PandaDada: l’avant-pop delle mie canzoni fatte in casa. Intervista a Noah Lennox degli Animal Collective

Continuamente attivi sul piano di un intelligente sperimentalismo pop-rock, così intelligente da suonare furbo, da più di 15 anni gli Animal Collective producono dischi a ritmi indefessi, con questa ragione sociale, da solisti e in combo varie, portando avanti un’idea di musica che, all’incrocio tra intuizione felice e felice cavalcatura delle tendenze, si è rivelata tra le più fortunate e influenti degli anni 2000. Se dovessimo tracciare un profilo il più asciutto possibile di cosa è stato il decennio passato, musicalmente parlando, nel mondo anglofono e in Europa, gli AC troverebbero un posto d’onore, magari accanto ai Radiohead avant-divulgatori o all’anti-hip hop della Anticon, giusto per fermarci a due delle direttrici più peculiari e a portata di mano. È stato il decennio dell’indie, ma dell’indie explained to the masses. E l’indie, l’alt-folk, il lo-fi pop, l’indie-tronica, chiamatela come volete la musica degli AC, proprio nella sua coerente mutevolezza, proprio nel suo progressivo dischiudimento di una pulsante vena pop che da sempre covava sotto coltri di rumorini, polverine sonore, sporcature, sbeccature, eccetera, è stata uno dei riferimenti chiave, uno dei più liberatori e abilitanti per tutta una schiera di musicisti che si sono versati in un’idea di contro-pop connotata da tutti quei tag che sapete a memoria: DIY, coralità, impro, avant, hip. Di ognuna di queste tendenze, di questi modi, e di queste mode, che da alternative e da sotterranee sono diventate altro, qui su SA abbiamo parlato approfonditamente (e non è un caso se seguiamo gli AC praticamente dagli inizi). Meriti e colpe vanno equamente distribuiti, e i nostri ne hanno tanti e tante.

Pure studiatissima, pure profondamente stilizzata, arty e compiaciuta, esattamente come la mise di un giovanotto newyorkese che beve Pabst Blue Ribbon appoggiato al muro e con in mano un libello di Derrida autoironicamente girato al contrario, la trasandatezza degli esordi degli AC non va letta come posa, scorza esteriore che si riflette su se stessa, come abito senza habitus, ma come sintomo di un approccio trasversale al fare musica che, abbandonata la trasandatezza, è comunque rimasto: la naïveté. I Nostri sono furbi, ma sono anche esattamente così come si dipingono. Facendo del becero – ma becero proprio – sociologismo spicciolo: sono americani, sono newyorkesi d’adozione. Abbandonata la trasandatezza, quella direttrice traballantemente folk (che tanto è piaciuta – e spendiamo qui solo un altro nome, adesso quiescente, Devendra Banhart), la musica degli AC si è fatta sempre più solarizzata, sempre più essenziale e contrastiva, tutta voci e synth (fino alla doverosa parodia cui è soggetto chiunque diventi riconoscibile dopo mezza nota), accentuando, per immersione in una emulsione vagamente anni Ottanta, la surf music e il teenage easy-listening dei primi anni Sessanta, quei Beach Boys riferimento totemico e perseguitante che pare l’ineludibile croce-e-delizia della band di Noah Lennox e compagni.

Proprio con Noah/Panda Bear co-leader/non-leader, assieme a Dave/Avey Tare, di un “collettivo” da sempre superdialogico e superparitetico – abbiamo avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere, tirando in ballo tutto questo e tanto altro ancora, subito prima del concerto ai Magazzini Generali, a Milano, per l’edizione 2016 – la prima “espansa” – di Club to Club. Ci troviamo davanti un interlocutore un po’ fiaccato da viaggi e controviaggi, leggermente “sul chi vive” sulle prime, poi sempre più sciolto e comunque assolutamente cordiale e attento, con cui cerchiamo di sondare il passato prossimo e il presente della musica popular, il cui percorso lui e i suoi hanno comunque contribuito a orientare.

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Siete tra i musicisti più importanti e influenti degli anni 2000. Non lo diciamo per ruffianeria: è un dato oggettivo. Ora come ora, com’è il vostro rapporto con l’etichetta “indie”? Che opinione hai, oggi, di questo macro-genere o macro-scena che voi stessi avete contribuito a definire?

