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In apertura a La terra dell’abbastanza (2018), dirompente esordio dei fratelli D’Innocenzo, il malinconico sassofono dei misconosciuti Bohren & Der Club of Gore (il brano è Still Am Tresen, contenuto nell’album Dolores del 2008) avvolge con il suo manto ombroso i titoli iniziali, fino poi a disperdersi nella crepuscolare atmosfera di un campo lunghissimo sui condomini di Tor Bella Monaca. Quando da quella inquadratura di contesto i due registi inseriscono a mo’ di frusta il primo piano dei protagonisti, Manolo (Andrea Carpenzano) e Mirko (Matteo Olivetti), la desolazione del paesaggio sembra trasferirsi all’interno dei due ragazzi, trasformandone l’anima (o gli occhi, dato che sono un’ossessione per gli autori) in non-luoghi destinati all’insoddisfazione, alla solitudine e alla disperazione. Infatti quell’incidente mortale che provocheranno poco dopo è interpretabile non tanto come un punto di partenza, bensì come una spinta che ne accelera la caduta nella malavita romana, sviluppata in una serie di “isole urbane” che traggono ispirazione dagli spazi perturbanti del cinema noir classico e della reinterpretazione degli anni Settanta, fino alle opere di David Lynch a cavallo degli anni Novanta come Velluto Blu e Twin Peaks (infatti, la colonna sonora è in linea con i toni di Angelo Badalamenti).

Con Favolacce, Orso d’Argento per la Miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Berlino, Damiano e Fabio D’Innocenzo fanno esplodere la loro personalissima ricerca stilistica partendo da un presupposto simile ma con un intento ben più esteso, come accade per tutte le opere seconde. Il film si apre accompagnato dalle stranianti e folli sperimentazioni musicali del compositore grossetano Egisto Macchi (il brano è Città Notte dell’omonimo album del 1972, da cui poi verrà presa anche l’orrorifica Bidonvilles). L’onnisciente e poco affidabile narratore (Max Tortora) parla del ritrovamento di un diario posseduto da una bambina che abitava nel quartiere di Spinaceto. Al suo interno si trova la storia di Favolacce, ma fin da subito capiamo che le parole lette (e abbellite) dal narratore non rispecchieranno perfettamente i fatti («Quanto segue è ispirato ad una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, la storia falsa non è molto ispirata»). L’importante non sarà capire quanto la realtà e la finzione si influenzino in questo spaccato della vita di periferia, ma lasciarsi sovrastare dalla crudeltà iperbolizzata con cui le famiglie protagoniste periscono sotto gli attacchi di un antagonista “invisibile” (o quasi).

Sotto la presentazione di Tortora si susseguono una serie di dettagli dallo spiccato gusto fotografico (nuvole, formiche, ombre, fette biscottate bruciate, tende che impediscono una chiara vista dell’esterno), fino a che non compare una visione dall’alto del quartiere circondato dai boschi. Anche in questo caso la musica striscia dentro le inquadrature dei fratelli D’Innocenzo e il loro sguardo si protrae verso la contaminazione dei generi e una decontestualizzazione della storia. Questa è la scelta ideologica che fa risaltare Favolacce in mezzo all’odierno neo-neorealismo italiano. I due cineasti elevano la periferia romana ad un non-luogo fuori dal tempo e dallo spazio, alla stregua delle cosiddette “lynchtown” o, per il tono grottesco di questo film, delle villette a schiera del cinema di Tim Burton (musicato dalle bizzarre armonie di Danny Elfman). Ma se ne La terra dell’abbastanza il male serpeggiava nella notte e fuoriusciva dagli edifici mal illuminati dai lampioni, in Favolacce ha una provenienza di carattere “genetico” e riesce ad agire indisturbato anche sotto un accecante sole d’estate, la cui luce viene filtrata attraverso i riflessi di una melmosa fotografia dai colori acidi.

Sapendo sfruttare appieno le possibilità di un cast fenomenale, il punto di vista di Favolacce è quello dei bambini ed è una scelta che viene spesso sottolineata dai numerosi primi piani o dalla camera posizionata alla loro altezza (quando non è “nascosta” in angolazioni che deformano lo spazio e fanno pensare ad altri occhi indiscreti). Purtroppo, in linea con la lezione dei fratelli Grimm o di certi romanzi di Stephen King, sono gli adulti i principali responsabili delle loro delusioni e sofferenze, coloro che si vantano dei loro successi come se fossero i propri e che dovrebbero invece guidarli nel percorso di formazione; «Ma tu sei davvero sicura che vuoi avere un figlio?» chiede uno dei piccoli protagonisti, Dennis (Tommaso di Cola), all’orchessa Vilma interpretata da Ileana d’Ambra.

Non volendo riconoscersi l’incapacità di migliorare una condizione miserabile, genitori e insegnanti sfogano frustrazione e rabbia verso l’altro, che sia il vicino, lo straniero, lo Stato o (per l’appunto) la propria progenie. In modo simile al padre di Manolo (un inedito Tortora) o la madre di Mirko (Milena Mancini) ne La terra dell’abbastanza, passano la loro “colpa tossica” nelle vene di chi prima o poi li dovrà sostituire, deviandone la crescita per plasmarli a loro immagine e somiglianza e sentirsi meno soli nel fallimento. In tal senso è sintomatica la sequenza in cui il padre interpretato da Elio Germano (forse mai così violento) rovescia a testa in giù Dennis per liberarlo da un pezzo di carne che lo sta soffocando (e sarà lo stesso bimbo ad essere indicato come unico responsabile dell’accaduto), oppure quella in cui il personaggio di Gabriel Montesi lascia che il figlio Geremia (Justin Korovkin) guidi irresponsabilmente il suo pick-up («Tu sei come me! Tu sei come me!»).

Ma se vogliamo risalire alla radice del problema bisogna guardare non tanto agli orchi che si incontrano per la via o che si nascondono tra le mura di casa, ma ai subdoli imbonitori della violenza che li hanno generati. La genialità della regia dei fratelli D’Innocenzo risiede in questo non-visto che irrompe sotto altre forme, come i morbosi dettagli sulla “imperfezioni” del corpo umano (le macchie, i brufoli, i denti, la cellulite) o sulla “bruttezza” della vita quotidiana (la pasta al pomodoro invasa dalle mosche). Quello che troneggia sulle esistenze di tutti i personaggi di Favolacce è la violenza insita negli schermi, nelle immagini scioccanti che ricoprono il paesaggio urbano e umano, nella condivisione ossessiva e “sociale” delle stesse, nello sdoganamento dell’atteggiamento voyeuristico di coloro che godono dell’orrore come forma di spettacolo (una citazione non troppo velata al cinema di Michael Haneke).

Quindi si ritorna alla sequenza d’apertura, in cui dall’inquadratura su Spinaceto si passa a un quadretto in cui la famiglia capitanata da Germano sta guardando in televisione la notizia di un infanticidio. Come nell’opera d’esordio, a quel punto il contagio (simile al morbillo o ai pidocchi) è già scattato non solo per i personaggi ma anche per noi spettatori, e sarà solo questione di tempo prima che a una violenza ne segui un’altra di maggiore intensità. L’unica cosa che rimane da fare è integrare la critica (più intellettuale che emotiva) che i D’Innocenzo fanno del nostro presente in crisi, da tradurre in un atto di ribellione in grado di farci rinascere tutti come persone migliori. E se non sarà questa generazione, dovrà essere la prossima.

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