• Nov
    16
    2018

Album

Peder Mannerfelt

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Sentivamo già la mancanza di Peder Mannerfelt, uno degli artisti più multiformi e sorprendenti tra quelli emersi nel variegato panorama dell’elettronica sperimentale di questi anni. Ne sono passati esattamente due anni da Controlling Body, quel quadro astratto e contemplativo che riprocessava, in deviazione situazionista dub-techno, frammenti vocali e codici algoritmici. Lo scorso 16 novembre il terzo album Daily Routine, è uscito sulla Peder Mannerfelt Produktion, l’etichetta personale pensata per le produzioni estreme e per il lancio di talenti emergenti come Klara Lewis e Black Holes.

«È un disco sul nulla», dichiara il produttore svedese, «un album senza concept o secondi fini. O forse no, magari è una vignetta di tutto ciò che mi è accaduto. È una collezione di suoni. Nuovi suoni, suoni che ho registrato dieci anni fa, suoni che ho trovato, suoni rubati dai dischi che mio fratello comprò a Londra nell’estate del 1988. C’è anche Sissel Wincent (la persona più bella che conosca) che canta su una traccia». In effetti, il suo spoken word rende Sissel & Bass un prezioso reperto cyberpunk, in un disco che suona come un collage post-rave emerso da una collisione astrale tra paesaggi sonori urbani, oscuri campioni dopati con bassi violentissimi, recrudescenze industriali e lontane eco hardcore spinte a 180 bpm, con i sample vocali cyberg che oramai sono diventati un marchio di fabbrica nelle produzioni recenti di Mannerfelt. Processi comunicativi, psicosi, fobie… sono i topic che, attraverso campioni vocali, vengono a galla da un magma sonico oscuro, ossessivo nella ripetizione dei pattern ritmici, allucinato e compulsivo. Una specie di epica glitch declinata in lande desertiche e spettrali, tutte riverberi e stridii.

Come accade in Tride It – Blue on Blue: arriva alla fine del viaggio questa traccia combinata che parte mettendo in sequenza assolo free jazz, passa per sirene da sound system culture e finisce come un remix industriale di un pezzo trip hop della Bristol anni ’90. Belgian Blues, Weighing my Brain e How was your day sono parentesi ambient distopiche, nel mezzo del disco, mentre le ascolti hai l’impressione di stare ad attraversare un deserto di desolazione feroce, con in mano una piccola radiolina capace di captare segnali di oscura provenienza che vanno a stratificarsi dentro un flusso sonoro mai consolatorio. Anche perché devono lasciare lo spazio alla furia ritmica di tracce, come This Machine Shares Memes, che paiono registrate con un tape recorder ad un rave dei primi anni 90.

Sottotraccia, in questo lavoro come nelle altre opere recenti dello svedese, c’è una dolorosa riflessione sule distorsioni proprie della comunicazione digitale, spesso elaborata in una pratica combinatoria che usa i caratteri stessi di quella comunicazione per cercare di costruire meccanismi sonici roboanti, oggetti deflagranti per il nostro udito impigrito. Strutturalmente è un gioco di opposizione tra maglie ritmiche dalla geometria molto rigorosa e paesaggi sonori di cupo fascino isolazionista.

10 Dicembre 2018
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Peder Mannerfelt, �

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