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Paolo Sorrentino è sempre stato l’oggetto di una profonda discordia, sia in seno al panorama critico italiano (c’è, infatti, chi lo odia e chi lo osanna, senza le proverbiali vie di mezzo) sia all’interno dello stesso discorso narrativo/autoriale che il cineasta sta portando avanti da una filmografia, ovvero interno alla persona. Desideroso di raccontare spaccati di vita che delineassero parte della nostra società, già dall’esordio con L’uomo in più si palesava questa divisione interna, questa schizofrenia narrativa – le due trame di quel film procedevano parallele, ma in fondo avevano il medesimo significato – che rendeva il suo autore arrogante e freddo calcolatore da un lato, inguaribile romantico dall’altro. Questo connubio tra anime tormentate si faceva più evidente nelle due opere successive (Le conseguenze dell’amore e L’amico di famiglia) e, soprattutto, ne Il divo dove però – per la prima volta – Sorrentino si addentrava nelle stanze del potere, quello vero, quello che conta, abbandonando definitivamente le piccole storie, mettendo da parte il “ragionare sul particolare per arrivare all’universale” e prendendo direttamente di petto l’universale, anzi lo storico (o quello che riconosce come tale) per riflettere sulle sue conseguenze quotidiane.

Il postmodernismo Sorrentino lo ha sempre avuto nel sangue. Il suo è un cinema fatto di continui rimandi e ammiccamenti, quando non proprio un vero prendere in prestito; ne erano pieni L’uomo in più, ma anche e soprattutto Il divo, con cui il progetto Loro condivide più di qualche semplice e pregiudizievole obiettivo. Nel film follemente pop dedicato alla figura di Giulio Andreotti – resa nosferatuiana dall’enorme lavoro su corpo e sulla postura da un grande Toni Servillo – si tendeva a una sorta di revisionismo romantico connaturato allo stile sorrentiniano, ma proprio per questo lo rendeva anche un oggetto fantasmatico, che un attimo dopo la sua sconvolgente apparizione, spariva senza lasciar traccia; a causa della volontà ferrea di Sorrentino del non volersi sporcare troppo le mani, nel sospendere un giudizio che inevitabilmente il pubblico (italiano) richiede quando ci si immerge nella politica (o nella nazionale di calcio, ecc.,). Il senso ultimo de Il divo era quindi rintracciabile nella ricerca ossessiva di una visione romantica e romanzata della realtà da parte del suo regista, che quindi rimarcava il suo distacco netto dalla grande tradizione del cinema d’impegno e d’inchiesta dei vari Rosi e Petri (solo per citarne due).

Il problema principale di Loro – o meglio di Loro 1, aspettando la seconda parte del dittico che arriverà il 10 maggio – sta appunto nella ricerca del senso. La realtà raccontata da Sorrentino non è ovviamente quella effettiva, quanto una sua versione deformata attraverso il racconto di eventi assurdi, surreali, irrazionali. Ne scaturirebbe un racconto grottesco, alla maniera felliniana, non fosse che la realtà da cui il regista prende spunto – e questo è un problema relativo all’epoca odierna – è anch’essa deformata, surreale. In poche parole, infilmabile e irrealistica, narrativamente parlando. Provate a raccontare una storia sul recente andamento politico nostrano (e internazionale) senza apparire ridicoli: praticamente è impossibile. Il secondo grande problema di Loro 1 è il suo voler trattare cotanta superficialità, disprezzo, meschinità, insulsaggine, in una parola, volgarità, proprio con la stessa moneta: quindi, ammiriamo il banale e prevedibile arco narrativo di tal Sergio Morra (un Riccardo Scamarcio in parte), abbiamo i dialoghi aforistici di personaggi così caricaturali che già possiamo prevederne le prossime mosse, metafore visive e sonore così semplici da apparire volontariamente ridicole. Abbiamo, infine, la caricatura della caricatura: un Toni Servillo che – consapevolmente – sa di non poter restituire sullo schermo la dimensione umana di una persona che ha reso il proprio simulacro mediatico tridimensionale; Silvio Berlusconi da più di vent’anni non è più una persona, ma un simbolo, una maschera (di cerone) dietro cui il vero uomo si è nascosto ormai così tanto tempo fa da esserne rimasto sepolto e schiacciato suo malgrado.

Ecco perché Servillo, pur nel suo continuo gigioneggiare e nelle sue smorfie, appare trattenuto, impegnato a delineare i confini di una macchietta che è già la caricatura di se stessa, ripetuta troppe volte da troppe persone. Lontano dall’analisi storica così come dalla metafora spietata e dall’autocritica (Il caimano), Sorrentino ricerca l’uomo, ma trova com’era inevitabile il suo doppio miniaturizzato (ad altezza tubo catodico), tende verso il romanticismo ma sbatte contro un’insostenibile e ostentata rozzezza. Perfino a livello tecnico ed estetico – dopo l’esplosione dei sensi (La grande bellezza) e la loro successiva implosione e perdita (Youth – La giovinezza) – questa prima parte appare indecisa, schizofrenica e in definitiva irrisolta, come tutta l’operazione commerciale montata alla base: la divisione (inutile) in due parti e i proclami su un film su Berlusconi di cui Sorrentino non aveva certo bisogno. A Loro 2 il compito di rivelarci se questo regista che – nel bene e nel male – ha riconfigurato i paradigmi del cinema italiano, sente ancora vicino il desiderio di raccontare storie.

26 Aprile 2018
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