• Apr
    01
    2016

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Si può continuare a puntare su un sound cristallizzato senza risultare ridicoli, senza proiettare immagini sbiadite di se stessi. I Pet Shop Boys sono un’icona meravigliosa e meravigliata degli/dagli anni Ottanta. Da molti considerati come meteore, ma in verità mai spenti e sempre attivi, Chris Lowe and Neil Tennant hanno una marcia stilistica che da sempre, con quella voce nostalgica, ci porta indietro a un passato adolescenziale miglior definizione possibile della ricerca mai esaudita del pop. Le lacrime per le storie d’amore finite male, le pagine di diario, il feeling di antagonismo verso l’autorità, lo sballo, il ballo: questi e altri i temi delle canzoni dei Pet Shop Boys. Rivisitati in mille salse, ma oggi sempre e comunque attuali, perché – chi l’avrebbe mai detto trent’anni fa – classici.

Avevamo già capito con il video di The Pop Kids, primo singolo diffuso, che questo nuovo disco avrebbe preso di nuovo le armi della disco Novanta e le avrebbe rilette secondo la lezione petshopboysiana: i ragazzi pop sono Tennant e Lowe, dopo tutti questi anni è solo il tempo ad essere passato ma le idee e il feeling sono ancora quelli dei club londinesi, l’innamoramento per il pop e la consapevolezza che «il rock era sopravvalutato», le ragioni di vita. Il club dei Pet Shop Boys era il pop di classe, quello senza alcuna volontà di essere indie, di nascondersi dietro troppe sofisticazioni. Il loro è addirittura il sapiente gioco di prendersi poco sul serio (vedi il ritmo latino in coda allo stesso singolo), la consapevolezza di essere vecchi, ma comunque di poter dire qualcosa senza sfigurare.

Il disco prodotto da Stuart Price, che aveva messo le mani sul precedente Electric e che, fra gli altri, ha lavorato con New Order, Madonna e Take That, alterna pezzi standard/maranza (Happiness è un baraccone da pole position in autoscontro, Twenty-Something ha una base polka-balera da festina delle medie, Pazzo! è il ricordo delle sirene ravey-deep Novanta) a chicche più meditate, come Groovy, che ricorda la Madonna di Confessions On A Dancefloor (vedi il remix di Sorry usato dalla regina del pop in tour), le cavalcate robotizzate-mit-Tempo delle mele in The Dictator Decides, il tunnel esplosivo da sturbo mistico-technoide-autobahn di Inner Sanctum. In più si va anche sul classico suono Pet Shop Boys con Undertow, che è pop dance perfetto, o si piange in una lentissima ballad che riassume la condizione postmoderna già dal titolo: Sad Robot World, che fa gioco sul Mad World dei Tears For Fears rispecchiandolo su quello di trent’anni dopo, robotizzato, meccanizzato e spento.

Il disco viene prodotto secondo i dettami del pop contemporaneo, si sentono meno gli strumenti rispetto agli anni Ottanta e le voci sono “embedded” nel magma sonoro di Price, ma il tutto conserva quell’aura di classico che con una sillaba fa scaldare il sangue. Nel trentesimo anniversario dell’esordio Please (su cui è stata organizzata addirittura una conferenza accademica il 24 e 25 marzo 2016 all’università di Edimburgo intitolata: “Between revivalism and survivalism: the Pet Shop Boys’ New York City Boy, disco pastiche and the haunting of Aids”) i Pet Shop Boys sono entrati di fatto a far parte della cultura tout court. Due personaggi che, se vogliono, possono esulare dal pop (la colonna sonora del film muto di Eisenstein La corazzata Potemkin o le musiche per il balletto The Most Incredible Thing), ma che quando ritornano a sporcarsi le mani con la musica ci sanno fare, senza sbavature.

5 Aprile 2016
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