• Mag
    07
    1979

Classic

EMI

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Il 1979 per Pino Daniele fu l’anno della svolta. In una Italia che musicalmente parlando stava attraversando uno dei suoi periodi più floridi e prolifici (anche) per quello che concerne un certo cantautorato impegnato, politicizzato, o anche solo romanticamente denso, il lamento di questo cantastorie napoletano di appena ventiquattro anni non aveva ancora fatto breccia nel cuore degli ascoltatori. Nel marasma variopinto dei vari De Gregori (con l’eponimo album del 1978), Venditti (Sotto il segno dei pesci), Guccini (Amerigo), De André (Rimini), Battisti (Una donna per amico), Graziani (Pigro), Dalla (Come è profondo il mare), la spontaneità grezza di un ragazzo che pescava a piene mani dalla tradizione della sua terra d’origine e metteva in musica una malinconia incazzata verso la stessa, era stata inizialmente scambiata per ingenuità. Non che brani – diventati poi veri cavalli di battaglia del repertorio del Nostro – come ‘Na tazzulella ‘e cafè, Che calore o, specialmente, Napule è – non fossero assolutamente degni d’attenzione, ma rimane il fatto che la loro rivincita se la presero dopo anni, e una delle attenuanti che ci sentiamo di azzardare riguarda principalmente l’intasamento del mercato discografico alla fine degli anni Settanta.

Serviva qualcosa di memorabile, un suono unico, inimitabile, che riscattasse il concept dietro il discreto esordio di Terra mia, ma insieme consentisse a Pino Daniele di affrancarsi in maniera netta da una tradizione (fin) troppo ingombrante (eppur fondamentale). Fu allora che avvenne l’incontro James Senese, nucleo attorno al quale gravitava tutto il neapolitan sound, cuore e anima dei Napoli Centrale, tanto geniale quanto irascibile e sregolato. Per un anno (è il 1978) Pino Daniele suonerà il basso proprio nell’ensemble di Senese, imparando, assorbendo stili e sensazioni, acuendo un animo poetico già rigogliosissimo, sperimentando e indirizzando l’ispirazione su territori inesplorati fino a quel momento; il blues prima di tutto, contaminato con il funky, un po’ imitando l’iter di Miles Davis dei primi anni Settanta e dei conseguenti Weather Report. A differenza degli illustri colleghi italiani sopracitati, infatti, il cantautorato (antiletterario) di Pino Daniele si distingue da subito per il suo regionalismo marcato, che dal secondo album in poi acquisirà – dopo l’esperienza citata poc’anzi – connotati internazionali. Nell’eponimo Pino Daniele, pubblicato dalla EMI Italiana nel 1979, il blues già presente nel disco d’esordio allarga ulteriormente il proprio spettro di influenze e nell’ensemble entrano di prepotenza lo stesso Senese (memorabile) al sassofono, Agostino Marangolo, che si aggiunge al solito Rosario Jermano alle percussioni, Carlo Capelli al pianoforte elettrico, Gigi De Rienzo al basso e Tony “Cico” Cicco e Karl Potter alle conga. Scompaiono praticamente i fiati (da qui le assenze di Enzo Avitabile e Luca Vignali), mentre alla produzione Willy David subentra a Claudio Poggi.

Il risultato è un ibrido scostante, genuino, forte di quell’ingenuità di cui si discuteva più sopra, carico di quella cattiveria che si andava a configurare nel personaggio/persona del napoletano incazzato. Incazzato con una città dal potenziale inimmaginabile e infinito, dal patrimonio culturale immenso (si pensi solo al ricco corpus lasciato in eredità da Roberto Murolo, al beat unito al rhythm and blues degli Showmen, tra i quali militavano il grande Mario Musella e lo stesso Senese), ma anche dall’ignoranza dilagante e dalla criminalità sempre pronta a esplodere. Non siamo ancora ai livelli di maturità abbracciati in Nero a metà (1980), ma diciamo che ci siamo vicini. Ad aprire le danze, infatti, è uno dei brani che rientrerà di diritto tra i più significativi di Daniele, Je sto vicino a te, dove tastiere e vibrafono settano da subito il tono blues e quella malinconia predominante su ogni altro aspetto, in cui la Napoli di Terra mia diventa per sineddoche il mondo intero («Je sto vicino a te / Pecchè ‘o munno è spuorco / E nun cercà ‘e sape’ / Meglio che duorme»); Chi tene ‘o mare sembra un ritorno agli esordi, al tema sempre caro del quotidiano (dell’umiltà e della spensieratezza di chi naviga per mare, ma sa benissimo come gira il mondo), ma in realtà si tratta della sua naturale evoluzione, con il sassofono di Senese a dettare modi e tempi e a prendersi il suo meritato angolo di protagonismo con un assolo sensazionale, capace di far venire la pelle d’oca anche all’ascoltatore più cinico, dueminutiequarantasei di pura goduria.

