• set
    25
    2015

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Rub

I U She Music

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Avevamo già sentito una preview del nuovo corso Peaches-iano nel singolo Bodyline su Adult Swim lo scorso luglio, e le indicazioni erano l’uso di laser, qualche reminiscenza punk e tanta electro primi 2000. Dallo scorso disco I Feel Cream sono passati ben sei anni. Peaches nel frattempo ha cantato il musical Jesus Christ Superstar da sola, ha partecipato al film Ivory Tower insieme a Feist, Chilly Gonzales e Tiga, ha collaborato con i R.E.M, con Christina Aguilera nel disco Bionic, a un tributo ai Suicide, a un video per liberare le Pussy Riot, ha stampato un libro fotografico e molto altro.

Il suo percorso continua imperterrito a indagare le dinamiche di genere, senza sporcarsi troppo con velleità twerk, restando fedele a un’electro che evita le ingombranti distorsioni rock degli esordi: il risultato sono ritmi semplici mescolati a un parlato che recita più che cantare, e la dimensione di questo tunnel psichico trova i propri volumi ideali in un gioco tra il gender e la macchina. L’evoluzione estetica parte quindi dal sesso simulato di Donna Summer, si innamora dei bassi caldissimi di Nightclubbing di Grace Jones, aggiunge qualche ricordo electroclash (un remember di Fischerspooner) e se ne esce con una cosa nerissima e pesante, che strizza l’occhio a Diplo (non a caso ha collaborato anche con Major Lazer) e critica, facendoli propri, alcuni maschi cliché dalla scena hip-hop attuale (A$AP Rocky, Schoolboy Q, Nicky Minaj), per approdare a un quattro quarti maturo, più consapevole e compatto di quanto già detto in precedenza.

Il rimando underground potrebbe partire dai già citati Alan Vega e Martin Rev, per arrivare all’intellighenzia alternative east-coast: Kim Gordon che rappa ed è presente nel videoclip dell’opener Close Up sembra tornare alle atmosfere spettrali di EVOL tagliate con il grezzo delle collane dorate da papponi/wrestler viste nel video del singolo, il synth-chitarra distorto dark in Sick In The Head e la confessione che ricorda in certi punti pure l’ultimo Lou Reed in Free Drink Ticket. Si prosegue con la critica al machismo (“let’s switch positions/no inhibitions“), slo-motion footwork based di Dick In The Air che riprende i beats di M.I.A. e la produzione di Back To Back di Drake, la vecchia e buona electro che ricorda le aperture di filtri di fine millennio (Tiga, Boys Noize) mixata con il ricordo Gigolo Records in Pickles. La Nostra chiude in picchiata remeber disco su Light In Places e fa splendere per un attimo un pop alieno con Feist in I Mean Something.

Viste le buone capacità compositive, il messaggio di Peaches è fuori tempo massimo? Le istanze electro-rock-femministe à la Le Tigre/Chicks On Speed hanno ancora senso quando il massimo è vedere Miley Cyrus e Nicky Minaj che sculettano o Madonna che si fa le foto nuda su Interview? Il disco ci fa ballare, ma anche pensare alla condizione della donna nel pop contemporaneo. Un minimo di discussione può ancora servire, dipende tutto però dal target di riferimento. Merrill Beth Nisker resta fedele al suo passato, parla di se stessa convincendo il casual listener con la sua forza e i suoi testi “senza paura”.

La risposta alle rifatte e sculettanti all time twerkers è quella della “vecchia” scuola electro di inzio millennio che ritorna a ondate più o meno frequenti, mescolando il tutto con l’ironia lesbo di chi non si prende troppo sul serio, ma sotto sotto ha voglia di dire la sua in modo diretto. I mercati di riferimento di Peaches e del nuovo rap femminile ingioiellato e siliconato sono diversi, anche se la Nostra, con il suo eurocentrismo (teutonico nel suo cuore pulsante), sembra avere qualche carta in più delle “rivali” d’oltreoceano. Il disco, registrato l’anno scorso a Los Angeles con Vice Cooler, è un meritato risveglio, la miglior prova della sua carriera.

23 settembre 2015
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