• ott
    14
    2013

Album

Monkeywrench Records

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Non si può negare che il decimo album in studio dei Pearl Jam sia stato tra i più anticipati e sia già tra i più discussi degli ultimi mesi. Questo aspetto di per sé è un sufficiente attestato di longevità per la band di Seattle e per la sua capacità di fare presa sulla scena musicale; un dato di fatto che prescinde dalle considerazioni sulle mancanze di alternative credibili nel campo dei modern classic, la dimensione naturale in cui Eddie Vedder e compagni giocano la propria partita almeno dai tempi di No Code.

I due brani resi di dominio pubblico prima dell’uscita ufficiale di Lightning Bolt hanno lanciato segnali contraddittori. Mind Your Manners, un onesto punk rock con riferimenti alla scuola californiana dei primi anni ’80 (Dead Kennedys per i riff di chitarra e Bad Religion per il bridge e i cori), non offre molto più del remake di una Spin the Black Circle con sonorità più cadenzate e manieristiche. Meglio Sirens, una ballata che ha almeno una linea melodica interessante e rappresenta uno dei brani che qui accendono la luce. Presenta di sicuro qualche ridondanza e stucchevolezza nell’arrangiamento, ma anche alcuni tocchi indovinati, come il giro armonico di Mike McCready alla dodici corde acustica. E poi c’è l’interpretazione di Eddie Vedder, che da sola assicura quel quid in più.

L’album nel suo insieme riflette la stessa ambivalenza e si rivela non il disastro preconizzato da qualcuno, ma sostanzialmente un disco minore nella carriera dei Pearl Jam. Uno tra i meno ispirati, senza per questo essere un flop totale. Se l’impressione di calma piatta del primo ascolto svanisce non appena ci si addentra nei successivi, l’idea che i momenti da worst of (il finale di Pendulum: ma perché?) superino, per quanto di misura, quelli da best (non pervenuti) è ugualmente ingenerosa (anche se non troppo). Oltre a un discreto teaser iniziale con Getaway, c’è una bella Sleeping by Myself riacciuffata in altra veste da Ukulele Songs di Vedder, con i suoi profumi West Coast, e ci sono pezzi che recuperano terreno strada facendo: gli sviluppi melodici che riscattano My Father’s Son e la title-track e gli squarci di pop psichedelico che aprono il rock blues di Let the Records Play dimostrano come la band sappia riprendersi con classe (e mestiere) da attacchi un po’ banali. Ciò non toglie che un brano sovraccarico come Infallible ce lo saremmo aspettato più dai tanti epigoni di Vedder e soci che dagli originali (nei momenti migliori ricorda Taillights Fade dei Buffalo Tom, nei peggiori gli Stone Temple Pilots, riecheggiando certe ballate degli Aerosmith), mentre a Yellow Moon e a Future Days manca qualcosa per diventare davvero memorabili. I Pearl Jam confermano tutta la loro conoscenza enciclopedica del rock con le chitarre e la raffinatezza interpretativa; semmai è l’ispirazione a fare un passo indietro.

Chi dai propri beniamini si aspetta sempre il meglio, rimarrà con l’amaro in bocca; chi apprezza una band che continua a fare il suo dovere dopo vent’anni di onorata carriera, vedrà il classico bicchiere mezzo pieno. La realtà a volte – salomonico, ma vero – sta nel mezzo. E non un passo più in là. 

9 Ottobre 2013
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