Panda Bear: Beh, grazie. Penso che ciò che 10 anni fa era considerato indie, oggi semplicemente non esista più. Mi sembra che molte band che facevano parte di questo gruppo, di questo genere, siano entrate a far parte del grande mondo della musica mainstream. Non voglio esprimere un giudizio di valore dicendo questo, mi interessa solo riportare quello che ho osservato in questi anni. Mi sembra che le persone – e intendo dire proprio a livello di gusti di massa – oggi siano in grado di andare un bel po’ più in là rispetto a prima. Cose che fino a poco tempo fa erano considerate strane o di nicchia, adesso sono considerate perfettamente normali in termini di consumo di massa. O, almeno, così mi pare.

Pensi che gli Animal Collective siano stati soggetti a questo processo o siano ancora legati alla scena indipendente?

PB: Non siamo rimasti fermi, ci siamo mossi, abbiamo fatto dei passi avanti. Forse dico questo perché adesso andiamo in radio e roba simile, perché facciamo cose che in altri tempi vedevo come situazioni abbastanza tipiche del mainstream. Va detto anche che ci sono elementi che riguardano la musica – e lo dico anche perché so che molte persone la pensano così – che non hanno poi molto a che fare con la musica in senso stretto. Io penso che molto dipenda da quale album, da quale canzone ti vuoi mettere davanti e analizzare. E anche dal modo in cui Internet ha lavorato sulla musica negli ultimi 10 anni. A livello globale, è tutto talmente spezzettato e rapido, il ritmo con cui le cose vengono consumate è talmente veloce, che per me è davvero difficile parlare o anche solo pensare allo sviluppo di qualcosa che sia pervasivo, nel senso di uguale, comune a tutti.

Anni fa con l’etichetta “indie” si definivano band come i Pixies. Ora “indie” è qualcosa di completamente diverso e quelle band storiche sono diventate qualcosa che possiamo forse chiamare “classic  rock”.

PB: Sono diventate mainstream.

È un processo comune a tutte le arti e molto vecchio. Se consideri le arti visive, per esempio, gli Impressionisti iniziarono come gruppo avant-garde a Parigi (non erano compresi, né riconosciuti, se non da pochissimi), per poi essere assorbiti dai musei e dall’accademia, a livello internazionale. È una sorta di istituzionalizzazione, storicizzazione di alcune tendenze…

PB: Vuoi dire qualcosa come nel caso dei Velvet Underground: pensa che gesto forte deve essere stato scrivere una canzone così esplicita sull’eroina, all’epoca. Qualcosa di oltraggioso. Oggi invece puoi trovare mille band che scrivono canzoni come quelle. Semplicemente perché le cose cambiano.

Come AC e come Panda Bear, ti senti parte di questa istituzionalizzazione? Pensi che abbiate avuto una qualche forma di riconoscimento ufficiale?

PB: Direi di no, perché non abbiamo mai veramente raggiunto il successo di massa. Penso che Merriweather Post Pavilion sia stata la cosa che è andata più vicina a diventarlo, c’è sicuramente stata un’accelerazione a quel punto lì. Ma, allo stesso tempo, le nostre sono carriere che viaggiano a due velocità, che vanno avanti per saliscendi. Se avessimo seguito quella strada lì, magari ti avrei detto “Sì”, ma il fatto di non avere continuato su quella strada mi fa rispondere, oggi, “Non così tanto”.

Ho sempre pensato che la vostra relazione con il pop fosse complicata, ma anche molto diretta. Mi spiego meglio. Avete iniziato con qualcosa che suonava come un “folk strano” e per anni siete state etichettati in questo modo (weird folk). Poi avete cominciato ad amplificare, a mettere in chiaro gli elementi pop che hanno sempre strisciato al di sotto della sostanza della vostra musica (banalmente, un certo modo di intendere la melodia), eliminando tutta una serie di altre cose (il noise, la “bassa fedeltà”, eccetera). Cose che, in fondo, erano accessorie. Dove molti vedono una cesura netta, nella vostra produzione, io ci vedo invece molta coerenza: avete sempre avuto in testa il pop.

PB: Sì, è sempre stato lì, sono d’accordissimo. Io penso che ci sia una sorta di mix di elementi alla base della nostra musica, fin dagli esordi. E che sia ancora quello, oggi: solo che il rapporto e l’equilibrio tra i vari elementi è cambiato molto.

Avete invertito la proporzione tra dietro e davanti, tra figura e sfondo. Qualcosa del genere.

