• nov
    11
    2016

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Legacy Recordings

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Ogni volta che si ascoltano dei mastodonti come i Pink Floyd in musica, o si gode di artisti di eguale, superlativa, caratura in altri campi delle belle arti (pittura, scultura, letteratura eccetera), bisogna sempre porsi una domanda: che cos’è un classico? Le risposte a questo interrogativo potrebbero essere tante, tutte calzanti e a loro modo pertinenti; fra le più efficaci ce n’è una che fu formulata a suo tempo da Italo Cavino: «I classici sono quelle opere che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale». In questo senso, i Pink Floyd classici lo sono da lungo tempo; perlomeno da quando Roger Waters si unì a Syd Barrett, l’amico di Cambridge, e nel 1964 portò l’embrione dei futuri Floyd verso il loro primo stadio d’esistenza.

In effetti, la formazione Waters-Barrett-Mason-Wright è considerata, da molti fan, ancora oggi, la formazione floydiana par excellence. Ne fanno fede i primissimi singoli (Arnold Layne, See Emily Play, eccetera) e un album d’esordio che ha scavallato le insidie del tempo proprio perché totalmente fuori dal tempo. Titolo dell’epocale 33 giri: The Piper At The Gates Of Dawn. Anno di uscita: l’altrettanto epocale 1967. Segni particolari: un uso poetico e sfrenato dell’immaginazione (qui intesa come la capacità di rappresentare le cose che non hanno asilo nella realtà sensoriale ma solo nella mente) e una costante ricerca sonora (non a caso il chitarrismo barrettiano è in forte debito con quello disarticolato di tale Keith Rowe, membro dell’epocale combo d’improvvisazione libera AMM). Altri, invece, sostengono che gli unici Pink Floyd classici che contano qualcosa siano quelli dal 1968 in poi, ossia dall’estromissione di Syd-il-folle dalle fila della band, che da quel momento in poi remerà a vista fino al (faticoso) raggiungimento dei fasti prog del long selling The Dark Side Of The Moon, l’album che sancisce la definitiva resa della band allo strapotere carismatico ed artistico di Roger Waters.

Detto questo, torniamo all’attualità: perché l’uscita (a un prezzo ahinoi esorbitante) del megacofanetto intitolato The Early Years 1965-1972 (ben 27 dischi: 10xCD, 8xBlu-Ray, 9xDVD, 5×45 giri), di cui il doppio CD che stiamo esaminando rappresenta un mirabile compendio, ha una duplice funzione. Da un canto, stabilisce una volta per tutte, se mai ce ne fosse stato bisogno, il modo in cui bisogna approcciare i Pink Floyd, ossia come dei classici il cui stile, al di là dei pregi (numerosi) e dei difetti (altrettanto numerosi), si è imposto col tempo come qualcosa di fuori dal tempo, ovvero… un classico. Ma non è finita qui. C’è un altro aspetto che la musica del box dirime una volta per tutte, ed è la favola raccontata sempre più spesso negli ultimi anni, tanto da fans comuni quanto da critici blasonati, che Syd Barrett sarebbe stato colui che accese le micce della polveriera floydiana, ma in verità il genio, il vero genio della formazione, sarebbe… lui, Mr. Roger-Paranoid-Eyes-Waters. Domanda bruciapelo: le cose stanno veramente così, come una certa vulgata vorrebbe farci credere? Ovviamente, le posizioni fra le due fazioni divergono un bel po’, per non dire che sono del tutto inconciliabili. Da un lato ci sono i floydiani barrettiani, i duri e puri che pur amando i fasti di album come Meddle (1971) o Atom Heart Mother (1970) sono poco disposti a barattarli con le meraviglie stralunate architettate in punta di voce e chitarra da Syd-il-folle. I floydiani watersiani, invece, credono che Roger-il-paranoide sia una specie di profeta; l’unico che ha reso grande il gruppo attraverso l’esercizio esclusivo del proprio genio imponendosi col pugno di ferro all’interno della band.

