Recensioni

Anticipato l’11 settembre 2019 dal singolo Dreamland, in collaborazione con Olly Alexander dei synth-popper inglesi Years & Years, Hotspot è il quattordicesimo disco da studio dei Pet Shop Boys. L’album segue Electric, Super e l’EP Agenda del 2019, ed è stato registrato presso gli Hansa Studios di Berlino, dove Tennant e Lowe hanno lavorato nell’ultimo decennio insieme a Stuart Price aka Jacques Lu Cont aka Les Rythmes Digitales (ricordate Jacques Your Body (Make Me Sweat)?), dichiarando – in particolare per questa ultima fatica – «di aver aggiunto una nuova dimensione al loro suono». Slogan da cartella stampa più o meno veritieri, immediatamente smentiti ascoltando il disco: il sound petshoppesco non è stato per niente modificato dal processo produttivo, anzi utilizza i classici meccanismi dance che il duo ha consolidato da molti anni a questa parte.
Gli ingredienti sono prevedibili: pletore di barocchismi in pompa magna (la marcia nuziale ubercamp in Wedding In Berlin o lo stupendo giro dance settantiano di Monkey Business), l’aria bucolica da lento per la ola con l’accendino allo stadio (You Are The One), ballad malinconiche (Burning The Heather, Hoping For A Miracle), singoli pop catchy (il ritornello della già citata Dreamland arriva subito in testa senza mezze misure), ricordi Ottanta (Only The Dark), electrodance con quel filo di wave che non guasta (Will O the Wisp), battute squadrate high energy (Happy People, con l’insert spoken word marchio di fabbrica) e vocoderate semiprog (I Don’t Wanna).
I ragazzi a petto nudo di Domino Dancing – anno di grazia 1988 – sono doverosamente scomparsi e i Pet Shop Boys, pur non esibendo la carica di quegli anni, dimostrano di essere capaci di mantenere la dignità, variando di poco la componente vocale (in fondo la voce di Tennant non è poi così cambiata: anche da ventenne non raggiungeva acuti impossibili), ma spingendo con qualche tocco di contemporaneo che aggiusta l’estetica quanto basta. Negli anni ’80 andavano bene le dichiarazioni d’amore tardoadolescenziali, le ostentazioni modaiole (Paninaro) o il comunismo camp-kitsch di Go West. Oggi non si può prescindere dalla produzione, qui ottima, e nemmeno dalla coerenza. Per viaggiare a testa alta e proporre senza problemi un imminente tour mondiale delle loro hit più famose, serviva un disco ben fatto ma senza scossoni. L’onestà di questi due musicisti alla lunga paga.
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