PB: Penso che i maggiori cambiamenti che abbiamo fatto siano sul lato strutturale delle canzoni. Forse prima le canzoni erano abbastanza tipiche, dal punto di vista della forma. I cambiamenti e il bricolage che abbiamo fatto, tutto il lavoro che abbiamo portato a termine nel corso del tempo, credo che abbiano portato a nuovo modo di concepire gli incastri in queste nostre “canzoni domestiche”. Un nuovo modo di immaginare come i nostri brani si debbano muovere dall’inizio alla fine e affrontare le diverse parti. Mi sono veramente fissato su questa idea di canzoni che fossero “scomode”, “goffe” [awkward] per tutto il tempo, per tutta la loro durata, canzoni con cui non ci si senta a proprio agio. Ho cercato di farlo nel mio ultimo disco [a occhio e croce, potrebbe intendere Panda Bear Meets the Grim Reaper, ndSA], dove non sei mai in grado di dire “questo è il ritornello, questa è la strofa, qui c’è il ponte”, perché tutte le parti sono un unico sing along.

Come ti poni rispetto alla retromania in cui siamo sprofondati negli ultimi anni? E qual è stato il ruolo di Internet in tutto questo fenomeno, nella (ri)scoperta di gruppi del passato o provenienti da altri paesi?

PB: Internet ha avuto un ruolo enorme, proprio in termini di storia della musica registrata. Forse abbiamo semplicemente raggiunto un punto nel quale era possibile tornare indietro e rielaborare qualcosa da cui siamo stati lontani abbastanza: “hey, possiamo creare nuove versioni di questa cosa!” Avresti potuto farlo negli anni Cinquanta, o avresti potuto farlo con la musica classica, e probabilmente nessuno lo avrebbe chiamato retro-: è solo una sorta di continuazione delle cose. È un’idea molto semplice, ma molto potente. Intendo dire: se guardi un film di Hollywood e pensi a quante rielaborazioni, a quante riletture sono state fatte, vale lo stesso discorso. C’è qualcosa di sicuramente eccezionale e irripetibile nell’originale, ma almeno metà del tuo lavoro è stato fatto, in un certo senso. Devi soltanto dargli la tua impronta. Ancora, ci tengo a dire che non si tratta di un giudizio di valore: lì fuori è pieno di band di questo tipo, gli Strokes per esempio, che mi piacciono molto. È una forma di ri-generazione e penso che alcuni abbiano fatto cose molto interessanti.

Gli AC io non li definirei mai retromaniaci. Semmai, li immagino e immagino che loro stessi si vedano – che voi stessi vi vediate – come “modernisti”…

Neanche io direi di essere un nostalgico, né di fare revival.

Parlando di retromania, parliamo dei Daft Punk. Il loro Random Access Memories è forse il compimento di tutto questo discorso. La collaborazione con loro com’è cominciata?

PB: Io sono da sempre un grandissimo fan della loro musica. Per anni li ho praticamente rincorsi per avere un remix. Avevamo amicizie comuni e, anche se non avevo idea di come sarebbe andata a finire, quando abbiamo messo su dei progetti basati su remix di nostri pezzi, mi sono detto “ma perché non chiediamo anche a quei due lì”? Ci ho provato per My Girls, ci ho riprovato quando è uscito il mio Tomboy, ma niente, la risposta di Thomas [Bangalter] è sempre stata più o meno “Ci piace la canzone, ma non vogliamo più fare dei remix, magari potremmo fare qualcosa assieme in futuro”. Ed è stato così. Thomas venne a una mia data a Parigi e, alla fine, mi disse “perché non vieni in studio?”. È venuta fuori Doin’ It Right.

Brano che con il tempo ho riconosciuto essere uno dei pezzi migliori del disco. Domanda strana: immagino che band come i Daft piacciano a tutti gli AC, ma c’è qualche artista su cui non vi ritrovate d’accordo?

PB: Intendi dire un musicista che a qualcuno di noi piace e a qualcun altro no?

Esattamente…

PB: Mi prendi un po’ alla sprovvista. Non riesco a pensare a qualcuno che non mi piace del tutto e che invece a qualcun altro della band piace molto. Ci sono sicuramente band che riscontrano diversi gradi di apprezzamento tra di noi: per esempio, David e Brian sono decisamente grandi fan dei Grateful Dead, rispetto a Josh o me (e Josh lo è un po’ più di me). Li stimo molto per ciò che hanno fatto, ma per quanto mi riguarda l’unico album di cui mi è rimasta memoria e che ho davvero amato è American Beauty.

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Pensando al tuo modo di fare e produrre musica, sia come AC che come PB, mi verrebbe da definirti un “compositore di improvvisazioni”. Mi sto sbagliando?

