Recensioni

I Pavone sono dei borghesi e intellettuali che frequentano l’alta società e i salotti romani; i Vismara, invece, sono una rumorosa famiglia di sottoproletari fascisti. Pietro Castellitto è anche attore nel film e interpreta un assistente universitario frustrato, Federico, perché escluso dalla assurda e paradossale riesumazione delle spoglie di Nietzsche. Ma non solo per questo, come vedremo. La sua mamma è una schizofrenica regista collezionista di David di Donatello (!).

La prospettiva di Federico è quella che muove il film. Assistente di filosofia dibattuto e alienato, Federico non riesce a decifrare né “reinventare” il suo tempo, per riprendere l’espressione usata dallo stesso Castellitto durante un’intervista veneziana. E da lì poi il cerchio si allarga. I predatori è infatti un film corale con una pluralità di voci, prospettive e luoghi che si intersecano senza mai incontrarsi realmente. Il film è caratterizzato in questo senso da un pastiche di luoghi comuni e stereotipi fotografati e messi a fuoco dal regista: l’alienazione matrimoniale; l’insoddisfazione lavorativa ma soprattutto sentimentale; il divario socio-culturale tra le due famiglie, quella borghese e l’altra di borgata; il senso di inadeguatezza provato dalle nuove generazioni trasposto dalla canzone rap “vomitata” sulla sua famiglia durante una cena dalla cugina di Federico e sorella di Castellitto nella realtà.

Pietro Castellitto è Federico ne “I predatori”

Nonostante queste premesse e l’intenzione di partire da sparuti quadretti di realtà per rendere la complessità del tessuto sociale e culturale contemporaneo, I predatori non sembra mai andare oltre la categorizzazione e riproposizione sotto forma di singoli blocchi narrativi delle suddette parentesi. Lo stile e il tono del film sono quelli già sperimentati recentemente dai D’Innocenzo in Favolacce e che risalgono ovviamente a una longeva tradizione di cinema comico che volge al grottesco e al camp, per la normalizzazione del “brutto”, di ciò che è esteticamente e intimamente disturbante.

Se infatti  quest’ultimo aspetto funziona come strategia dell’ammicco interna a un gruppo che scherza su di sé, esagerando per esorcizzare una determinata condizione – la scena poc’anzi citata della cena di famiglia; le situazioni al limite del paradosso che vivono i genitori di Federico e la famiglia criminale di borgata – tale da impedirle di manifestarsi apertamente, rendendo, di conseguenza, sismico e fuori dall’ordinario lo spazio estetico e (in questo caso) filmico, sono elementi che nel film di Castellitto vengono sfiorati se non addirittura evitati, e sulla cui forza il regista avrebbe potuto giocare molto di più.

I paradigmi ci sono tutti. I ricchi frustrati, i poveri che si danno alla malavita, i giovani senza futuro. Ma è come se Castellitto ne avesse individuato il potenziale senza sradicarlo concretamente per farne il terreno di una riflessione più acuta, e che non passi soltanto per metafore e figurazioni congelate nel solo spazio dell’inquadratura. Trattandosi di un esordio, tuttavia, è lodevole l’ingresso a gamba tesa nel mondo della denuncia alle classiche convenzioni e al perbenismo sempre più imperante dell’odierna società. Non da tutti.

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