La questione, a questo punto, sembrerebbe irrimediabilmente indistricabile. E invece no. Perché pensano i due CD di The Early Years 1967-1972 Cre/ation a fare un po’ di chiarezza su come si muovessero i Pink Floyd nell’atto della creazione artistica. Due esempi, per cominciare. Il primo è In The Beechwoods, un pezzo scritto da Barrett ma registrato dal gruppo durante le session sessantasettine che partorirono il loro secondo LP, A Saucerful Of Secrets (1968). Qui Barrett è assente, e nonostante le armonie e un certo piglio generale riconducano inevitabilmente alla follia stralunata dell’autore di Lucifer Sam e Astronomy Domine, è evidente che il pezzo è stato registrato senza il suo aiuto. Infatti, là dove i pezzi del 33 giri d’esordio rilucevano nella loro grezza ed approssimativa follia, qui si respira un che di calcolato, di millimetricamente predisposto, pedina sonora dopo pedina sonora. Il risultato è affascinante, ma a suo modo costituisce una specie di regressione, un ricominciare dall’inizio, un voler trovare la propria via a dispetto dello space rock di matrice patafisica sul quale si era incamminata la band di Syd-il-folle. Che i Pink Floyd siano destinati a rimanere succubi del suo fantasma? Tutto farebbe credere di sì. Poi… avviene il miracolo: Point Me At The Sky (sempre presente fra le 27 tracce di questa doppia raccolta) è un singolo ben noto ai fan della band anglosassone. Pubblicato a metà dicembre del 1968, è composto in combutta da Waters e dal neoarrivato chitarrista David Gilmour. A mettersi in evidenza è subito la chitarra slide, scheletrica ed evocativa di David. Risultato: spettacolare. I Floyd funzionano anche senza Syd-il-folle. La chimica è cambiata. Ma la magia rimane intatta. E forse non è un caso che una delle altre perle presenti in questa compilation – una versione senza orchestra della pomposissima suite (qui nella versione registrata durante il concerto tenuto a Montreux nel novembre del 1970) che diede il nome al disco Atom Heart Mother – sia la prova provante che il gruppo funziona meglio quando abbandona certi arrangiamenti ridondanti, barocchi, prolissi. Ridotta infatti all’osso, forte dell’apporto di Nick Mason, che pesta di brutto alla batteria, e delle tastiere modali orientaleggianti di Richard Wright, la musica dei Floyd post-Barrett è un concentrato di dinamite emotiva pura. I fasti lussureggianti del sound tirato a lucido di The Dark Side Of The Moon sono ormai dietro l’angolo.

Passo successivo: intraprendere la strada che porterà, album dopo album, a quel capolavoro “operistico-paranoide” chiamato The Wall (Anno Domini 1979). Sarà un cammino lungo, anzi lunghissimo; perché Waters non è Barrett, e diversamente da lui non è baciato da un talento patafisico per la composizione, eppure… anche lui a suo modo si rivelerà un genio. Nothing, pt.14 è la perla che lo dimostra; si tratta di uno “stralcio” di poco più di sette minuti, una versione primordiale, in fieri, della suite forse più riuscita del gruppo: Echoes (che occupa una posizione centrale nel loro disco del 1971). Anche qui il suono è scheletrico, l’atmosfera è ieratica, si intuisce che il gruppo lavora attraverso una stratificazione incessante di intuizioni e controintuizioni, che alla fine, come per miracolo, coagulano in un tutt’uno compatto, senza sbavature, a suo modo perfetto. Ed ecco che torna sulla punta della lingua la paroletta magica: classico. Sì, perché gran parte delle tracce qui contenute, che si tratti di pezzi editi ma epocali (quali: Arnold Layne, Matilda Mother – qui con un testo alternativo – o Careful With That Axe Eugene), oppure di inediti di valore (come le due versioni di Embryo o i bozzetti sonori tratti dalla soundtrack di Zabriskie Point a firma Michelangelo Antonioni, o magari le live session targate BBC di pezzi ritenuti a torto minori, tipo Green Is The Colour e Cymbaline), ci mostrano un gruppo che una volta perso il nume artistico degli inizi, fa sforzi disumani pur di conquistare una propria autonomia artistica. E alla fine ci riesce.

Ovviamente, i fan irriducibili, tanto della prima quanto della second’ora, rimarranno testardamente rinchiusi nella gabbia delle proprie opinioni e dei propri pregiudizi. Per tutti gli altri, invece, c’è l’invito ad ascoltare e riascoltare il materiale contenuto in questo doppio della band che transitò con successo dalle visioni fiabesche di Barrett agli incubi psicanalitici di Waters. E alla fine… diventò un classico. Piccola postilla sul box: oltre a contenere l’originale quad mix di Atom Heart Mother ed Echoes, il remix del 2016 della colonna sonora di Obscured By Clouds, il nuovissimo mix 5.1 dello storico concerto Live at Pompeii, più i due film More e La Vallée (Obscured By Clouds), il poderoso manufatto inanella anche una valanga di comparsate televisive, una ventina di brani inediti, BBC Radio Session, remix e una valanga di memorabilia. Particolarmente degne di nota, per i floydiani incalliti, la canzone Vegetable Man (qui catturata durante una BBC Session del dicembre 1967, e poi in studio), imperituro diamante rilucente di barlettana follia, e poi la pletora di brani risalenti alla primissima incarnazione del gruppo: la blueseggiante Lucy Leave, soprattutto.

2 dicembre 2016
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