PB: Penso che ci sia molto caos in quello che facciamo, forse più sul palco che in altri posti. Lì capitano momenti in cui nessuno veramente capisce cosa stia succedendo (o cosa succederà). Ma in termini di scrittura, di songwriting, c’è molto di – non lo chiamerei “progettato” ma sicuramente – di “attentamente costruito”. Penso di poter essere definito un “produttore”, ma in un modo strano, perché mi sentirei davvero a disagio nel produrre altri gruppi, che sarebbe poi quello che un vero produttore dovrebbe fare. Il produttore dovrebbe essere qualcuno che dice “Ok, vuoi registrare la tua band con questa batteria, questa base, sì possiamo farlo così” eccetera, mentre io non penso che riuscirei a farlo. Ho trovato il mio modo di fare le mie cose, ma nel “vero mondo” della produzione non avrei mai successo.

Pensi che gli AC sarebbero mai “sbocciati” al di fuori di un contesto come New York e di una zona particolare come Williamsburg?

PB: Non saprei, forse no. Nel senso che sinceramente non saprei se saremmo qui a parlare adesso. Sicuramente NY è stata cruciale per noi, anche solo per i negozi di dischi in cui abbiamo lavorato, per le persone che abbiamo incontrato. Mi ricordo per esempio di questo Mike Wolf, il primo in assoluto a scrivere qualcosa su di noi su un giornale: penso che in qualche modo ci abbia battezzati e indicato una strada da percorrere.

NY è un bell’ambiente in cui crescere e costruire relazioni?

PB: Sì e, al di là di quello, la città è un posto fantastico per gente nella nostra posizione, che fa quello che facciamo noi come lavoro. Noi volevamo esattamente fare questa cosa qui. Ci sono un sacco di persone che magari hanno la nostra stessa motivazione, piene di grandi speranze, ma nelle loro città non trovano granché. A NY nessuno può davvero permettersi una bella casa, quindi nessuno vuole restare tutto il tempo chiuso lì dentro [ride, ndSA]: tutti vogliono stare in giro e lavorare tutto il tempo. Noi avevamo l’ambizione di fare buona musica, ma non mi sentirei di dire che il nostro scopo era diventare artisti di successo o ricchi o roba del genere. NY è sicuramente un bel posto, pieno di energia, anche al di là della stampa, della scena eccetera, ed è stata per noi sicuramente una grossa fortuna ritrovarci lì.

Pensi di essere più avant-pop o pop-avant? Cioè: ti pensi di più come qualcuno che inietta elementi d’avanguardia nella musica pop o uno che poppizza l’avanguardia?

PB: [Ci pensa su un bel po’, ndSA] Penso di inserire cose avant nella musica pop, molto più che il contrario.

Quando, come e dove sei entrato in contatto con la musica che in generale possiamo chiamare avant?

PB: Da piccolo ascoltavo molta musica classica perché mia mamma era una patita di balletto, lei stessa ballava molto e quindi capitava spesso di ascoltare quella musica in casa. Ascoltavo musica anche quando ero in macchina con mio padre, alla radio, per esempio la classica top 40 settimanaleQueste erano, per così dire, le due forze musicali contrapposte che hanno attraversato la mia giovinezza. Poi, in realtà, ci sono state così tante altre cose che ho scopero nel tempo… Quando ero ancora a Baltimora, avrò avuto 15-16 anni, la fidanzata di un mio amico lavorava assieme a me in un negozio di bagel. Si chiamava Jeanne Kaiser. Lei mi passava in continuazione questi mixtape assurdi con dentro band come i Fuck e tantissime altre di cui non avevo mai sentito parlare e che neppure mi ricordo. Quello è stato il primo momento in cui ho capito di stare ascoltando qualcosa di veramente diverso dal solito.

Come ti vedi a 70 anni? Ancora a suonare, produrre, registrare?

PB: Spero di essere vivo, innanzitutto. Sono praticamente certo che farò ancora musica, in qualche modo, perché non riesco proprio a immaginare di smettere con la musica. Sarei invece molto sorpreso di riuscire a fare ancora dei tour e, molto più in generale, dubito proprio che la musica potrà essere la mia unica fonte di guadagno. Non penso che sarà più il mio lavoro. Forse, ma sinceramente ne dubito.

Come vivi la vita in tour, oggi?

PB: Con estrema difficoltà. Il tour è una parte veramente necessaria della vita da musicista, anzi ormai è l’unico modo per fare qualche soldo, però ci sono molti momenti morti durante le giornate del tour, e può essere veramente noioso. Ci si deve preparare, fare il sound-check, spostarsi di qui e di qua, aspettare…

Incontrare i giornalisti…

PB: [Ride, ndSA] No dai, mi sto divertendo, questa è una delle parti più stimolanti del mio lavoro, vengono fuori cose interessanti. Di solito, invece, devi solo sederti nel backstage e aspettare. Alcuni di noi passano una grossa parte della giornata a parlare con la propria famiglia al telefono. E non hai mai molto tempo per girare la città e fare tutte le cose che vorresti. Passi davvero solo un sacco di tempo seduto ad aspettare.

