Live Report

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Confessiamo di esserci avvicinati a questo concerto con aspettative ridotte, un po’ per quella vaga freddezza mostrata da PJ Harvey nel concerto di Ferrara e un po’ a causa di un disco come The Hope Six Demolition Project, che ci ha convinto fino a un certo punto, a causa di una scrittura buona ma alterna e soprattutto di uno stile musicale meno focalizzato sia rispetto al progetto generale (un disco sulla contemporaneità associato ad un libro con le foto di Seamus Murphy, autore anche dei videoclip), sia rispetto ai due episodi precedenti. Questi ultimi nascevano da un preciso progetto musicale (lo studio e la composizione al piano per White Chalk, l’autoharp e le ricerche sulla guerra per Let England Shake), mentre il disco più recente sembra vagare (anche se spesso con buona ispirazione) tra i suoi vari stili passati – perfino il blues di Uh Huh Her – senza un’identità o una direzione precisa. Questa, almeno, era l’impressione; e invece la data fiorentina ha mostrato un po’ di cose che potevano essere non chiarissime, e altre le ha rimesse a posto.

Tutto parte dalla band, la più numerosa che abbia mai accompagnato PJ Harvey sul palco: nove elementi (fondamentalmente il gruppo del disco, compresi sia gli immancabili John Parish e Mick Harvey, sia i “nostri” Enrico Gabrielli e Alessandro Stefana), una sorta di marching band i cui membri si scambiano spesso gli strumenti (con conseguente necessità di svolgere al buio alcuni passaggi tra una canzone e l’altra) e che crea un suono potente e omogeneo, dove a volte sono i sax a spingere (con quello basso in evidenza), altre volte alcuni dei musicisti che passano a suonare piccole percussioni, rivelando un’elaborazione ritmica delle canzoni – vecchie e nuove – maggiore di quanto sembrasse inizialmente (e la capacità, in questi momenti, di essere in tanti sembrando pochi perché ognuno fa una piccola cosa che però è essenziale per il tutto, è simile a quella che avevano i Wailers di Bob Marley). La potenza e la vivacità del gruppo suppliscono alla (presunta) freddezza della cantante: sarebbe più corretto parlare di un distacco studiato appositamente per far fluire la musica, i testi, il discorso complessivo sul mondo che la Nostra porta avanti: c’è lei al centro, ma è come un vettore, il polo che raccoglie e diffonde, e a un certo punto si fa anche indietro a suonare il sax lasciando la ribalta a quello di Terry Edwards.

Insomma, forse non si agita più come in passato (ma non da oggi), o più probabilmente siamo invecchiati noi, ma dove non arriva lei, con il tiro, arriva il gruppo; non a caso, l’unica volta che si rivolge al pubblico è per presentare «la sua banda», la quale nella prima parte del concerto, dedicata tutta agli ultimi due album più una notevole The Devil da White Chalk, oltre a migliorare la resa delle canzoni di The Hope Six Demolition Project, armonizza con queste anche brani recenti, mostrando in modo più chiaro e coerente la nuova identità di PJ, fatta di folk arcaico attualizzato e venato di blues, e ritraendo uno stile che non strappa col suo passato ma semplicemente lo sposta oltre, ad esplorare altro, pur rimanendo riconoscibile (un disco dal vivo, a questo punto, sarebbe un punto fermo, un chiarimento definitivo).

Come sempre, insomma, la musicista non vuole riposare sugli allori del passato, e la preponderanza della produzione recente in scaletta dimostra quanto creda in ciò che sta facendo, cosa che, anche se il sottoscritto preferisce i primi tempi, è ammirevole: ci può anche stare di non suonare nulla da un disco oscuro come Uh Huh Her o dai due con Parish, ma quanti, dopo averli fatti, avrebbero il coraggio di ignorare dischi come Dry o il successo di Stories From the City? Un po’ di passato arriva con una furiosa 50th Queenie, e quando parte si sente che si tratta di un’altra epoca: la tensione è superiore, come quando arrivano classici come To Bring You My Love o Down By The Water (queste due comunque più vicine al mood musicale della serata). Ma più che con queste, le Working for The Man e Is This Desire del finale o il basso che entra maleducato in The Words That Maketh Murder (un ricordo delle belle sbavature delle sue vecchie band), si coglie la continuità col passato nel blues, con nove uomini che si rivelano perfetti per un controcanto in stile spiritual come, tra le altre, nella River Anacostia che chiude il concerto prima dei bis, coi dieci in piedi con gli occhi fissi in quelli del pubblico: di nuovo l’acqua, come già spesso in tanti luoghi della sua discografia, da The River alla succitata Down By The Water, alla copertina di To Bring

D’altronde anche Dry, l’esordio, si chiudeva con Water: ma carriera e ricerca vanno avanti, con buona pace dei nostalgici; e per dirla con un celebre filosofo, anche se ci torna, “non è più lo stesso fiume”.

29 ottobre 2016
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