Si avanza con Basta ‘na jurnata e sole, intermezzo spensierato al cui interno si ritrovano spunti che traggono forza ancora dal quotidiano («Je te vulesse da’ / tutt’e penziere e chi ‘a matina va a fatica’ / pe’ te fa capi’ / pecché se dice sì») con coda finale riservata ancora al sax di Senese, e sopratutto con l’iconica Je so’ pazzo, in assoluto tra i brani più conosciuti di Pino Daniele, pubblicato come singolo nel maggio ‘79 (con Putesse essere allero come Lato B) e apripista definitivo (grazie al lancio al Festivalbar) al successo dell’album. Nel brano, il cantautore e voce narrante si re-immagina come novello Masaniello, pronto a dar voce all’irrequietezza di un popolo stanco dei soliti soprusi. A differenza della figura storica del Seicento, il Masaniello/Daniele è però dichiaratamente pazzo, mentalmente instabile, immune quindi al potere dell’autorità costituita che non può toccarlo; inoltre è anche “nero”, per essere più facilmente notato dalla gente (evidente il riferimento alla sua riconoscibilissima – nuova – musica blues). Le percussioni dettano il ritmo, la denuncia domanda attenzione («ed oggi voglio parlare») e la chiusa è delle più memorabili («je so’ pazzo je so’ pazzo / nun nce scassate ‘o cazzo!»).

Una delle lullaby più belle mai scritte procede con l’alternanza tra ritmo in salsa afroamericana e tradizione napoletana, che qui reclama un momento di raccoglimento, di tenerezza infinita, di una purezza commovente eguagliata solo dalla sua denuncia, mascherata tra le righe di una semplice ed efficace metafora («Duorme nennella mia / fora sta ‘o malotiempo / duorme nennella mia / meglio ca nun siente»). Il brano successivo è una lezione di tolleranza e libertà d’espressione, in Chillo è nu buono guaglione i ritmi latini incalzanti favoriscono il fluire delle parole che stavolta prendono a cuore la vicenda di un travestito che sogna il giorno in cui potrà annunciare la sua normalità senza che nessuno si volti per strada quando cammina, mentre nella prima parte si descrive in maniera diretta l’ipocrisia perbenista di chi crede di sentirsi in diritto di decidere cosa sia normale. Un grido di umanità che ancor oggi risuona di un’attualità preoccupante.

Un riff di chitarra elettrica immortale introduce Ue Man!, dove senza soluzione di continuità l’inglese flirta con il napoletano e viceversa («Nu poche ‘e dollars to me»), dove lo stile e la forma prendono il sopravvento su tutto, catapultando la napoletaneità in giro per ogni anfratto del mondo. Donna Cuncetta ci riporta alla ballata tradizionale napoletana, tra metafore che rimandano al destino/sorte della città partenopea e un tema preso direttamente dal folclore (le capuzzelle del cimitero delle Fontanelle). Con la successiva Il mare, Pino Daniele prende di petto la canzone di protesta, travestendo una parabola umana pregna di disillusione politica (mai così testualmente esplicita) di tinte da vaudeville. Dopo Viento, riempitivo dal gusto sempre interessante, l’album si chiude con due picchi: Putesse essere allero e E cerca ‘e me capì. Il primo è un elogio della quotidianità, di come si possa essere felici facendo molta attenzione a ciò che abbiamo piuttosto che disperarsi per ciò che (talvolta di futile) non si ha tra le mani. Una sintesi, musicalmente parlando, di tutto quello che fino a questo momento avevamo ascoltato in Pino Daniele. Il secondo è una lenta e ragionata riflessione sul tema del viaggio, metaforico e letterale, con il suo carico di esperienza e sofferenza, il cui culmine è quello dell’agognato ritorno a casa, dove ad aspettarlo c’è quella città, quel luogo amato/odiato vittima degli stessi cancri che l’hanno vessato prima della partenza e che, sembra, l’affligeranno ancora. Il cantautore è disilluso («me so’ scucciato ‘e parla’ / e dire ogni volta quel che ho dentro / e poi star male e poi suonare»), ma l’amore è troppo grande e finisce per indirizzarlo nuovamente verso quella che è una causa persa.

Se generalmente si preferisce riferirsi a Nero a metà come al disco della maturità e della consacrazione, Pino Daniele, di cui ricorre quest’anno il 40° anniversario dell’uscita, è al contempo la perfetta sintesi tra le due anime del cantautore napoletano, diviso tra tradizione e sperimentazione, e lo eleva romanticamente a perfetto eroe dei due mondi.

30 Gennaio 2019
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