Quindi in realtà non conoscete i posti dove andate in tour…

PB: Esatto. I miei amici mi dicono “Ah, come sei fortunato, tu vai in tour, viaggi per il mondo”. Certo, e vedo molti club, molte sale concerto. E basta. Quando giravamo in furgone, almeno in quel caso potevi vedere, potevi girare i posti, vedere le cose in giro, la campagna attorno, qualche scorcio della città, arrivare dappertutto. Mi piaceva tantissimo e devo dire che in un certo senso, per strano che possa sembrare, quello è un periodo che mi manca.

Che tipo di visual userete stasera?

PB: Sono particolarmente preso dalla nuova scenografia che utilizzeremo, è una delle mia preferite. È una cosa in pieno stile mixed-media: ci sono statue, cose appese al tetto e che pendono giù, ma ci saranno anche proiezioni.

Penso che per voi l’integrazione tra musica e immagine sia sempre stata molto importante. Basti pensare anche al film che avete realizzato, ODDSAC. 

PB: Ci sono due aspetti che vanno considerati. Da una parte, non facciamo altro che tradurre le nostre idee in forme diverse, musica, elementi visivi, ma anche metafore e gesti. Siamo portati a pensare la musica anche attraverso questa sorta di “descrittori” che non sono direttamente sonori. Dall’altra, quando pensi a un disco, pensi alla sua copertina, che è super-importante, anche oggi in pieno mondo digitale. In alcuni casi c’è un forte accordo tra la musica che stai ascoltando e la copertina, è come una sintesi del primo impatto che hai avuto ascoltandola; in altri casi la copertina può servire a darti una prospettiva differente su quella musica. E questa è una cosa che trovo molto interessante.

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Poche ore dopo la nostra chiacchierata, i Magazzini Generali ospitano l’unica data italiana del tour promozionale di Painting With, uscito il 19 febbraio 2016. Scenografia picassiana, luci psichedeliche e led colorati illuminano un pubblico per lo più giovanissimo che si agita e si crogiola in una sala sempre più piena e sempre più madida, per l’occasione trasformata in una specie di sottomarino stroboscopico pop-avantgarde. Ritornati alla formazione dei tempi di Merriweather Post Pavilion (ovvero, in trio, senza Joshua/Deakin), i nostri marciano al ritmo del progressivo innalzamento della temperatura, accelerando di minuto in minuto. Si parte con quattro brani dell’ultima uscita: Spilling Guts, Golden Gal, coi suoi riferimenti alla cultura pop anni Ottanta del telefilm Golden Girl, e a seguire On Delay e Bagels in Kiev. Il caldo, come da programma ai Magazzini, si fa asfissiante, tra ormoni giovanili e traspirazioni alcoliche, mentre i più audiofili tra gli astanti cercano rifugio “sopra”, sui palchetti, per ovviare alla resa sonora dell’amplificazione che, nel maelstrom del sottopalco o del fondosala, sa essere anche peggio che infame. Da una sorprendente cover di Jimmy Mack, brano di Martha Reeves & the Vandellas, si passa al momento retrospettivo di Bees, dall’album Feels, e si torna poi a un filotto targato Painting With con Natural Selection, Summing the Wretch e l’attesissima FloriDada, l’elettrico, orecchiabile singolo che riesce a smuovere anche i più docili, complice la ristrettezza degli spazi, scatenando un gioioso putiferio. La selezione degli AC è qui un juke box generoso che non lascia scontenti i cultori di ciascuna possibile delle loro “fasi”: prima di tornare, chiudendo il programma, su Merriweather, c’è anche spazio per qualche scampolo dal primordiale Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished, a sottolineare ulteriormente che la cesura tra il prima e il dopo è più che altro uno strumento di comodo per giornalisti e critici. Il concerto fila liscio, tutto in accelerando, per poco più di un’ora, bypassando anche la fruizione casinara cui la location costringe novantanove volte su cento, e non scontentando – o così ci è parso – il pubblico, che si aspettava il colorato carnevale free-electro-indie a cui ha assistito. Usciamo soddisfatti come quando a fine serata ci si concede una salamella cipolla e peperoni. E cotti uguali.

[Intervista di Gabriele Marino. Recensione e foto di Ilaria Nacci. Grazie a Francesca Deruti.]

2 Maggio 2016
2 Maggio 2016
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