’indie, immediatamente distinguibile dal contributo degli altri componenti della band madre (vedi Merriweather Post Pavilion), in primis dal co-leader/non-leader, Dave/Avey Tare (anche lui in procinto di pubblicare un nuovo album solista, Cows On Hourglass Pond).

Dunque Buoys come disco che vien fuori dopo uno dei tanti stop and go dovuti alle cicliche “reunion” dei Painters (che vivono da anni ai quattro angoli del globo), un album breve (31 minuti) che riparte dall’essenzialità. Lui lo definisce un nuovo inizio, ovvero un canzoniere che parte da basali giri di chitarra in minore che s’arricchiscono di misurati effetti e/o qualche sample, arrangiamenti che, in generale, più che l’estro della mano (e dei pentimenti) del pittore richiedono al melodista una cifra cristallina, in purezza. Niente di radicalmente nuovo, il luogo in cui sono nate le nuove composizioni è sempre l’amata Lisbona, città d’adozione come prima fu New York. La casa è poi la stessa in cui è stato registrato Person Pitch. È la casa dove abita con la famiglia dal 2004. E forse non è un caso che in questo crocevia di tradizione e innovazione ritroviamo Rusty Santos, il produttore che collaborò con il Panda proprio in quell’album e che ultimamente ha lavorato con trapper e musicisti di area reaggeton. Assieme i due, e lo si ascolta già in uno dei brani che hanno anticipato la pubblicazione del disco, Dolphins, rubacchiano qualcosa alle musiche che spopolano nelle classifiche di vendita e sulle piattaforme di streaming, ma a modo loro, molto loro. L’auto-tune viene impiegato per digitalizzare alcune code vocali alle lunghe (e apertissime) strofe del pezzo, un bassone ad un certo punto si fa largo tra i minimali accordi della chitarra acustica. Sono interventi di fino, da nerd, come eccentrico e più marcato risulta l’uso di un’effettistica povera riassumibile in onomatopee di bleep (laser), blup (il gocciolare dell’acqua), pssttt (la scalciata), boing (l’elastico che si tende) o in emoticon.

Giocando con la sintetica, Buoys è un album vaporwave particolare, una trasposizione diretta dell’immaginario visivo legat0 a quel mondo; a livello melodico è un disco folk profumato d’agrumi pop e animato da una rinnovata verginità melodica. È questa a colpire ben prima della comprensione della parola cantata, che comunque chiede attenzione: Cranked secondo Lennox è un pezzo sulla dipendenza da schemi comportamentali autoimposti, o meglio una canzone sul controllo, I Know I Don’t Know parla di umiltà, Token mette in relazione amore platonico e desiderio, Inner Monolgue (con ospiti i cantanti portoghesi Lizz e Dino D’Santiago a contrappuntare sommessi) è un “canto alla Sirena”, un pezzo sulla solitudine nell’era dei social. Panda Bear non è certo un cantautore tradizionale: qualche anno fa, nell’intervista che ci ha concesso all’altezza del suo precedente lavoro, ci diceva di essere un tipo fissato con quest’idea di canzoni scomode e goffe, «canzoni con cui non ci si sente mai completamente a proprio agio», in cui non sai mai se questo è il ritornello o la strofa o il ponte. Per lui, alla fine, è tutto un unico sing along, un mantra da recitarsi a voce alta, e da qui ritorniamo al parallelo pittorico: questi paesaggi conservano anche un tratto futuristico, anche pop art, sono sfondi per estasi melodiche che irradiano anche dagli episodi, supposti, meditabondi come Crescendo, omaggio alla suocera scomparsa.

In definitiva, proprio mescolando lo strano all’ecstasy, il focolare familiare al moto ondoso con un pizzico di malinconia, Buoys segna il ritorno del Lennox migliore. Non vi è rivoluzione, ma sottile reinvenzione, questione di dettagli, questo è un album che fonda la propria freschezza e ricchezza giustapponendo elementi che attraggono sinestesicamente i sensi tendendoli ad un passo dal pieno godimento. Ed è proprio in questo intuitivo gioco di trattenute e rilasci che queste canzoni ci regalano le più grandi soddisfazioni, innescando in noi il desiderio di riascoltarle e (ri)scoprirle, in un mantrico sing-a-long.

8 Febbraio 2019
Leggi tutto
Precedente
Bob Mould – Sunshine Rock
Successivo
Alessandro Genovesi – 10 giorni senza mamma

album

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite