Recensioni

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La storia dei Pink Floyd è leggenda. Tormentata, esaltante, ambigua, a volte tragica. Già col secondo disco i Nostri hanno scalato le gerarchie del rock e sono diventati i nuovi campioni della psichedelia. Siamo alla fine degli anni ’60, esplosivi, creativi e iconoclasti come poche altre epoche – forse nessuna – saranno. Ha in mano le sorti della band lo stesso genio irregolare che l’ha messa in cantiere, ovvero un Syd Barrett che, dedito alle droghe, sta cominciando a fondere la testata del motore che ha spinto i Floyd a velocità stellare verso traguardi difficili da preventivare. Eppure è in quel momento, quando perdono la loro guida, che i Pink Floyd diventano adulti, o se preferite maturi. Sono trascorsi due anni dal debutto e hanno inciso tre dischi, The Piper At The Gates Of Dawn e A Saucerful Of Secrets, che sono l’eredità musicale lasciata da un Barrett oramai arrivato a fine corsa e accantonato, e un album di “riscaldamento” che è il primo del quartetto Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour, quest’ultimo sostituto di Barrett e che nel tempo diventerà simbolo e unico amministratore della futura azienda Pink Floyd. Il disco, quello del warm up, è intitolato More – o Soundtrack From The Film More, negli USA addirittura Original Motion Picture Soundtrack From The Film More – ed è anche la prima colonna sonora del gruppo, per un film non certo immortale del regista francese Barbet Schroeder.

Solo una manciata di mesi dopo quella release, il 7 novembre 1969, con la stessa formazione i Pink Floyd pubblicano Ummagumma, sorta di triplo salto mortale carpiato con avvitamento rispetto a quanto fatto in precedenza. Intanto l’album è doppio, in più ha una vocazione originale intrinseca nella già poco abituale consuetudine delle quattro facciate imbustate nella stessa confezione: il primo disco è dal vivo, mentre la terza e la quarta facciata sono registrate in studio e più o meno equamente divise in quattro brani territorio autonomo per ciascun musicista (una idea di Rick Wright) che si esibisce in “solo”. Insomma, prima ancora di mettere i dischi sul piatto c’è di che rimuginare. Ma il forte impatto dei nuovi Pink Floyd non è solo concettuale. Le facciate A e B, quelle che dal vivo – registrate al Mother’s Club di Birmingham e al College of Commerce di Manchester rispettivamente il 27 aprile e il 2 maggio 1969 – si confrontano con la leggenda di Syd Barrett, mettono in evidenza carattere, determinazione e maturità, sia a livello esecutivo che di strategia sonora, qualcosa che spazza via le prime due prove da studio dalle quali provengono Astronomy Domine (dal disco di esordio, 1967), e Set The Control For The Heart Of The Sun e A Saucerful Of Secrets (da A Saucerful Of Secrets, 1968). Careful With That Axe Eugene era invece la B side del singolo Point Me At The Sky, uscito il 17 dicembre 1968.

Se Astronomy Domine e Set The Control For The Heart Of The Sun, nella versione barrettiana, erano azioni di scrutamento verso orizzonti celesti fatti da terra, con Ummagumma i Floyd allestiscono una nave interstellare sulla quale prendono posto per lanciarsi nello spazio profondo in modo quanto più avventuroso, epico e pericoloso possibile. Senza tute spaziali: il viaggio lo affrontano a torso nudo come a Pompei, i lunghi capelli scompigliati dalle folate del vento cosmico (32 milioni di Km orari, registrato nel 2012), ma soprattutto liberi di testa. Volano, i fantastici quattro, da fare paura. Le dita sugli strumenti sono mosse dalla mente che vaga in altre dimensioni senza imbottirsi di droghe fino a bruciarsi, come ha fatto l’ex leader della band ora incatenato alla Terra, in cura. I controlli per sfruttare l’energia del sole li metteranno a punto da molto vicini all’astro infuocato. Come novelli Icaro, le cui ali non bruceranno. I Floyd non si schiantano al suolo, perché un’ispirazione mai così prepotente, li sorregge. Lo stesso vale per Careful With That Axe Eugene, che da “timida” B side si trasforma in creatura ciclopica dalla forza inestimabile: l’intensità dell’urlo primordiale di Roger Waters – che in More non aveva cantato una sola parola – è pari a quella della prova al calor bianco fornita dalla band al completo, dal primo all’ultimo solco di questo primo disco.

I Floyd fino a questo punto del disco viaggiano sparati verso le stelle, a una velocità impensabile rispetto alla stragrande maggioranza dei gruppi dell’epoca che fanno parte dello stesso “filone stilistico”. Tornano sulla Terra alla fine della facciata B, per eseguire a loro modo A Saucerful Of Secret: l’inventario della scorribanda nello spazio profondo, il riposo dell’astronauta guerriero al ritorno da una missione non impossibile ma comunque difficile e ardimentosa da affrontare; altrettanto arduo non farsi annichilire. Il diario – sempre A Saucerful Of Secrets – di una manciata di segreti raccolti fuori (outer space) e dentro di sé (inner space), fuori e dentro lo studio (come vedremo nel prosieguo del doppio lavoro): arcani svelati che interpretano magnificenze e debolezze, slanci e paure, ricordi del passato e visioni sul futuro. In un mix stridente, e per questo più efficacemente drammatico, di acido (quale acido? La prima parte…) e celestiale (il finale) che non ha rivali contemporanei. Nel maggio del 1968 era apparso sugli schermi nel Regno Unito 2001 Odissea nello spazio. Che i Floyd ne siano rimasti influenzati ci può stare: cosa avrebbero inventato se Stanley Kubrick fosse stato più interessato al rock e li avesse considerati per la colonna sonora del suo film? Del resto in futuro penserà Antonioni ad ingaggiarli…

Ad aprire le danze (macabre) del secondo disco è Richard Wright con la sua Sysyphus, il brano più lungo, suddiviso in quattro parti intitolate semplicemente Part 1 / Part 2 / Part 3 / Part 4, registrato in una decina di giorni sparsi tra settembre, ottobre, dicembre 1968 e marzo e maggio 1969, negli studi 2 e 3, e nella sala 4 degli Abbey Road studios. Danse macabre perché il soggetto scelto dal tastierista è Sisifo, personaggio mitologico che aveva avuto il coraggio di farsi beffe di Tanato, nella mitologia greca personificazione della morte. L’andamento del brano ha la struttura simbolica della tragedia di Sisifo, condannato da Zeus a spingere per l’eternità un masso verso la cima di una montagna dalla quale la pietra sarebbe perennemente rotolata verso la base: l’inizio drammatico, la seconda parte interlocutoria che da simil-classica volge al drammatico free-jazz della terza, il confronto con la morte beffata e il senso momentaneo di vittoria e di serenità per avere vinto la sfida; la quarta parte, della condanna imprevista e risolutiva che musicalmente chiude il cerchio riprendendo il motivo iniziale. Con Sysyphus, Wright combina il nichilismo sonoro di certi movimenti free sonori dell’epoca, tra avanguardia e jazz, e lo impasta sapientemente con la psichedelia più coraggiosa (ambiziosa, direbbero i detrattori) ma al tempo stesso calcolata, di cui Ummagumma è una delle massime espressioni, almeno fino a quel momento.

Grantchester Meadows è affare di Roger Waters. Registrato in soli quattro giorni tra marzo e giugno del 1969, il brano inizia con uno dei pezzi forti dei Floyd mark II, rumori ambientali (riscostruiti/decostruiti) di uccelli che girano in stereo tra un canale e l’altro, forse un cane in lontananza, e una atmosfera bucolica dentro la quale si inseriscono il cantato del bassista e una timida chitarra acustica che resta quasi sullo sfondo. Grantchester è una località ai bordi di Cambridge cara a Waters, che ci aveva trascorso gli anni dell’adolescenza insieme a Barrett e Gilmour ponendo, tra sogni e chitarre, le basi dei futuri Pink Floyd. Un brano nostalgico il cui bucolico feeling si infrange sullo storico e improvviso ritorno a una più congrua attualità, rappresentata dal rumore di qualcuno che abbatte rabbiosamente un giornale su un malcapitato e fastidiosi insetti volante. È il preludio al brano che segue, ancora appannaggio di Waters, che intavola cinque minuti di incubo horror-psichedelico dal titolo della lunghezza degna di un film di Lina Wertmuller: Several Species Of Small Furry Animals Gathered Together In A Cave And Grooving with A Pict. In un delirio di versi di creature possibili – animali reali – e impossibili, Waters si lancia in un declamato profluvio vocale oltremodo delirante: le sue parole sono quelle di un pescatore scozzese che inveisce con forza contro l’adesione di Maria Stuarda, regina di Scozia, alla religione cattolica. Non solo sesso e droga nel rock’n’roll così poco ortodosso di una mente illuminata da luce accesa ma di incerta provenienza e angolazione, come quella di Roger Waters, comunque al massimo della sua creatività (eoni più avanti e brillante di quella che porterà, ad esempio, al probabilmente sopravvalutato The Wall).

La side 4 apre con un incipit di grande effetto, intrisa di un retaggio cosmico che pare derivare dal primo disco. Dura poco, un paio di chitarre acustiche registrate su due canali prendono presto il centro della scena, come accaduto per Grantchester Meadows di Waters, così da traslare tutto in senso folk-rock. Ma ben presto meteoriti e scorie spaziali prendono a piovere in ogni dove: pietre radioattive di psichedelia che calano dal cielo e caricano di elettricità vivida le chitarre acustiche – gioco di prestigio, di classe, di immaginazione, senza bisogno amplificazione. Fino a che il sole che illuminava la stretta via viene oscurato da una eclissi causata da potenti ventate sollevate questa volta da corde elettriche cariche di cupi riverberi, di tensione di altri mondi, di entità extra-nee, forse forme di vita di altri pianeti che si sono mischiate all’umanità dolcemente, senza che questa se ne sia resa conto. Come dolcissimo è il finale, di questo trip di 12 minuti che rappresenta uno dei vertici dell’arte del David Gilmour passato, presente e futuro. Il chitarrista canta di «darkness in the North», dove «weary strangers’ faces show their sympathy». Alieni che dimostrano riconoscenza/affetto/compassione per la inconsapevole accoglienza da parte della razza umana (?). Il brano frammentato in tre parti senza soluzione di continuità – intitolate, come per il brano di Wright semplicemente Part 1, Part 2, Part 3 – è stato completato in una decina di giorni tra gennaio e luglio 1969.

E lo stesso fa Nick Mason, che al suo complessivo The Grand Vizier’s Garden Party, suddiviso nelle canoniche Part 1, 2, 3 etc. che condivide con le composizioni di tre quarti della band (resta a parte Waters, eterno bass-tian contrario), ma di suo aggiunge i sottotitoli Entrance, Entertainment, Exit. Tre parole che iniziano con la stessa lettera: chissà se solo un caso o se dietro si nasconde qualcosa. Registrati tra settembre e ottobre 1968, e in gennaio e aprile del 1969, i quasi 9 minuti a base di percussioni del batterista sono un’altra sfida riuscita. Ben più del semplice assolo da parte di un batterista, come era lecito aspettarsi da dei Pink Floyd all’apice della loro creatività. In realtà The Grand Vizier’s Garden Party è l’unico brano di quelli gestiti in “solo” che in solo non è. L’ospite non è illustre, ma è di casa: Lindy Mason, la moglie del percussionista, che introduce il brano con una bella frase di flauto registrata su due piste, come se si trattasse di due musicisti presenti in studio. Poi il lungo prodigarsi del marito a tamburi, piatti e vari oggetti. Infine la reprise del tema iniziale da parte di Lindy. Non era facile chiudere all’altezza, ma Nick Mason che non è un virtuoso della batteria, ci riesce. A chiusura di un album che dall’inizio alla fine, a distanza di 50 anni, continua a stupire per freschezza, inventiva, e la capacità che hanno solo i capolavori di uscire dalla gogna della catalogazione non solo di genere – psichedelia? Progressive? Art-rock? Avanguardia? – ma anche anagrafica.

Ummagumma è un disco che visto da lontano può sembrare frammentario. Ma se ti avvicini, la sua forza di attrazione ti risucchia, e liberarsene è quasi impossibile. Questi Pink Floyd saranno quasi irripetibili, forse concederanno un bis giusto con Meddle. Lontani anni luce dalla macchina da soldi in grado di definire la pietra angolare rock-pop (detto senza sputarci sopra, anzi) di The Dark Side Of The Moon (e tanto altro a seguire). Un gruppo di guastatori/sperimentatori sonori senza paura: di fallire, di non vendere, di deludere qualcuno. Soprattutto di guardarsi indietro. Il disco, il cui indecifrabile titolo è dovuto all’invenzione di un roadie che con Ummagumma intendeva l’atto di copulare, stranamente vendette in rapporto di 20 a 1 in USA rispetto agli UK: stranamente, perché gli americani vengono talvolta considerati degli allocchi dediti al mainstream o all’AOR. Evidentemente, al tempo ci sentivano meglio degli europei. La critica, come sempre accade, fu altalenante, con picchi di giudizi discutibili – va detto, in tempi recenti – da gente come Robert Christagau, che si definisce il decano dei recensori (e sostiene che le melodie ipnotiche di Ummagumma siano l’ideale materiale per addormentarsi), o anche peggio da parte di Paste, che nel 2011 (!) definiva il capolavoro floydiano come «eccesso rock della peggiore specie».

Va detto che gli stessi Floyd, singolarmente, hanno espresso forti critiche sul doppio disco. Cosa che sconcerta, e in un certo senso ne definisce l’imbolsimento. Un passato, e un passo enorme, come quello ci pare refrattario a qualunque critica. La verità è che dopo Ummagumma, in ambito psichedelico – un vestito che comunque a questi Pink Floyd sta stretto – niente sarà più lo stesso. Neppure i Pink Floyd.

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