Film

Add to Flipboard Magazine.

La società del consumo ha prodotto due tipi di persone, archetipi se vogliamo per chi verrà dopo di noi: l’uomo che compra e l’uomo che vende, ed è spesso associabile al secondo l’obbligo (e anche la responsabilità civile) di rendere il primo soddisfatto da ogni possibile transazione. Durante una magnifica sequenza della puntata pilota di Mad Men (serie televisiva che andrebbe mostrata e studiata nelle scuole), Don Draper, brillante copywriter di New York, spiega ai proprietari della Lucky Strike un concetto imprescindibile nel processo di vendita: «La pubblicità è basata su una cosa, la felicità. E sapete cos’è la felicità? La felicità è l’odore di una nuova macchina. È liberarsi dalla paura. È un cartellone sul lato della strada che ti salta all’occhio rassicurandosi che qualunque cosa tu stia facendo è ben fatta. E che tu sei ok». Da quando Silvio Berlusconi si è insediato nell’immaginario – così come nelle case, grazie ai canali Mediaset – degli italiani, la felicità è diventato un obiettivo reale, possibile, ma solo perché venduto alla perfezione. Sei un piccolo borghese e vuoi cambiare la tua vita? Puoi farlo. Sei un cantante da crociera e vuoi diventare Presidente del Consiglio? Puoi farlo. Vuoi far credere al popolo che eliminerai le tasse? Puoi farlo. Vuoi creare un’emittente tv gratuita a cui tutti hanno accesso? Puoi farlo. E la filastrocca, come una giostra che gira e rigira, sarebbe continuata all’infinito.

Il protagonista di Mad Men e l’ex-premier, però, non hanno in comune solo l’innato e infallibile talento di venditori, ma anche la percezione di un’intimità fragile, quasi corrotta da un sentimento irrisolto. La paura dell’abbandono e della morte, man mano che l’età avanza e i giorni più luminosi diminuiscono, insieme alla solitudine e al crollo fisico hanno annientato quello status di divinità di cui i personaggi si sono nutriti a lungo. Rivediamo lo stesso processo chirurgico di smantellamento dell’individuo, proprio come nella serie capolavoro di Matthew Weiner, anche nell’opera divisa a metà di Paolo Sorrentino, con Loro 2 che arriva in soccorso della prima parte e giustifica per certi versi questa scelta editoriale effettivamente non proprio riuscita. Silvio venditore di sogni, Silvio uomo al tramonto della sua esistenza, Silvio che cerca di rallentare la naturale involuzione e fermare il tempo in una giovinezza invisibile (con la plastica al viso, i capelli finti, le escort, i balli a mezzanotte sui prati di Villa Certosa). Sorrentino ama raccontare storie di decadenza – morale e psicologica – ma ama più di tutto il resto raccontare le debolezze che stanno fra le pieghe, la dimensione dei sentimenti in un’atmosfera di fine imminente, i sogni di generazioni che non mutano negli anni, o meglio, si ripetono ma sotto forme diverse.

Così, nell’indagare l’altro lato della festa berlusconiana, al centro della narrazione in Loro 1, in questa seconda parte il regista partenopeo trova il modo per vendere meglio il personaggio, l’icona e tutto ciò che rappresenta: un prodotto in scadenza, ma testimone di un’epoca della quale siamo ancora spettatori. E nel farlo Sorrentino recupera tutta la sensibilità che l’ha reso – fin dagli esordi – molto più che un esteta arrogante, per restituirci un’immagine di Silvio, uomo prima che celebrità, sicuramente inedita e cinematograficamente affascinante.

11 Maggio 2018
Leggi tutto
Precedente
Black Moth Super Rainbow – Panic Blooms
Successivo
Beach House – 7

film

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite