• feb
    24
    2017

Album

Ribéss Records

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Pieralberto Valli è uno dei migliori scrittori di testi che abbiamo in Italia. E non stiamo parlando solo di parole in rima destinate alle canzoni, ma anche di narrazione, come dimostra il suo romanzo-poesia (passateci la definizione inconsueta, ma non è utilizzata a caso, e si riferisce allo stile della scrittura) Finché c’è vita pubblicato nel 2016. La parola del musicista di Forlì è a prima vista fluida e lineare, non ha l’aristocrazia lessicale di un De André, ma in realtà lavora su rimandi semantici molto raffinati. È sufficiente ascoltare uno qualsiasi dei dischi dei suoi Santo Barbaro per accorgersene, o magari questo esordio solista, che ci parla di passioni giovanili richiamate all’ordine da un palpabile senso di continuità con un certo percorso stilistico (parzialmente rintracciabile anche nel Navi pubblicato nel 2012).

Nello specifico parliamo di trip-hop, linguaggio prediletto di Atlas. E la cosa ha un senso, visto che il disco ha quasi il sapore di un dialogo interiore sviluppato sui toni ovattati e onirici di pianoforte, basso, parte ritmica e synth. Atlantide potemmo identificarlo come il brano “pop” del pacchetto, con quegli archi circolari e un beat à la Massive Attack piazzato bene in vista; ma sono episodi come Falso ricordo o Frontiera la parte più intrigante dell’album, parentesi da cui traspare un’inquietudine introspettiva affascinante su suoni sintetici e testi ancora più asciutti e reiterati. Stesso discorso per una Esodo a metà strada tra certi Radiohead elettronici e un cantato che ha la pronuncia stentorea – ma meno teatrale – di un Giovanni Lindo Ferretti.

Atlas è un disco che lavora sui riverberi e i volumi, in cui gli spazi si fanno ampi e ragionati – come nell’ottima progressione armonica di una L’avvento dei futuri a metà strada tra la band di Thom Yorke e Marco Parente – e dove non si rinuncia a un certo “classicismo” nei suoni – vedi le lentezze calcolate sulla somma archi-pianoforti di I nostri resti. Tutto suggerisce un ascolto sospeso ma con punti di riferimento solidi, e un’eleganza che funziona soprattutto quando non scambia la sostanza della narrazione con il semplice rispetto dei canoni (Cosa rimane).

1 Marzo 2017
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