Recensioni

7.3

Quindici anni fa Paul sapeva far trascorrere il tempo attraverso l’utilizzo di atmosfere e arrangiamenti alieni dall’elettronica cocainomane di Miss Kittin e soci, portando il suono techno su una dimensione più umana, piena di bassi accoglienti e mood che raccoglievano l’eredità fertile di una Berlino social, meno bladerunneriana. Il suo era un percorso in sintonia con melodie e canoni in egual misura vicini a Detroit e alla stagione del rave inglese ’90. Oggi l’evoluzione continua e i semi piantati tre lustri fa maturano su una melodia che è diventata marchio di fabbrica (ricordate la storica Gebrünn Gebrünn del 2005?) e che non sconfina sul sound da arena, ma rimane “autorale”, quasi come se ci fosse una magia nel mixare strumenti e melodie, per il musicista tedesco. Una movenza calma, a tratti balearica, che già nel film del 2008 Berlin Calling (e nell’annessa colonna sonora composta sempre dallo stesso Kalk) accumulava discrasie interessanti: la calma apparente del suono in contrasto con la vicenda dell’uomo Icarus aka Paul, sottolineate anche nella trilogia più recente di video che precede il nuovo lavoro (il personaggio di Florian nei singoli Cloud Rider, Mothertrucker e Feed Your Head).

Quest’ultimo 7 ricorda le evoluzioni ammiccanti al pop dei Booka Shade, passa per i colori caldi di Gui Boratto e arriva alla consacrazione major: in marzo il produttore ha firmato un contratto con Sony International/Columbia e l’anno scorso ha pure suonato davanti a 500mila persone alla Porta di Brandeburgo per le celebrazioni del 25mo anniversario della caduta del muro (l’incarico è stato commissionato direttamente dal governo tedesco).

Medaglie e riconoscimenti a parte, il nuovo lavoro punta sulla melodia: Paul ha avuto infatti accesso agli archivi vocali dell’etichetta e ha potuto scegliere a suo piacimento dalla storia infinita che gli si presentava davanti. Il risultato è stata una selezione minima e accurata ai suoi fini: in Cloud Rider un sample vocale dei D-Train (il pezzo originale è You’re The One For Me, un classico della post-disco newyorchese del 1981) costruisce un remix in puro stile dance senza sbavature, Feed Your Head riprende White Rabbit dei Jefferson Airplane e va in progressioni clubbistiche mittel con un backing di archi che ricorda le migliori produzioni Kompakt, Never Too Much di Luther Vandross diventa A Million Days, con spalmate di nutella-synth ’80 che colano misticismo black e apologie prog d’antan. Le altre canzoni viaggiano su coordinate basico-prog (Battery Park), quattro quarti pesanti e bilanciati (Shuffleface), svisate deep-acid (stupendo il ricordo ‘00 di Mothertrucker) e techno-pop raffinata (Bright Roller).

Kalkbrenner è attento all’evoluzione del suono mittel, affascinato dalla linea vocale, ma sempre con i piedi per terra per quanto riguarda l’ascoltabilità e un arrangiamento che dosa sapientemente le armi della techno più affilata dove serve. L’uomo è arrivato sulla vetta, vive quell’onestà intellettuale che non maschera la lunga e faticosa gavetta e che nel contempo non si siede su banali ripetizioni del già detto o sulle scontate sabbie mobili dell’EDM. Usa le stesse coordinate sonore, ma il piatto è saggiamente condito, e regge anche sul minutaggio lungo.

PK artigiano techno in stato di grazia. Ascoltabile, mai tronfio e pure simpatico, anche se non ha il senso dell’umorismo del Moby di fine millennio (ricordate Play?). Piacevole anche per i non addetti, 7 conferma quello che già sapevamo, rivelando la statura del musicista sul mare asfittico della dance preset-addicted. Da sentire e ovviamente ballare (PS: unica pecca, l’inguardabile cover).

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