Recensioni

6.8

Attesissimi ma anche criticatissimi. O a volte non abbastanza criticati. Ecco un esempio. «L’album nel suo insieme riflette la stessa ambivalenza e si rivela non il disastro preconizzato da qualcuno, ma sostanzialmente un disco minore nella carriera dei Pearl Jam. Uno tra i meno ispirati, senza per questo essere un flop totale». Queste righe sono di sette anni fa, ed era la recensione di Lightning Bolt chiusa da una salomonica – e un po’ pilatesca – sufficienza. I pareri a caldo sono i più infidi – se si è viscerali manca la prospettiva e se si è moderati si rischia comunque l’effetto “me ne lavo le mani”. Il disco “minore” è diventato con un po’ più di riflessione il più serio candidato alla palma di peggior album del gruppo di Seattle. Ma il passato è passato. Parliamo fortunatamente di un altro lavoro, legato in qualche modo al precedente perché se da un lato il timore di un replay era molto forte – e sarebbe stato la spia di una china discendente quasi irreversibile – dall’altro ci si attendeva un riscatto almeno parziale che in questi solchi, effettivamente, c’è.

Da questo punto di vista, le due anticipazioni del nuovo album dei Pearl Jam ascoltate fin qui mandavano segnali contrastanti. Dance of the Clairvoyants ha il merito di smuovere le acque musicali del complesso con sonorità new wave anni ’80 alla Talking Heads o Peter Gabriel, non proprio usuali per i Pearl Jam e a conti fatti tutt’altro che stonate. Superblood Wolfmoon rientrava già più nei ranghi dell’ordinario. La cosa curiosa è che dà un’impressione migliore se ascoltata nel contesto dell’album. Dance of Clairvoyants invece con il suo ritmo e il suo sound appare più sganciata dal resto, ma se è per questo rimane anche il pezzo più suggestivo, proprio perché è il più fuori dal canone.

Un paradosso che è a suo modo sintomatico di un album in cui per rinnovarsi i PJ hanno cambiato produttore e provato anche a sperimentare qualche soluzione nuova, ma il tutto, perlopiù, senza stravolgere la propria cifra sonora, se non con alcuni tocchi sparsi (per esempio c’è più di un synth amalgamato alla classica combinazione elettroacustica del gruppo di Seattle). Scelta conservativa per alcuni, questa di una sperimentazione “moderata”, anche se piuttosto logica e coerente con l’essenza della band.

Anche a livello compositivo non ci sono grandi rivoluzioni in Gigaton, solo qualche azzardo in più che spesso, tra l’altro, paga. Si può intuire già dal brano iniziale, Who Ever Said. È un boogie-rock abbastanza classico dei Pearl Jam “di mezzo” (fa pensare all’album omonimo del 2006), ma con uno sviluppo movimentato che porta un po’ di brio – c’è tutta una progressione centrale, con un bel crescendo dinamico corale della band, che dà un valore aggiunto a un buon pezzo, probabilmente il più apprezzabile del versante rock di questo nuovo LP. Lo stesso lavoro articolato di costruzione musicale si nota in un’altra canzone, densa nel minutaggio come negli sviluppi: parliamo di Seven O’Clock, che inizia come una ballad springsteeniana – nell’andamento delle strofe così come negli interventi delle tastiere – finché non è il refrain psichedelico a portarla verso un climax di lirismo r.e.m.iano rinforzato dai suoni degli archi.

Il lato più direttamente rock o grunge che dir si voglia (Never Destination, o Take the Long Way, scritta da Cameron) convince invece meno, in confronto ai brani che abbiamo citato e anche al trittico finale Comes Then Goes-Retrograde-River Cross i cui giri armonici e le cui melodie evocano tanta tradizione americana – anche con qualche deviazione un po’ più acida, certo – in modo un po’ manieristico ma di base ancora vitale, onesto, vibrante. Sorvolando su qualche autocitazione (c’è un richiamo evidente all’assolo di Alive in quello di Quick Escape, che è un aggiornamento straniato di certe sonorità addirittura di Ten), rimane il dubbio di come avrebbero potuto suonare i Pearl Jam se avessero voluto svoltare fino in fondo nelle sonorità (vedi il discorso su Dance of the Clairvoyants). Però dobbiamo accontentarci così: Gigaton è comunque il lavoro migliore da un po’ di tempo in qua (diciamo da dopo la metà degli anni zero) e riscatta se non altro almeno le ultime prove davvero opache.

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