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In questa prima settimana di uscite discografiche del 2019, dopo la pausa invernale, Roma ha subito esordito dettando il passo: il ritorno sulla lunga distanza dello storico producer e dj Marco Passarani è infatti una release imperdibile, capace di soddisfare le alte, altissime aspettative che l’attendevano. L’altra capitale italiana della musica, Milano, però non ci sta a farsi lasciare indietro e risponde con un paio di opere che, senza raggiungere le vette di W.O.W. , meritano comunque una segnalazione: con i piedi saldi nella contemporaneità e quella famelica curiosità che è prerogativa della gioventù, i dischi dei Pashmak e Mulai sono un ottimo spot per una una città che vanta (e si vanta di) un cosmopolitismo senza rivali nello Stivale e suonano, il primo sul versante di un pop-rock eclettico e contaminato ed il secondo invece su uno più elettronico e dance, appunto decisamente internazionali e spesso fascinosi.

Al secondo album sulla lunga distanza (a cui si aggiunge un buon numero di ep, tra i quali spicca Indigo del 2016) i quattro Pashmak accentuano le differenti influenze che già vibravano in maniera sotterranea nei precedenti lavori, influenze spesso etniche portate anche dalle radici personali dei vari componenti (che spaziano dalla Sicilia agli Stati Uniti, passando per l’Iran), come evidenzia la bella e mediterranea Shanti, o quasi cantautoriali, con le due tracce in italiano (Laguna e Bronzo) che forse anticipano un possibile esito futuro della band e che, più che al contemporaneo it-pop, rimandano al Niccolò Fabi più ispirato e a una versione in riduzione dei Baustelle più lirici. Se questi però sono gli approdi più estremi e peculiari dell’evoluzione dei Pashmak, in Atlantic Thoughts anche i momenti più convenzionali convincono e conquistano l’ascoltatore: dalle prime due tracce con i loro suoni taglienti e avveniristici e con una componente ritmica, irregolare e spesso frammentata, fortemente accentuata alle complesse architetture prog di Violet Vax Skin, il quartetto milanese dimostra di aver fatto proprie le suggestioni più significative del pop elettronico mondiale (declinato con grande sentimento, sfiorando quasi atmosfere shoegaze, nel singolo Harp) in brani come l’elegiaca Firefly, la pirotecnica Oceans (che accumula pathos senza mai raggiungere l’attesa deflagrazione) o l’intensa e stratificata Sit & Stare. (6.8/10)

Meno elaborato e poliedrico, l’esordio del producer Mulai (all’anagrafe Giovanni Bruni Zani) prosegue un percorso avviato con alcuni ep autoprodotti, ma segna una netta maturazione e insieme l’ingresso in una fase più ambiziosa: edito da OYEZ!, HD Dreams prende ispirazione in egual misura dal mondo onirico e dalla sempre maggiore presenza della tecnologia nella vita di tutti i giorni, unendo così atmosfere digitali ed eteree (così eteree da sfociare in derive vapour in Night_Morning, Tokyo e Populations). Anticipato dal convincente e frizzante singolo BYE che mette in mostra gli aspetti più glamour di Mulai tra bassi UK e spirali trap, l’intero lavoro, pur nella sua brevità, sfoggia un notevole eclettismo e ha più di un vertice: il mix di synth-pop ad alto tasso emozionale e geometrie beat di HD Me, il Weeknd virato chillwave di 22-22, la malinconia crepuscolare di una Future Pubs che gira dalle parti del Burial più dilatato. (6.6/10)

19 Gennaio 2019
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